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Enzo Maria Dantini: dott. prof. ing. minerario extraparlamentare

«I numeri non hanno memoria»: tagliò corto. Stavo raccontando a Enzo Maria Dantini di mia nonna Lucia, la madre di mio padre, la quale al Lotto azzeccava ambi e terni con incredibile regolarità, e lui citò il Caso perché, in teoria, disse, un numero potrebbe anche non venir mai estratto oppure estratto per innumerevoli volte di seguito. Alcuni decenni dopo, un insegnante di matematica con una discreta popolarità televisiva disse, mi pare al “Maurizio Costanzo Show”, che il “Superenalotto”, il nuovo gioco di prossima uscita, aveva tutte le caratteristiche della truffa in quanto la combinazione vincente era stata strutturata in modo che non sarebbe mai stata azzeccata. È stato smentito dai fatti: il Caso è più forte dei numeri. Anche servendosi di un sofisticato calcolo delle probabilità, della stocastica, dei frattali e di altri strumenti di alta matematica, l’uscita di un ambo resta imprevedibile.

Il Caso (parlare di Fato o di Destino mi sembrerebbe blasfemo) ci aveva fatto incontrare sulla scalinata della facoltà di Giurisprudenza occupata, in una bella giornata di sole del 1969. Dantini (che non era ancora docente universitario nella facoltà di Ingegneria alla Sapienza) mi parve uno dei tanti curiosi che frequentavano la facoltà per vedere i “rivoluzionari” che occupavano. Mi sono sbagliato un sacco di volte nella mia vita ma quella volta fu davvero madornale: Dantini era già uno dei protagonisti delle lotte politiche a Roma e aveva una grande fama di picchiatore. Aveva la testa rapata (all’epoca non era di moda) e mi spiegò che era appena rientrato dalla Sardegna, dove aveva lavorato in miniera: «La polvere di carbone – concluse – è micidiale per i capelli» (ma, come si vede dalla foto, i capelli erano un problema per lui). Poi si divertì parecchio a farmi domande sull’occupazione. Quando mi chiese divertito come mai io, napoletano, stessi lì ad occupare, replicai: «Sono di Salerno. Noi siamo dorici, i napoletani sono greculi». Era una formuletta sbrigativa e molto approssimativa che recitavo meccanicamente quando mi definivano “napoletano”. Nello sguardo ironico di Dantini avevo intravisto anche quel misto di razzismo e spocchia che produceva bolsi mitologemi ruotanti intorno a “spaghetti e mandolino”. Stavo per incazzarmi, quando arrivò Franco Papitto, uno dei leader dell’occupazione, e se lo portò via.

Enzo Maria è stato uno dei miei capi a Lotta di Popolo (l’altro fu Leucio Miele; https://internettuale.net/3051/leucio-miele-il-capo-carismatico-sconfitto-dal-cancro) e la sua morte mise una pietra tombale anche sulla mia voglia di fare politica. Ho provato, nel corso degli anni, a farmi coinvolgere in azioni politiche, senza riuscire a trovare l’entusiasmo passionale che persone come Enzo Maria e come Leucio scatenavano con la sola loro presenza.

Dantini fu un capo “militare”, nel senso dell’organizzazione (non facemmo mai lotta armata). Negli scontri era duro e preciso. Non ci fu mai un avversario in grado di tenergli testa: né a Milano tra i cosiddetti katanga di Mario Capanna, né a Roma tra gli avanguardisti autonomisti operaisti di via dei Volsci, né altrove. Era dotato di una energia eccezionale, niente era in grado di fermarlo: alla facoltà di Architettura, dove i compagni assediavano nell’aula 4 una ventina di studenti di un gruppetto di destra, sfondò una porta nonostante fosse stato colpito in fronte da uno sgabello fra i tanti scagliati mentre salivamo le scale.

Su Dantini si potrebbe scrivere un libro, farci un film, girare una fiction a puntate. Appassionato di chimica fin da bambino (sperimentando con una confezione di piccolo chimico fece quasi saltare per intero la cucina di casa), fece parte dei “Volontari Nazionali”, gruppo paramilitare del Msi di Michelini, fu attivista del Fuan-Caravella, sezione eretica del Msi di Almirante, fu uno dei protagonisti di Primula Goliardica di Randolfo Pacciardi, fu tra i fondatori di Lotta di Popolo.

Oltre che compagni di lotta diventammo amici. Dopo lo scioglimento di Lotta di Popolo impiantammo una libreria come premessa ad una ricostruzione dell’impegno politico non criminalizzabile dall’apparato politico (nonostante Almirante fosse subito intervenuto alla Camera per additarci come pericolosi estremisti; poco tempo prima mi aveva accusato di essere un comunista mascherato) e perciò non immediatamente perseguitabile dalle guardie.

Per qualche anno ho anche abitato a Rocca di Papa, dove lui era nato e amava vivere, e il ricordo delle nostre domeniche paesane mi riscalda ancora.

Ho sempre pensato che Dantini fosse indistruttibile. Finì in galera più volte e, nel corso degli anni, gli furono scatenati contro non so quanti pentiti. Detenuto a Rebibbia organizzò un gruppo che elaborò documenti politici straordinari perché parteciparono anche “terroristi” di sinistra. Prima o poi compariranno tra le carte del mio archivio in perenne sistemazione e li pubblicherò qui.

Molti non ricordano e moltissimi non lo sanno, ma in quegli anni era frequente che un “estremista” fosse suicidato in carcere, che un “terrorista” fosse ucciso a sangue freddo, che un “extraparlamentare” fosse arrestato senza badare troppo al codice. Una volta il docente universitario nonché ingegnere minerario e socio della “Società Ingegneria Esplosivi” Enzo Maria Dantini fu addirittura accusato di aver chiesto un po’ di esplosivi per fare bombe! Lui che aveva accesso a ogni tipo di esplosivo sia perché di professione faceva saltare in aria le cose (a Palermo abbatté la vecchia sede delle Poste senza che l’onda d’urto rompesse nemmeno un vetro degli edifici intorno) e sia perché insegnava agli studenti di arte mineraria come far saltare la roccia. Un vignaiolo non va a comprare uva dal fruttivendolo, allo stesso modo Dantini non aveva bisogno di chiedere ad altri per procurarsi C-4, dinamite, amatolo o qualsivoglia altro esplosivo.

Non che fosse incapace di progettare azioni terribili (ho già raccontato qualcosa al riguardo), ma la denuncia di quel pentito fu una chiara persecuzione poliziesca. Fu bandito dall’università e i giornali scrissero le peggio cose, ma dopo qualche anno fu riammesso all’università con tante scuse giacché la sentenza del tribunale non lasciava dubbi sulla sua innocenza.

Enzo Maria Dantini se ne andò colpito da infarto il 21 aprile del 2004 mentre era in missione a Sora. Aveva 64 anni e la sua morte ci colpì all’improvviso. Non se l’aspettava nessuno. Sono passati 15 anni e ancora mi capita di parlarne con qualcuno come se fosse ancora vivo.

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