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Renzi lancia “Italia Viva” e mette sotto schiaffo Conte&soci

A chi va a sussurrare il nome del nuovo partito l’ex piddino Matteo Renzi? A Bruno Vespa, ovvio. L’offensiva mediatica renziana è stata sapientemente articolata tra il Corsera, Repubblica e Porta a Porta. Ineccepibile.

Tra le frasi scandite dal rottamatore in servizio permanente effettivo, una ha terrorizzato Giuseppe Conte e i suoi alleati di governo. Ha detto Renzi: «Per me vale il programma di governo». Perché questa attestazione di fedeltà è stata presa come una dichiarazione di guerra? Per due motivi. Uno, immediato, è la manifesta volontà di controllare puntigliosamente quello che farà il governo, con richiami continui al programma giallo-rosso. Il secondo, in prospettiva (ma non molto lontana) Renzi prevede che la ditta Conte&soci non riuscirà ad applicare il tanto strombazzato programma, dando a lui il motivo plausibile per mandare la ditta in fallimento.

Già nelle settimane di discussione sul bilancio (la manovra economica la definisco così per brevità), il neonato partito si farà sentire parecchio e state certi che otterrà soddisfazione per qualsiasi richiesta. Non so – ho perso il conto – quante nomine ci siano da fare in istituzioni, istituti, banche, società, cioè in tutte le caselle del potere gestite dal governo e dal Parlamento direttamente o indirettamente. Renzi ne otterrà una bella porzione, consolidando quelle “entrature” preziose per gestire clientele e sostenitori (stallholder, come li chiamano i raffinati).

Le elezioni? Questo è ora il grosso nodo. Renzi, al momento, non vale granché – forse un po’ sopra il 4% – e con il sistema elettorale vigente non si può scherzare: basta un niente e si resta bloccati sotto la soglia di sbarramento. Di conseguenza, il nuovo partito spingerà per l’ennesima riforma del voto. Ai piccoli agglomerati si addice il proporzionale. Una bestemmia? No, perché il bipolarismo è morto portando nella fossa anche l’uninominale. È un dato di fatto che in Parlamento ci sono molti partiti e almeno tre “poli”.

Il tempo guadagnato discutendo la nuova legge, Renzi lo impiegherà per accrescere i riferimenti sul territorio. In questo momento, checché ne dicano gli analisti improvvisati e follower sui social, Matteo Renzi è il politico più forte in Parlamento. Senza di lui non si stila l’agenda di governo. Ma, in caso di elezioni anticipate, sarebbe ridotto ad uno dei tanti competitor in campo.

Se l’incerto capo del Pd Nicola Zingaretti fosse più intelligente (ipotesi di terzo tipo: s’è messo nelle mani di Renzi per guadagnare qualche provvisoria poltrona) farebbe cadere lui il governo, uccidendo il neopartito nella culla della Leopodina. Avrebbe al suo fianco Silvio Berlusconi, anche lui spaventato (primo brutto segnale: l’inoffensiva cena organizzata da Mara Carfagna) dal grande cacciatore bianco entrato nella sua riserva a fare strage di bestie e bestioni. Quando Renzi ha detto che lui  “Bandiera rossa” non la canta, ha lanciato un potente messaggio al centro, ai moderati, all’area che una volta era la riserva protetta dalla B del tycoon di Arcore. Matteo Salvini, che già invoca il voto, alzerebbe di parecchio il volume perché fino ad oggi è stato soltanto lui il raccoglitore nel campo dei moderati.

Lo farà Zingaretti? Non lo farà. La paura della Lega di Salvini e della cosiddetta destra lo paralizza. Con il voto, il Pd tornerebbe all’opposizione ma Renzi sarebbe ridimensionato.

E veniamo al nome: Viva l’Italia, pardon, Italia Viva. È una scelta geniale (complimenti vivissimi alla testa d’uovo che l’ha immaginata). È un richiamo ai “sovranisti” non arrabbiati, ai patrioti sprofondati nei divani, ai vecchi con gli occhi lucidi davanti al tricolore. In contemporanea, è un richiamo ai giovani che si sentono parte viva del Paese, un invito a partecipare in prima persona. È una sfida diretta a Forza Italia, il grido che ha entusiasmato per anni milioni di italiani. Renzi ci sa fare, non c’è che dire. Se avesse anche degli obiettivi nobili, sarebbe perfino utile all’Italia. Ma chest’è.

 

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