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100 anni fa d’Annunzio a Fiume: Insorgere è risorgere

Cent’anni fa, il 12 settembre del 1919, Gabriele d’Annunzio alla testa di circa tremila uomini occupò Fiume. La città adriatica “italianissima” era stata inglobata nel regno dei Serbi, Croati e Sloveni, partorito dalla dissoluzione dell’impero austro-ungarico dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale. L’impresa durò fino al Natale del 1920, quando il governo Giolitti fece bombardare la città.

L’eredità di Fiume “Città Olocausta” è molteplice. La “Carta del Carnaro”, la nuova costituzione varata dal Comandante Gabriele d’Annunzio, riconosceva il voto alle donne, stabiliva a 18 anni la maggiore età, statuiva la libertà di religione e d‘opinione…

Leggiamone qualche brano: «Fiume, libero comune italico da secoli, pel voto unanime dei cittadini e per la voce legittima del Consiglio nazionale, dichiarò liberamente la sua dedizione piena e intiera alla madre patria, il 30 ottobre 1918. (…) Fiume è l’estrema custode italica delle Giulie, è l’estrema rocca della cultura latina, è l’ultima portatrice del segno dantesco. (…) Fiume con tenacissimo volere, eroica nel superare patimenti insidie violenze d’ogni sorta, rivendica da due anni la libertà di scegliersi il suo destino e il suo compito, in forza di quel giusto principio dichiarato ai popoli da taluno dei suoi stessi avversari ingiusti». La Carta denunciava «l’iniquità la cupidigia e la prepotenza straniere; a cui non si oppone la trista Italia, che lascia disconoscere e annientare la sua propria vittoria».

Molto si è detto e scritto sull’impresa fiumana, ma lasciare la parola al Comandante consente di saltare gli intermediari (che solitamente nutrono avversione per d’Annunzio) e di seguire gli avventimenti con gli occhi e il cuore di chi li determinò.

Non c’è dubbio che buona parte della scelta dannunziana sia stata il frutto di un istintivo disprezzo e di una crescente disistima che l’Imaginifico provava per gli uomini che affollavano i corridoi del Parlamento e che avevano nelle mani il destino della Patria.

«M’accadde l’altr’ieri – scriveva qualche mese prima della decisione di Ronchi – non senza ilarità, di vedere male impressi nella carta floscia di un giornale meridiano i più o meno noti grugni dei nuovi ministri. Non si può dire che sia gente ben costrutta, quantunque ben pasciuta». E, lasciandosi trasportare dalla fantasia e dalla rabbia, continuava: «Ispirano una ripugnanza simile a quella che si prova nei musei di cera in un giorno di canicola, quando i personaggi ben dipinti, ornati di peli veri e di veri capelli, vestiti di panni nuovi, incrovattatti con diligenza, cominciano a diventare sudaticci e untuosi quasi umanamente. Sono di una falsità indimenticabile, più fissa che quella dei cadaveri imbalsamati».

Non sarebbe una gratuita cattiveria appaiarli ai parlamentari odierni che brigano per non lasciare il cadreghino. Probabilmente nel paragone vincono quelli descritti dal Vate, in quanto più acculturati.

Certamente «i grifi di questi altri salvatori del Paese, rimessi a nuovo dallo zelo del barbiere e del parrucchiere ufficiosi» erano i volti di gente che, a giudizio della maggioranza in quegli anni, avevano lasciato che la Vittoria fosse “mutilata” e che il sangue versato nel primo conflitto mondiale dagli Italiani fosse servito a “fecondare” altri suoli che non quello italico.

Ed a proposito della corruzione e della inettitudine, che parevano inquinare le istituzioni dell’epoca, d’Annunzio ebbe a dire: «Tutto è sterile. Tutto è sovvertito e corrotto. La menzogna è una istituzione statuale, che ha i suoi mille e mille organi esatti. La ruberia è la grazia manesca dell’autorità. L’Erario saturninamente divora i sudditi e si scioglie in diarree sospette».

In certi momenti, era andato pure più in là. Aveva addirittura tentato di allargare il discorso fin nelle più lontane sabbie mobili di una analisi, che, per essere onnicomprensiva, a volte si fermava alla superficie. «In tutta l’Europa, in tutto il mondo – scrisse – il potere politico è al servizio dell’alta banca meticcia, è sottomesso alle imposizioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzii legali». Un giudizio senza ripensamenti; tant’è che scrisse anche che «neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà». «Le nazioni – concludeva – sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni sterili e delle leggi esauste». È passato un secolo, ma come non pensare al nostrano ceto politico dominante?

Il Comandante, l’uomo che aveva una tale concezione della realtà e che si sentiva tanto estraneo e nemico nei confronti di tutta una classe dirigente, non poteva non cogliere l’occasione che gli si presentava di forgiare il tipo “nuovo”, di ripristinare antiche “virtù romane”. Era tanto convinto che, una volta scosso, il popolo italiano l’avrebbe seguito, che non perdeva l’occasione, nei suoi dialoghi con la folla, di usare la frusta. «Gli Italiani sono diventati ottusi e tetri». «Certo – aggiungeva – sono stanchissimi, e la estrema stanchezza li rende ottusi». «Mi sembra – disse alla folla plaudente – che voi non aspiriate se non al premio della pazienza, che certamente sarà istituito dal nuovo paterno regime». Stessa impressione la provo per un governo Cinquestelle-Pd. «Io – concludeva – sono venuto qui appunto per misurare la vostra pazienza, che mi sembra incommensurabile». «Furit ardor emendi – urlava in latino – la nazione fa i suoi pasti» ed ognuno pare che dica «dove si manduca, il tuo senno ci conduca». Ma cos’è cambiato?

In Fiume occupata, d’Annunzio emanò leggi, organizzò incontri internazionali, facendo la politica che gli sembrò la più idonea per la fondazione del “novello Stato”. «Ieri come oggi – arringava dal balcone – oggi come domani, quando la stirpe e l’uomo sta per perdere la ragione di vivere, insorgere è risorgere». 

II fatto che Fiume fosse contesa all’Italia da un regno appena formato e non riconosciuto a lui sembrava un assurdo e una bestemmia; non era una nazione che si opponeva ad un’altra nazione, «ma il nuovo regno serbo croato sloveno è una specie di frode mostruosa, è una specie di Malebolge terrestre dove Belgrado comanda, Seraievo congiura, Zagabria minaccia, Lubiana schiuma, e cattolici e ortodossi e musulmani si dilaniano, tra Oriente ed Occidente, tra Bisanzio e Roma». Così la sua battaglia non era più per il territorio di Fiume, ma diventava una crociata nella quale il compromesso non trovava posto.

Quando fondò la Lega di Fiume, disse che vi si sarebbero raccolti, gli uni dopo gli altri, «tutti quei popoli che oggi patiscono l’oppressione e che vedono atrocemente mutilate le fibre viventi dei loro territori nazionali, e che guardano al vessillo di Fiume come al segno della rivolta e della libertà». Tracciava le linee di una politica internazionale e riscopriva l’importanza del Mediterraneo, soprattutto rifiutava l’idea che l’Italia dovesse essere la “sorella povera” dell’Europa.

«L’Italia delusa, l’Italia tradita – scriveva – l’Italia povera si volga di nuovo all’Oriente dove fu fiso lo sguardo dei suoi secoli più fieri. Non ode l’appello degli Arabi e degli lndi?». Una strategia internazionale che non ha perso un grammo di validità.

Le cannonate del “Natale di sangue” posero fine al sogno dannunziano e spianarono la strada a ben altre avventure. «Io rifarò fra poco quella via che feci sotto il sole di settembre del 1919»: così d’Annunzio, Comandante in Fiume per un anno quattro mesi e sei giorni, prendeva commiato dalla “Città di Vita”.

 

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