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50° LdP. Per “Paese Sera” eravamo nazionalsocialisti fascisti

«Dopo i fatti di mercoledì, i “nazionalsocialisti” (una voluta confu­sione di etichette) e gli iscritti del Fuan (una ottanti­na in tutto) hanno “occupato” un’aula della facoltà: dietro l’ordine del giorno “appelli mensili” i fascisti hanno nascosto il tentativo di bloccare il dialogo che il Collettivo politico di Giurisprudenza sta portando avanti con le altre forze democratiche».

È un pezzo di magnifica prosa antifascista sfoderata dal quotidiano “Paese Sera” (poi chiuso con la fine del comunismo sovietico) il 23 marzo del 1972. Coinvolto emotivamente dalla militanza dura e pura, il cronista dimenticava l’appellativo “nazimaoisti” affibbiatoci anni prima da qualche suo collega, e scriveva “nazionalsocialisti” richiamando “una voluta confusione di etichette”. Dei nazionalsocialisti, cioè i militanti del Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, tutto si può dire tranne che non fossero chiari e nient’affatto confusi. Il fatto è che la stampa americana, per comodità d’uso, invece di scrivere “nazionalsocialisti”, adottò la forma abbreviata “nazisti”, e così oggi molti che evocano la “barbarie nazista” e il “barbarico nazismo” nemmeno sanno che stanno parlando del Nazionalsocialismo.

Chi ha avuto la bontà di seguire questi miei caotici appunti (a discapito dell’ordine cronologico) sul cinquantenario di Lotta di Popolo, sa che gli “appelli mensili” fu uno dei grimaldelli con i quali avevamo schiodato una massa di studenti, quelli di Legge, che per estrazione sociale amavano più il “Piper” (dove nacque il mito di Patty Pravo) che le assemblee. Quel “collettivo” era una patetica manovra dei compagni per riprendersi la facoltà di Giurisprudenza. Ovviamente ne avevano tutto il diritto: l’occupazione di un dato territorio è il primo obiettivo per un movimento che fa politica. Ma quel territorio era nostro e lo fu per parecchio tempo.

L’articoletto del quotidiano comunista scriveva poi: «La polizia, dopo aver abbozzato una carica contro i fascisti, si è diretta alla vicina facoltà di igiene dove erano riuniti in assemblea perma­nente trecento studenti di medicina per protestare con­tro l’introduzione del settimo anno. Gli agenti sono entrati nell’istituto e prima di far uscire i giovani li hanno obbligati a mostrare i docu­menti: una vera e propria schedatura. Sull’episodio la sezione comunista di medicina ha diffuso un comuni­cato nel quale, denunciando l’ennesimo grave atto re­pressivo, invita gli studenti a lottare per il rinnovamento delle strutture universitarie».

Beh!, le manganellate della polizia me le ricordo tuttora, ma perché l’anonimo narratore raccontava di una “carica abbozzata”? Per consolidare fra i compagni la leggenda che poliziotti e carabinieri (e finanzieri, e vigili urbani, e agenti penitenziari…) trattassero quelli di destra con i guanti e gli odiati compagni con i guantoni. Sarò stato iellato, ma io non ho mai avuto un trattamento di favore né fuori, né dentro il carcere. Continuando nella disinformatia, mentre aveva definito gli appelli mensili un pretesto, elogiava la protesta degli studenti di medicina già stremati da sei anni e ribelli a sorbirsi pure il settimo. In più, a fronte di una carica abbozzata, i compagni erano stati addirittura schedati. A tutti noi impegnati in politica capitava prima o poi di essere identificato e schedato. Per chi andava correndo per l’Italia, l’identificazione era un rito come il caffè e la sigaretta appena svegli. La schedatura era ed è una pratica legittima da parte degli organi repressivi. Forse che una polizia comunista o democratrica o monarchica non scheda? Non c’entra niente l’ideologia. La guardia è pagata per fare quel lavoro e non altri. Un paio di volte ho provato pena per quei guardiani statali che si beccavano sassi, bastonate e molotov. Che qualcuno di loro perdesse la testa e si mettesse a sparare o continuasse a manganellarti mentre eri a terra, era praticamente inevitabile.

 

Un articolo coevo de “Il Messaggero” raccontava: «Dalla Facoltà di Giurisprudenza, che tradizio­nalmente è considerata una roccaforte degli studenti di destra, è partito un corteo di elementi di destra che preferiscono definirsi nazi-maoisti, appar­tenenti al gruppo “Lotta di popolo”».

Non fa una grinza. L’etichetta di “destra” era ed è tuttora obbligatoria per contrapporla a quella di “sinistra”. I nostri sforzi per dimostrare che destra e sinistra erano marchi svuotati di significato furono vani. Nonostante che il governo sia oggi in mano a due movimenti estranei alla “destra” e alla “sinistra”, resta diffuso l’uso di questa terminologia ottocentesca. Con annesso ricorso alla parola “fascista” come aggettivo squalificativo.

Tornando a “Il Messaggero”, dopo una alquanto fantasiosa “ricostruzione” degli avvenimenti, l’anonimo cronista, preso da un inusitato sussulto di coscienza professionale, scriveva: «In serata il gruppo “Lotta di popolo” ha diffuso un comunicato nel qua­le si legge: “Protetti dalla po­lizia di Rumor, al servizio del reazionario governo di An­dreotti, le guardie rosse del regime hanno provocato i gra­vi incidenti all’università di Roma”». L’aggettivo “grave” forse fu un tantinello esagerato visto che nessuno s’era fatto male sul serio. Qualche contuso e qualche goccia di sangue all’epoca erano “scontati”. Gravi furono gli episodi di persone uccise o suicidate oppure vittime di incidenti d’auto. Ma questo è un altro capitolo.

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