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Raffaele Panico: Fiume, l’accanimento Usa e l’alpino quantistico

«Una volta chiesi al presidente di un’associazione giuliano-dalmata come interpretare l’accanimento irrazionale del presidente statunitense Woodrow Wilson contro l’italianità di Fiume. Mi rispose che il maggiordomo di casa Wilson era un croato di Spalato, il quale non faceva che ripetere, scimmiottando il “Delenda Carthago” di Catone, che la Dalmazia era croata e non italiana». Così Raffaele Panico, all’indomani della conferenza “Onore, Patria, Poesia: D’Annunzio e la Reggenza di Fiume”, organizzata a Roma dall’Accademia Angelico Costantiniana, ha aperto il colloquio con www.internettuale.net sulle vicende relative alla Città Olocausta, come fu definita da Gabriele d’Annunzio che nel 1919 l’aveva occupata manu militari.

Maggiordomo croato a parte, per avere un quadro meglio delineato tocca andare qualche decennio indietro.

«Nel 1908, La marina imperiale russa – spiega Panico – aveva prestato i primi soccorsi alla popolazione di Messina distrutta dal terremoto. Da qui la rilettura, l’anno seguente, degli Accordi di Racconigi tra il Re d’Italia e lo Zar di Russia: l’Italia si estendeva nell’Adriatico, per sviluppare la propria influenza nei Balcani. Nel 1911, la “piccola guerra” italo-turca, con l’occupazione della Libia e del Dodecaneso».

Arriviamo poi allo scontro con gli austro-ungarici e alla disfatta di Caporetto. A parte le dinamiche militari e gli errori tattico-strategici, cosa emerge evidente da quei fatti?

Dice Panico: «Appare il dualismo, che ancora oggi persiste, tra Paese reale e Paese legale. Udine, sede del Comando generale militare efficiente, contro la sede di Roma afflitta da parlamentarismo inetto e chiacchierone. A guerra finita, Stato libero di Fiume contro Roma inetta e perfino incapace di stipulare la pace, sicché il Comandante d’Annunzio ribattezzerà “Cagoia” il presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti».

La Prima guerra mondiale, comunque, segna un vero passaggio d’epoca.

«Si può parlare – afferma Panico –  del “Big Bang” della Civiltà europea occidentale latino germanica e così Fiume diventa un sistema al margine del caos post bellico del continente. Il punto di un non equilibrio e anche un abbrivio ossia la apertura di una fase rivoluzionaria e sperimentale; un laboratorio di idee instabili: Guido Keller e l’ufficio colpi di mano…».

Ma come entra in gioco l’alpino quantistico?


«Un fisico nucleare, Emilio del Giudice, distingue tra il moto rettilineo uniforme di un corpo e ciò che accade nella fisica quantistica. Cosa fa l’Alpino “classico” all’ordine ricevuto di pattugliare il confine? Marcia attento con elmetto e fucile ‘alto là chi va là’, e in un certo senso si espone ed è più facile che si becchi una pallottola. L’Alpino “quantistico”, invece, pensa bene a scaldarsi e vincere la paura bevendo una bella bottiglia di grappa, quindi sbanda, cade, ma si rialza. La strategia e tattica teutonica, che avevano avuto successo contro la Russia e, sul fronte occidentale, contro i franco britannici, non funzionano contro gli italiani. Dal turbine del caos-Caporetto nasce un nuovo confine psicologico. Si sviluppa il dialogo tra ufficiali e soldati semplici voluto da Armando Diaz. L’inerzia, che impediva di cambiare strategia e tattiche, svanisce in un sistema che spontaneamente si ricompone e si adatta fino a vincere a Vittorio Veneto».

C’è una lezione che si potrebbe trarre?

«Il moto rettilineo uniforme – la guerra classica e la politica inerte incapace di innovazioni – aveva portato alle sconfitte. Dopo cento anni – conclude Panico – potremo ancora vincere mediante il pensiero quantistico coadiuvato dall’intelligenza artificiale…».

Un bel salto dalla Fiume dannunziana, non c’è che dire.

 

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