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L’Europa è un millenario lavoro in corso

L’Europa non è mai esistita, se non nel mito o nei sogni di pochi. Le guerre di religione, i conflitti per i confini nazionali, le dinastie egemoniche in lotta fra loro, gli scontri fra le filosofie, le incomunicabilità di lingue e di costumi hanno scavato profondi solchi sanguinosi. Lungo i secoli, i popoli europei si sono massacrati a vicenda; fino all’altro ieri, quando hanno combattuto scatenando addirittura due guerre mondiali. Niente sembra unirli. Parlano lingue diverse, pregano in modi diversi, hanno tradizioni diverse. Eppure, la costruzione dell’Europa va avanti. È soltanto una questione economica? Usiamo la stessa moneta perché ci conviene? E, se è così, perché conviene a Parigi e non a Londra? Ai tedeschi e non agli svedesi? O ancora: si costruisce l’Europa perché l’impone la globalizzazione?

Parlando a Berlino, nel 1949, a proposito della necessità di un’unione sovranazionale fra gli Stati europei, il filosofo spagnolo Ortega y Gasset (1883-1955) aveva spiegato che l’Europa preesisteva agli Stati nazionali in quanto entità culturale e morale. E aveva sottolineato quanto fosse difficile comprendere che la realtà dell’Europa era l’unità: una unità dinamica fondata sull’equilibrio politico e spirituale di una pluralità di soggetti.

L’Europa non si misura. L’Europa è senza dimensioni. Quali sono i suoi confini? E quan­do sono stati tracciati? Tuttora l’Europa è in fieri. Un millenario lavoro in corso.

A parte l’Europa dislocatasi quattro secoli fa in America del Nord, ci sono pezzi d’Europa anche in Giappone, che entrò nel novero delle grandi potenze grazie a “consiglieri” francesi e tedeschi (la traccia della riforma del diritto, per esempio, fu il codice napoleonico). Sulla “europeizzazione” del samurai, è malinconica l’ironica definizione che ne diede il poeta giapponese Yukio Mishima (1925-1970): «Quando il marchese è andato all’estero per completare gli studi, ha assimilato certe usanze straniere. Prima ospitava la sua amante sotto lo stesso tetto con la moglie; ora invece l’ha installata in una casa che ha preso in affitto al capo opposto del cancello d’ingresso, ossia a circa un chilometro da casa sua. In altre parole, un chilometro di europeizzazione».

In breve: il tempo dell’umanità intera è stato scandito dalle diastole e sistole del cuore Europa. Popoli e cul­ture, i più lontani, si europeizzano quando l’Europa arriva fino a loro. L’Europa ha viaggiato sulle navi di Colombo e Magellano, di Caboto e Cook. Ha caracollato con le carovane di Marco Polo e con gli eserciti coloniali. Pezzi d’Europa sono in Africa, in India come in Cina. Dallo stretto di Gibilterra a Vladivostok, non c’è un solo popolo estraneo all’Europa. L’Europa riposa nel profondo di una identità che è andata smarrita o che ha assunto connotati diversi (e pensiamo all’Europa che è cresciuta in America). È un fiume che scorre alla luce del sole, poi diventa sotterraneo, riappare qua e là all’improvviso, ma è inarrestabile. Individuati i caratteri essenziali dell’identità europea sarà più agevole costruire l’Europa di domani. La forma istituzionale sarà il risultato di un lavoro nel tempo. Senz’altro ce ne vorrà meno di quanto ne sia servito per la formazione dello Stato moderno.

Scriveva in proposito il sociologo-economista tedesco Werner Sombart (1863-1941) (1925): «Lo Stato moderno, sebbene in un certo senso possa farsi risalire alla Costituzione di Federico Il per la Sicilia, si deve far sicuramente derivare dagli Stati cittadini dell’Italia settentrionale e centrale, nei quali si sono sviluppate completamente nel XIV secolo le due idee fondamentali dello Stato assoluto: il razionalismo e la pluralità delle funzioni statali». Dall’Italia all’intero mondo civilizzato. Idem per il capitalismo. Scriveva Sombart: «Il capitalismo è nato dalle profondità dell’anima europea. Il medesimo spirito, dal quale sono nati il nuovo Stato e la nuova religione, la nuova scienza e la nuova tecnica, crea anche la nuova vita economica (…). Sono gli “intraprendenti” che conquistano il mondo; i creatori, i vivi. i non contemplativi, i non gaudenti, coloro che non fuggono il mondo e non lo negano (…). Questo spirito di intrapresa si manifesta nella religione e nella chiesa, dove vuole liberare, emancipare; nella scienza, dove vuole spiegare; nella tecnica, dove vuole inventare, sulla superficie della terra, dove vuole scoprire».

Gli episodi di rotture e di divisione dobbiamo vederli come fasi d’eruzione di un vulcano. Conta la materia che è dentro e sotto il vulcano.

 

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