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L’export di democrazia Usa e il costo della benzina

Il barile di petrolio costa di più e la benzina aumenta; immediatamente. Quando il prezzo del barile cala, il costo della benzina diminuisce un po’; e non subito. I petrolieri non sono pie Dame di San Vincenzo; fanno il loro mestiere, che è quello di accumulare profitti. In Italia, però, è lo Stato il petroliere più ingordo. Altre volte internettuale si è occupato dei prelievi ingiustificati (https://internettuale.net/2981/il-petrolio-costa-meno-e-a-noi-la-benzina-costa-di-piu), le cosiddette accise, perciò qui lo spazio è dedicato alle cause dell’aumento del costo del greggio. Che sono molte, ma soltanto all’apparenza. In realtà, a gestire il mercato globale è un solo operatore. Cominciamo dai cattivoni di Teheran.

L’Iran esportava in media 3 milioni di barili al giorno. Oggi, con le sanzioni imposte da Washington, Teheran può contare su meno di un milione di barili al giorno. Non serve disturbare il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per immaginare i danni causati ad un Paese che campa soprattutto dell’export di petrolio. Né per spiegarci che minori quantitativi disponibili di un bene sul mercato comportano automatici aumenti dei prezzi.

Il Venezuela è passato da tre milioni di barili al giorno a circa un milione. Anche questo Paese campa soprattutto di petrolio e la crisi scatenata da Washington per interposta persona ha tolto dal mercato mondiale un altro grosso quantitativo di greggio disponibile. Con ovvi contraccolpi sui prezzi.

La Libia, che prima della “democrazia” imposta dalla triade Usa-Israele-Francia, produceva più di un milione e seicentomila barili di greggio al giorno (a non parlare del gas), oggi non arriva a 800 mila, spartiti a metà tra i due eserciti combattenti.

Sullo sfondo, c’è il fatto che i Paesi musulmani, come Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Yemen, Libia, Nigeria, Algeria, Kazakhistan, Azerbaijan, Malaysia, Indonesia, Brunei, possiedono una quota oscillante, secondo le fonti, tra il 66,2% e il 75,9% delle riserve petrolifere mondiali. La guerra scatenata dagli Stati Uniti contro gli “Stati canaglia” amici e complici dei terroristi coinvolge, dunque, il pozzo petrolifero più grande della Terra. Se si va caso per caso (gli sconquassi in Iran, Iraq, Libia etc.) risultano evidenti i superiori interessi statunitensi. L’immagine prepotente del presidente Trump fa perdere di vista che gli Stati Uniti, chiunque sia il presidente del momento, hanno una strategia immutabile in quanto superpotenza e gendarme del mondo.

Perciò, la sospensione dei “permessi” concessi ad alcuni Paesi, Italia inclusa, di comprare petrolio dall’Iran, non è una “cattiveria” di quel fetentone della Casa Bianca, ma è una mossa sulla scacchiera per dare più fiato alla produzione di petrolio made in Usa.

È noto che gli americani sono diventati esportatori di petrolio grazie all’estrazione di shale oil (cioè estratto dalle rocce di scisto bituminoso), ma con i prezzi bassi del barile il loro guadagno si riduceva alquanto, tant’è che la produzione era scesa a meno di 12 milioni di barili al giorno. Con il barile più costoso, i petrolieri americani riprendono a fare affari d’oro. Ma non debbono essere troppo ingordi perché il maggior costo del petrolio si riflette sui costi di produzione di altri beni con ripercussioni sui tassi di consumo e di occupazione. Per questo Trump ha chiesto all’Arabia Saudita di aumentare la produzione attualmente di poco superiore ai 10 milioni di barili al giorno.

Come si vede, la matassa-petrolio è ingarbugliata soltanto se si ignora il più potente giocatore in campo. Se, invece, questo big player non lo si perde di vista, in ciascuna “voglia di democrazia”, dalla Nigeria all’Indonesia, sentiamo subito la puzza dell’oro nero.

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