Prima / FOCUS / Segmenti / La morte di Camilleri oscura Pirandello e D’Arrigo

La morte di Camilleri oscura Pirandello e D’Arrigo

La morte di Andrea Camilleri, noto ai più come il papà del “Commissario Montalbano”, ha scatenato la solita ridda di encomi, dolorosi ricordi e richiami alla sua grande personalità, generosità e disponibilità. Sappiamo tutti che i cimiteri sono affollati di madri esemplari e padri onest’uomini. Dopo morti, tutti diventiamo “speciali” (nel bene e nel male); per lo scrittore siciliano i media si sono sbizzarriti senza ritegno.

Però quand’è troppo è troppo. Qualcuno, preso dalla foga di esagerare, l’ha definito «il più grande scrittore siciliano». E il premio Nobel Luigi Pirandello? Che fra l’altro era nato a Porto Empedocle patria affranta per la morte del suo grandissimo concittadino Camilleri. Se lasciamo la provincia di Agrigento e andiamo a Messina, troviamo un altro scrittore siciliano, che ha avuto meno fortuna perché non è andato in televisione. È Stefano D’Arrigo, l’autore di una gigantesca opera, “Horcynus Orca”, costatagli vent’anni di fatica e che, per la prima volta, guida il lettore attraverso un linguaggio originale nel quale la parlata popolare dei pescatori siciliani si intreccia con parole inventate e con l’italiano.

Chi mastica di letteratura e di linguistica potrebbe dire che l’attore-regista Andrea Camilleri si è infilato su quella stessa strada diventando, secondo i media, l’inventore di un nuovo linguaggio etcetera ecceterone.

Stefano D’Arrigo è morto nel 1992, due anni prima dell’uscita del primo romanzo con protagonista il questurino più famoso d’Italia.

In “Orcynus Orca” c’erano parole dialettali italianizzate e forti neologismi come “oreocchiare”; ma vuoi mettere il “babbiare” di Montalbano?

Se avessero fatto una serie tv (D’Arrigo racconta vicende che richiamano i viaggi e le peripezie di Ulisse nell’Odissea) forse anche D’Arrigo sarebbe diventato un’icona.

Il fatto è che il dialetto ha una forza espressiva che l’italiano non ha. Pirandello era convinto che la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto esprime il sentimento di una cosa, mentre la lingua esprime il concetto di quella stessa cosa. A non parlare di Gabriele d’Annunzio che, in coma, s’esprimeva in abruzzese. Uno scrittore (ma anche uno che scrittore non è) nei momenti seri sbotta in dialetto.

Le stupidaggini sentite alla radio sul contributo del dialetto siciliano alla nostra lingua sono state più insulse dei tanti commenti diluvianti in queste prime ore dalla morte di Camilleri nell’ospedale di Santo Spirito a Roma.

Basti soltanto ricordare agli addolorati commentatori che alla corte di Federico II, dal 1100 in poi, fiorì la “Scuola poetica siciliana” madre della lingua di Dante. Un solo fatto (per non tediare eccessivamente): a Palermo fu “inventato” il sonetto. E tutti i poeti, con minor o maggior fortuna, ne hanno poi fatto uso.

 

 

CONDIVIDI

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close