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L’Italia delle mance non è una vergogna del passato

Cominciamo daccapo. E vediamo di vederci un po’ più chiaro. Di fronte alle miserabili storie di corruzione c’è stato un generale ipocrita «ooh!» di sorpresa. Ma dove vivevano questi benpensanti scandalizzati dalle tangenti? Qualsiasi cittadino di questa moribonda repubblica sapeva che il sistema della corruzione era (ed è) connaturato al sistema tout-court. Era sufficiente andare in pensione per scoprire che senza un autorevole appoggio… etc.etc. Bastava partecipare ad un pubblico concorso per sapere… etc.etc. Un attestato di invalidità? Una veranda sul balcone della cucina? Un ricovero in ospedale? Una qualsiasi sanatoria? La risposta era (ed è) sempre la stessa: ci vuole una “maniglia”, bisogna “ungere”, “una mano lava l’altra” (e tutt’e due si fregano l’esciugamano).

L’insufficienza della Pubblica amministrazione è stata efficientemente coltivata per conservare i giganteschi flussi di favori, di voti e di soldi.

Il costruttore, che ha messo mano al portafoglio per essere pagato in tempi ragionevoli dal pubblico appaltatore ed evitare il fallimento, ha scoperto presto che avrebbe potuto battere la concorrenza e procurarsi altri appalti ricorrendo al portafoglio. L’agricoltore, che ha dovuto “ungere” per ottenere i contributi previsti, ha poi capito che con la bustarella riusciva ad ottenere anche contributi che non gli erano dovuti.

Chi ha preso una mancia per fare meglio il proprio lavoro s’è accorto che ne poteva prendere di più sostanziose facendo qualche piccolo “strappo”.

Il sistema-tangenti molto democraticamente si è reso accessibile a tutti. A mutare erano (e sono) soltanto le quantità della mancia.

C’è ancora qualcuno che paga le contravvenzioni senza cercare illecite scuppatoie; sopravvive qualche commerciante che paga il dovuto e non “gioca” sui saldi e sulle fatture; ai concorsi si presenta tuttora (ma da dove viene?) un non-raccomandato; resiste qua e là qualche esemplare di impiegato pubblico che non svolge il secondo lavoro (senza ricevute e senza tasse); c’è persino qualche giornalista onesto, non lottizzato, non inquadrato, non cooptato.

Senza andare a fotografare ville in Costa Azzurra e senza importunare le banche svizzere, i segni tangibili dei veloci arricchimenti sono sotto gli occhi di tutti. Le nostre coste sono aggravate da superfetazioni di ville e villini, per i nostri paesi rombano potenti motociclette e lussuose automobili. Il cittadino guarda e ammicca: hai visto? s’è fatta la piscina; guarda: pure i campi da tennis.

Mentecatti che si sono distinti per la loro vacuità, improvvisamente diventano “qualcuno” e girano attaccati al telefonino. Perché questi «ooh!» di meraviglia? Chi volete prendere in giro? C’è davvero fra gli appartenenti al ceto politico dominante chi creda in tutta sincerità che si tratti di un bubbone su un corpo sano? Che creda seriamente sia possibile estirparlo senza eccessivi danni? Che basti qualche comunicazione giudiziaria per restituire dignità e credibilità a tutto un ceto politico?

Troppi «ooh!» si debbono ancora pronunciare. I comunisti di Mosca davano soldi ai comunisti di Roma? E giù un altro «ooh!». I partigiani hanno ammazzato anche per futili motivi? E via con la “triste” sorpresa. La mafia ha aiutato gli americani a sbarcare in Sicilia? La mafia ha aiutato la repubblica a frenare le rivolte popolari? La mafia gestisce voti e politicanti? Ma quante novità! Quante rivelazioni che nessuno sospettava!

Oramai la meraviglia si sviluppa a tutto campo. C’è l’attrice che rivela (udite, udite) che il regista le ha fatto proposte sconce. C’è il rigoroso antifascista che ha scritto in gioventù lettere d’amore al Duce: divampa la polemica e molti confessano stupore e incredulità. L’elenco delle “novità” potrebbe riempire tutto il giornale; e per diversi numeri. La verità è che il pentolone ha fatto saltare il coperchio. E’ arrivato il momento che le cose debbono essere dette. E’ l’ora di una catarsi collettiva. La vera “liberazione” d’Italia può partire solamente da un autodafè di tutti: una confessione piena ed aperta.

Basta con le ipocrisie: giù le maschere. E le penitenze saranno meno gravi. Altrimenti, si salvi chi può.

Riordinando l’archivio, ho trovato questo articolo pubblicato dal quindicinale Benevento il 10 luglio del 1992 con il titolo “Giù le maschere!”. Ho fatto il copia e incolla, perché a quanto vedo (sia pure da un paesino calabrese) non è cambioato granché negli ultimi ventisette anni. Che dietro la storia della “via della seta”, ci sia una faccenda di “mance”, non lo posso affermare, ma non posso negare che lo sospetto.

 

 

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