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Raffaele Panico a Santa Maria in Portico: Stato estetico a Fiume

Oggi, martedì 16 aprile, alle 17,30 a Roma, in Santa Maria in Portico in Campitelli, si svolgerà una tavola rotonda organizzata dall’Accademia Angelico Costantiniana sul tema “Onore, Patria, Poesia: D’Annunzio e la Reggenza di Fiume”. Tra i relatori c’è anche l’amico e collega Raffaele Panico (Premio per la Cultura nel 2003 e nel 2005), il quale parlerà della “Costituzione estetica”, cioè della Carta del Carnaro promulgata l’8 settembre del 1920. È un intervento articolato su diversi piani: il diplomatico (rapporti internazionali dell’Italia e di Fiume occupata), lo storico (i precedenti e i contraccolpi del primo conflitto mondiale) e sul piano politico con particolare attenzione alle posizioni della Massoneria. La lunga disamina si focalizza sulla creazione a Fiume del cosiddetto “Stato estetico”. «Nei 16 mesi dell’esperienza dannunziana a Fiume – leggiamo nella relazione di Raffaele Panico – viene elaborato il progetto di una costituzione per uno “Stato estetico”; l’idea dell’“ästhetischer Staat” viene elaborata da Friedrich Schiller nel contesto storico degli eventi della Rivoluzione francese, tra il 1793 ed il 1795, quando redige i Briefe. “Dal momento che un buono Stato non deve mancare di una costituzione – scriveva Schiller – questa si può esigere anche dallo Stato estetico. Io non ne conosco ancora una e posso sperare, perciò, che un primo saggio, destinato da me a questa rivista, sarà accolto con indulgenza”…».

Il “promemoria” sullo “Stato estetico” si riallaccia anche alla singolarità dell’esperienza dannunziana. «Nell’ultimo romanzo di Gabriele d’Annunzio “Forse che si forse che no” (1910), – leggiamo nella relazione di Panico – il protagonista è un aviatore votato alla conquista del cielo (…) Il dannunziano fuoco letterario diventa la fiamma, il simbolo  degli arditi e a guerra finita, alcuni di questi soldati formarono a Fiume la legione delle Fiamme nere, per simboleggiare il fuoco purificatore e la tempra dell’acciaio per far risorgere Fiume dal “colposo oblio”. Nei sedici mesi della Reggenza del Carnaro, il poeta guerriero celebrava numerose feste nazionali con vari pretesti e diversi cerimoniali: il mito si istituzionalizzava attraverso il potere politico. Le azioni eroiche, i martiri venivano identificati con le bandiere simbolo di rigenerazione nazionale. A Fiume il poeta rimase su una concezione spirituale dell’esercizio dello stile politico: “noi apparteniamo ad una patria diversa…noi crediamo negli eroi”…». E ancora: «L’elemento mistico religioso era la concezione del popolo come organismo unitario e compatto, un “corpo mistico” da governare con virtù e bellezza. La liturgia si concretizzava nella concezione nella Decima corporazione, che insieme alle altre erano sancite nella Carta del Carnaro. La Decima era riservata, era la stessa forza mistica ed operosa del popolo destinata ai nobili fini e orientata all’uomo nuovo…».

Qui entra di prepotenza la questione dello sfruttamento capitalistico. Leggiamo Panico: «Nel fiumanesimo, gli italiani si atteggiavano anche a momento unificante della redenzione delle classi sociali europee oppresse come la nazione italiana, la prima da liberare perché da troppi secoli vessata dagli stranieri, e intendevano esportare la rivoluzione fiumana nel mondo… (…) ottenendo risonanza presso le élites di sinistra degli altri popoli e delle classi sociali sfruttate dal falso parlamentarismo liberal-democratico borghese e capitalistico». «Mille uomini – leggiamo ancora – che stracciavano i protocolli della diplomazia e calpestavano l’ipocrisia dei politicanti speculatori per piantare le tavole del diritto italiano. Ecco il laboratorio fiumano “estetico” raccolte da Gabriele d’Annunzio dopo appena 60 anni di vita nazionale dello Stato italiano monarchico. L’apoteosi della tradizione italica, genti use ad affrontare grandi problemi, risolti da minoranze spesso disperate, a cui le moltitudini, poi divenute masse, se vedono soluzioni vincenti, delegano e lasciano fare».

E i rapporti con la religione? «A Fiume – annota Panico – converge la giovinezza italiana, la tradizione cristiana autentica ma, occorre precisare, anche la rottura decisa con la tradizione della Chiesa, al contrario del dalmata italiano Niccolò Tommaseo in polemica con il Machiavelli, perché dai tempi di Gregorio Magno – la Chiesa – non solo non si era mai posta il problema di formare una coscienza nazionale, ma continuava l’oscura tradizione che vede nelle fatiche del lavoro il giusto prezzo da pagare per il peccato originale. La Chiesa ha voluto evidenziare il lavoro come fatica per espiare le colpe dell’amore profano. Una maledizione che, per la verità, è presente anche in altre civiltà, tanto che il lavoratore era schiavo con il paganesimo, servo della gleba sotto il feudalesimo e salariato con la società industriale. Questa tradizione è così inveterata che anche i socialisti – scrivono i Fiumani – ripudiavano il concetto di nobiltà del lavoro, riprendendo il tema del lavoro come fatica, perché, la società borghese, ha voluto ingannare con una menzogna il proletariato sulla presunta nobiltà del lavoro, in quanto, il lavoro, altro non è che una pena, e la redenzione la si può portare solo attraverso una rivoluzione socialista e l’avvento di una società di uguali. Ma, Fiume, dove convergevano elementi rivoluzionari, socialisti, sindacalisti, anarchici, interventisti, nazionalisti, avventurieri, personaggi marginali e altri ancora, questo laboratorio politico sociale di Fiume, no, non ci stava a questa visione del male che era insito nei rapporti tra gli uomini, tra l’uomo e la società civile a cui appartiene».

Appuntamento, dunque, oggi pomeriggio a Roma, in Piazza Campitelli, 9.

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