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Cosa c'entra la Marcia su Roma con la Leopolda?

Renzi lascia il Pd e Franceschini lo paragona a Mussolini

Il più preoccupato (e incazzato) è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale non ha aggredito Matteo Renzi perché è deciso a mantenere lo stile british, ma ha nascosto la pulsione omicida diramando da Palazzo Chigi una nota nella quale rimarca che «rimane singolare la scelta dei tempi di questa operazione, annunciata subito dopo il completamento della squadra di governo». Tradotto vuol dire: disgraziatissimo imbroglione perché non me l’hai detto prima? perché mi hai fatto fare il governo anche con tuoi ministri? perché vuoi rottamarmi come se fossi un vecchio arnese tipo D’Alema? La madre di tutte le domande, Conte non l’ha fatta e cioè: «Mi dici almeno quando hai deciso di farmi cadere così mi preparo l’uscita più conveniente?».

Il tweet di Renzi, dopo i vari annunci sulla sua uscita dal Pd, va al nodo: «C’è una strada nuova da percorrere. Lo faremo zaino in spalla, passo dopo passo. Offriamo il nostro entusiasmo a chi ci darà una mano ed il nostro rispetto a chi ci criticherà. Ma offriremo soprattutto idee per l’Italia di domani. Ci vediamo alla Leopolda».

La voglia di Renzi di farsi un proprio partito divenne forte ai tempi della guerra dei cacicchi piddini che avevano dato man forte a fargli perdere il referendum (bloccando una riforma istituzionale che perlomeno non avrebbe costretto l’Italia ad inghiottire in rapida successione i mostri giallo-verde e giallo-rosso).

Il Pd è un’isola artificiale sulla quale hanno trovato asilo vecchi tromboni del Pci e della Dc. Cominciato con l’astuta manovra di Achille Occhetto di ribattezzare Pds quello che era stato il partito comunista più forte dell’Occidente anticomunista, il cammino degli orfani di Mosca si è fermato alla tappa Ds in attesa che la Dc, partner storico del Pci, si rinnovasse (anch’essa distrutta dalla caduta del Muro ma in maniera diversa) per essere pronta a consorziarsi e a dare vita al Pd. Un’isola artificiale di solito è inaffondabile e perciò i coloni non ritennero necessario edificare una nuova città: si sono limitati a rimpastare le macerie dei vecchi palazzi per erigerne copie più o meno somiglianti. Fuor di metafora: hanno continuato con i vecchi metodi; quelli del Pci conservando una sterile nomenklatura e quelli della Dc inciuciando come ai tempi degli Andreotti e dei Fanfani, dei Moro e dei Rumor.

Matteo Renzi s’era presentato (e aveva vinto) come “il Rottamatore” di schemi e personaggi legati al passato cominciando a menare colpi di machete per sfoltire la jungla di interessi/complicità/accordi clandestini tutti finalizzati a mantenere lo statu quo. Evitare i suoi fendenti s’era fatto di giorno in giorno più pericoloso, anche perché il rottamatore è un bugiardo di gran lunga più abile dei bugiardi che abitano in Parlamento e dintorni. Il povero Enrico Letta, bugiardo di medio livello, si sentì rassicurato da Renzi che gli aveva lanciato uno “sta’ sereno” interpretato dal provvisorio capitano della nave-governo come un’ancora mentre era invece un rostro ficcato sotto la chiglia (https://internettuale.net/1380/matteo-renzi-pippo-civati-fabrizio-barca-il-pd-ha-unanima-di-troppo).

I media si stanno accanendo nella conta di deputati e senatori renziani in uscita dal Pd, ma la rifondazione è appena cominciata e soltanto dalla tregiorni (18-20 ottobre) della Leopolda (la stazione ferroviaria costruita dal granduca Leopoldo II circa vent’anni prima delle annessioni ad opera dei Savoia) verrà fuori il nuovo partito.

Viene naturale ipotizzare che questa esperienza di governo del Pd sarà anche l’ultima. Puntare sui soliti refrain di Renzi maleducato/prepotente/esibizionista/sbruffone etc. non salverà la nomenklatura piddina da una brutta uscita di scena. È certo che stavolta non potranno accusarlo di essere un bugiardo, considerando che gli uni e gli altri avevano giurato “mai con i 5stelle” e “mai con il Pd” (https://internettuale.net/1621/la-lunga-sparatoria-di-renzi-allassalto-della-diligenza).

Delle reazioni all’uscita di Renzi, oltre alla citata dichiarazione di Conte, vale la pena citare quella dell’attuale ministro ai Beni culturali Dario Franceschini (grande romanziere rapito dalla politica, ahinoi!), il quale si è esibito in una lezioncina di Storia – è o non è un uomo di cultura? perbacco! – buona per i social. Ha sentenziato: «Nel 1921-22 il fascismo cresceva sempre più, utilizzando rabbia e paure. Popolari e socialisti, liberali avevano la maggioranza in Parlamento e fecero nascere i governo Bonomi, poi Facta 1 e Facta 2. La litigiosità e le divisioni dentro i partiti li resero deboli sino a far trionfare nell’ottobre 1922. La Storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori».

L’unica somiglianza con la Marcia su Roma è rintracciabile nel mese: 28 ottobre la vittoria di Mussolini, 18-20 ottobre la rifondazione di Renzi. Se un disperato Franceschini (sente la poltrona che gli traballa sotto il culo) arriva a paragonare Matteo Renzi a Benito Mussolini, è il segno della fine per i professionisti dell’antifascismo.

Appena formati i nuovi gruppi alla Camera e al Senato, scatterà la caccia al nome: come si chiamerà il nuovo partito? E poi dicono che il giornalismo investigativo in Italia sia deboluccio. Ma va’ là!

 

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