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Conte al Senato. Patetico parolaio con la penna rosso blu

Il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte è intervenuto al Senato per annunciare le proprie dimissioni. L’ha fatto con più di una patetica furberia. Ha cominciato rimproverando Matteo Salvini di essere un irresponsabile avventuriero della politica. L’ha bacchettato come facevano un volta le maestrine alle elementari. L’ha condannato anche per la vicenda russa (gli incontri tra leghisti e russi a Mosca intercettati non si sa ancora da chi). Ha contrapposto l’interesse generale – ovviamente da lui medesimo sempre perseguito – a interessi di parte costantemente manifestati dal discolaccio Salvini. È durata molto la reprimenda, mentre il ministro dell’Interno faceva smorfie e smorfiacce.

Poi Conte è passato ad elencare le cose realizzate dal governo, aggiungendo quelle che non si potranno più realizzare per colpa di Salvini. È stato un lungo elenco: non ha dimenticato niente e nessuno. Ha citato la difesa delle donne, la tutela dei giovani, il rispetto dell’ambiente… insomma è stato a dir poco enciclopedico.

La terza parte è stata di autocelebrazione. È stato lui a salvare l’Italia dalla procedura d’infrazione europea. È stato determinante per l’apertura di mercati internazionali a cominciare dalla Cina. È intervenuto come pompiere a spegnere gli incendi che scoppiavano con frequenza a Palazzo Chigi.

La quarta parte è stato un capolavoro di ipocrisia politica. Commosso fino alle lacrime, Conte ha elogiato i parlamentari, gli italiani brava gente, i buoni sentimenti, l’amore patriottico… Ha riscosso applausi fragorosi ed ha chiuso.

Fra le tante sciocchezzuole, segnalo soltanto quella iniziale. Conte ha ricordato che le crisi si fanno in Parlamento e non nelle piazze o dalle spiagge. Tutti d’accordo, manco a dirlo. Avevo forse tredici anni quando il governo Tambroni fu abbattuto dalle manifestazioni di piazza organizzate dal Pci. Da allora, ho visto centinaia di crisi, ma non ne ricordo una che si sia consumata in Parlamento. I governi cadevano al ristorante, alla bouvette, nelle segreterie particolari di questo o di quel tale aspirante ministro. Ora Conte incolpa Salvini di scorrettezza istituzionale perché ha aperto la crisi fuori dal Parlamento. Non è ciò sufficiente a definire il presidente del Consiglio un patetico parolaio?

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