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50° LdP. Le mazzate delle guardie

Il maresciallo disse: «A noi, se le cose non ce le dicono, come facciamo a saperle?». Disse proprio così e altro ancora in un turbinio di violazioni grammaticali e sintattiche; che però mi scivolavano addosso. Mi ritrovavo in una brutta situazione e non era proprio il caso di mettersi a fare il maestrino dalla penna nera. Ci ho ripensato tempo dopo e più volte tentando di ricostruire esattamente ciò che m’aveva detto.

Sul fatto aveva pienamente ragione. Anche allora c’erano le intercettazioni ma chi faceva politica lo sapeva, perciò usavamo il telefono con mille precauzioni. Meglio correre il rischio di d’essere scambiati per paranoici affetti da mania di persecuzione che trovarsi all’alba le guardie dentro casa.

Ricordo che durante un mio soggiorno (in un sacco a pelo infestato di pulci) a casa di un compagno di lotta, quando mi svegliavo, alzavo il telefono e sparavo improperi. Roba del tipo “brigadiere, tu ascolti me e tua moglie scopa con il tuo collega Nicola”.

Una mattina arrivarono. Cercavano armi. Sapevano perfettamente che noi usavamo mazze e martelli soltanto quando c’eravamo costretti dai nostri avversari, democratici a parole e in tv, e perciò non fummo sorpresi quando uno di loro disse che in mezzo a noi c’era uno con l’accento napoletano da interrogare al commissariato. Eravamo in due che le carte d’identità denunciavano come campani e la situazione era abbastanza preoccupante. Lo so che non si può dire senza suscitare scandalizzate reazioni, ma essere interrogati significava prendersi mazzate a volontà. Ai “nemici dello Stato” era lecito fare di tutto.

Non so se dopo mezzo secolo qualcosa sia cambiato. Di tanto in tanto, si scopre comunque di qualcuno ammazzato di botte da gente in divisa nonché di interventi della Corte europea sulle ipotesi di tortura. Non so nemmeno se nelle galere i secondini, pardon, gli agenti di polizia penitenziaria facciano tuttora il “sacco” ai detenuti; non lo so, ma all’epoca il pestaggio “statale” lo si metteva nel conto delle cose che capitavano a chi faceva l’extraparlamentare.

Quella mattina, comunque, ebbe un lieto fine, che non è ancora tempo di raccontare.

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