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In piazza i giovani che vivono. A casa quelli che sopravvivono

È stato un inno ai giovani, alla loro “maturità”, alla “fantastica” prova di mobilitazione. Le manifestazioni in difesa del clima hanno riempito i media. Tutti orgogliosi di vedere milioni di giovani marciare pacifici. Sullo sfondo, una delle mistificazioni contemporanee: all’importanza data ai giovani, corrisponde una sorta di svalutazione di chi giovane non è. Eppure, le giovani generazioni, restando in Europa, sono una minoranza. La quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15-24 anni) ha un’incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15-34enni si è contratta dell’8%. L’Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di età compresa tra 15 e 34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue è quello con la più bassa quota percentuale di giovani, diminuita nel corso del decennio del 9,3%. Sono dati riportati nel Rapporto 2018 del Censis. Nonostante siano una minoranza, in Europa, è maggioritario lo spazio che si dà ai giovani sui media. Probabilmente, si tratta di consumatori più facili a conquistare. Costituiscono una ricca riserva di caccia per venditori di telefonini, playstation e in genere di tutto ciò che fa moda e tendenza a cominciare dalle mutande. Se la gran parte di loro indossa i pantaloni che un tempo sfoggiavano i clown nel circo per far ridere la gente, è evidente che a loro si può ammannire di tutto.

A parere di chi scrive, comunque, chi scende in piazza e manifesta è uno che vive. Gli altri sopravvivono. «Col passare degli anni, con la necessità, pei più, di affrontare i problemi materiali ed economici della vita – scriveva Evola in “L’arco e la clava” – non v’è dubbio che tale gioventù, divenuta adulta, si adatterà alle routines professionali, produttive e sociali di un mondo come l’attuale, con il che, peraltro, passerà semplicemente da una forma ad un’altra forma di nullità».

E ancora: «…nel ribelle, in colui che non si adatta, nell’asociale è in via di principio da vedersi l’uomo sano. In un mondo anormale i valori si capovolgono: colui che appare anormale rispetto all’ambiente esistente è probabile che sia proprio lui “normale”, che in lui ancora esista un resto di energia vitale integra…».

La massima fregatura della cosiddetta “democrazia politica” è in un sistema il quale, pur senza presentare forme politiche “totalitarie” soffoca la vita, colpisce la personalità e il giovane si getta allo sbaraglio spesso – precisava Evola – obbedendo ad impulsi i quali, invece che avanti, lo portano più indietro quando cerca di colmare come che sia il vuoto e il non-senso della vita. Dinanzi a giovani senza radici, i quali non sopportano discipline, vivono allo sbaraglio e si ribellano, si pone uno scintillante ipermercato di oggetti effimeri, che vengono sostituiti a volte nel giro di qualche settimana.

Scriveva Evola: «Il problema, in definitiva, è quello della sostanza umana. Unicamente per tutto quel che è anticonformismo pratico, smitizzazione, fredda non identificazione con tutte le istituzioni della società borghese non vi è nulla da obiettare, quando questa linea viene seriamente seguita da una nuova generazione… A questi giovani la prima cosa da raccomandare è la diffidenza per forme di interesse e di entusiasmo che potrebbero essere soltanto biologicamente condizionate, ossia dovute alla loro età».

Se il giovane in rivolta respinge tutti i valori, tutta la “morale” della società esistente, a quali valori lo si potrebbe richiamare?.

«Il coraggio, la lealtà, la non tortuosità, la ripugnanza per la menzogna, l’incapacità di tradire, la superiorità ad ogni meschino egoismo e ad ogni basso interesse – annotava Evola – possono essere annoverati fra tali valori che, in un certo modo, sovrastano sia il “bene” che il “male” e vertono su un piano non “morale” ma ontologico: appunto perché danno un “essere” o lo rafforzano, di contro alla condizione presentata da una natura labile, sfuggente, amorfa».

Qualche altro dato Censis: dei giovani tra i 14 e i 29 anni, il 90,2% usa internet, l’86,3% ha smartphone con connessioni mobili e l’85,1% è sui social. Il 53,3% tra i giovani under 35 è convinto che oggi chiunque possa diventare famoso. Il 41,6% tra i 18 e i 34 anni, ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente “fondamentale” per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio.

Ma ciò che dovrebbe più spaventare è il tasso crescente di ignoranza (a proposito: chiedete ai giovani manifestanti per il clima quanto incidano le tempeste solari, per esempio). Un’indagine Ocse-Pisa ha registrato le basse performance dei quindicenni: il 21% ha conseguito risultati insufficienti in lettura (il 19,7% è la media Ue), il 23,3% in matematica (22,2% media Ue) e il 23,2% in scienze (20,6% media Ue).

Quei giovani che hanno affollato le strade del mondo (“Fridays for future” ha interessato poco meno di 1.800 città in 112 Paesi) hanno comunque mostrato una certa capacità di entusiasmo e di slancio, di dedizione incondizionata, di un distacco dagli interessi puramente materiali e egoistici.

«La norma qui – aggiungeva Evola – dovrebbe essere di fare quel che deve essere fatto con la disposizione a battersi, eventualmente, perfino su posizioni perdute».

Il 14% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato i percorsi di istruzione (dati 2017 elaborati dal Censis).

Invece di elevare isterici peana se un giovane manifesta per la pace nel mondo, sarebbe ora di parlargli sul serio, perché qui è del futuro dell’Italia (e dell’Europa) che urge occuparsi.

 

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