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50° Lotta di Popolo. Il cavaliere di gran croce Tito e l’Europa

La visita ufficiale in Italia di Josip Broz (soprannominato Tito), presidente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, il 2 ottobre del 1969, fu un’offesa alle migliaia di morti infoibati ed ai 350 mila profughi dalmati e istriani. Al dittatore comunista, il presidente Giuseppe Saragat, uomo degli americani da prima che spaccasse il Partito socialista fondando il Psdi a suon di dollari, consegnò la massima onorificenza della Repubblica italiana. Il massacratore di italiani fu, quindi, decorato come Cavaliere di Gran croce con l’aggiunta del Gran cordone (https://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/34253).

All’epoca, noi di Lotta di Popolo guardavamo con attenzione alle soluzioni economiche “non allineate”, pur non dimenticando la barbarie delle foibe. Ho smesso di pubblicare volantini e documenti – che avevamo prodotto in nome del Movimento Studentesco di Giurisprudenza – per fare spazio alle “carte” di Lotta di Popolo. Nella ricerca, ho trovato un volantino ciclostilato nel 1969 in occasione della visita ufficiale di Tito. Non c’è né una firma, né una data. Per quanto riguarda la mancata datazione, non c’è da stupirsi più di tanto: erano più le volte nelle quali dimenticavamo di mettere la data che quelle nelle quali ce ne ricordavamo. Non era sicuramente una prova di sciatteria, ma di quale segno fosse la cosa non saprei dire. Per la firma, invece, ci sono due ipotesi. O il volantino non fu “autenticato” da noi in modo da farlo circolare anche in ambienti nei quali non eravamo ben visti, diciamo così, oppure ci furono motivi di “riservatezza” temendo un’occhiuta polizia a noi particolarmente affezionata.

Lo ripropongo perché il tema fu soltanto l’Europa. Furono ignorati i crimini che causarono l’esodo giuliano-dalmata e sottolineati quelli geopolitici. Tito era stato prima un servo dell’Urss e poi un foraggiato dagli Usa. L’Europa, una e indipendente – recitava il volantino – non può essere né quella economica del Mercato comune o del Consiglio di mutua assistenza comunista, e neppure l’Europa dell’Alleanza atlantica o del Patto di Varsavia.

Le parole d’ordine erano: Né Washington né Mosca; L’unica vera rivoluzione è quella europea; L’Europa sarà il nostro Vietnam.

Qui di seguito il testo integrale:

«L’arrivo in Italia dello jugoslavo Tito avviene in un clima di piena distensione politica, imposta dall’imperialismo sovietico-americano alle nazioni europee.

Tito, servo in passato dell’Unione Sovietica, è divenuto ora strumento dell’americanismo occidentalista (dollari ed armi Usa confluiscono nella Jugoslavia). Ciò significa principalmente:

  • non è possibile distaccarsi dall’imperialismo russo-americano senza avere una coscienza ed una volontà nazionaleuropea
  • non si può uscire dal capitalismo di stato orientale senza finire nel capitalismo oligopolista occidentale, se non si possiede una visione ed una soluzione organica dello stato
  • le potenze antieuropee Usa, Urss, Cina e Vaticano non vogliono che una qualunque nazione europea, affrancatasi da uno dei blocchi d’oppressione, costituisca politicamente ed economicamente una realtà a sé stante. La logica di Jalta viene dunque rinnovata: o servi dei sovietici o servi degli Usa (questi i veri padroni)
  • l’Europa una e indipendente non può essere né quella economica del Mec o del Comecon, né tanto meno quella della Nato o del Patto di Varsavia.

NE’ WASHINGTON NE’ MOSCA.

L’UNICA VERA RIVOLUZIONE E’ QUELLA EUROPEA

L’EUROPA SARA’ IL NOSTRO VIETNAM».

Il volantino era intitolato “TITO, SERVO DELL’IMPERIALISMO, TORNA A CASA!”. Quando erano stati invasi, i cecoslovacchi scrissero sui muri “РУССКИЕ ДОМА”, elegante invito ai carriarmati russi di tornarsene a casa loro. Il “torna a casa” diretto a Tito voleva riecheggiare la Primavera di Praga, ma all’epoca non c’era google e riportare la scritta in cirillico non era roba da ciclostilati.

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