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50° Lotta di Popolo. A Legge costruimmo due binari

Coinvolgere gli studenti di Legge non era impresa facile. A differenza dei compagni di Lettere, loro non avevano nessuna intenzione di combattere il “sistema”. La vita sorrideva fin dalla culla ai rampolli di notai, di avvocati, di diplomatici, di docenti universitari… gli iscritti a Giurisprudenza in quel 1969 li si poteva definire tranquillamente “piccoli borghesi” con problemi di settimane bianche, di crociere, di grosse motociclette. Erano, però, sensibili ad un programma di ristrutturazione funzionale della Facoltà. I baroni delle cattedre facevano e disfacevano a loro comodo: per fissare l’esame di laurea bisognava pregare santi in cielo e in terra, se si saltava una sessione d’esame, toccava aspettare la prossima (erano semestrali)… c’era, dunque, parecchio da fare per migliorare lo stato delle cose. Noi seguimmo, così, due binari paralleli. Da una parte, la battaglia per l’abolizione degli scritti di Amministrativo (scoglio contro il quale i più si infrangevano miseramente), dall’altra, l’immissione di tematiche estranee all’università. Detto per inciso: parlare dell’imperialismo russo-americano era soltanto in apparenza una digressione; in realtà, l’Italia non era affatto sovrana in quanto dipendeva da quel duopolio e, di conseguenza, l’Università era condannata ad essere un innocuo laureificio.

In un documento di febbraio, intitolato “DAGLI APPELLI MENSILI ALL’AUTOGESTIONE”, denunciavamo «l’assenteismo del corpo docente» e la “truffa” della riforma Sullo alla quale contestavamo «di affermare l’autonomia dell’Università, ma di negarla poi introducendo nei “ConsigIi” chiave i rappresentanti politici e del potere economico». «…lo studente – scrivevamo – invece di essere soggetto creativo e critico é soltanto oggetto di mistificazioni culturali, roteIIina ben lubrificata, razionalizzata e preparata per essere inserita nell’ ingranaggio della società». Timidi tentativi di allargare l’orizzonte di un’occupazione nata su rivendicazioni sindacali.

Raccontavamo agli studenti ciò che era accaduto in precedenza. L’occupazione era come una telenovela: ad ogni puntata c’erano novità. «Appena la facoltà venne occupata – si legge nel documento – iI preside Nicolò venne per cercare di convincere gli occupanti a Iiberare, dicendosi nettamente contrario egli stesso al progetto Sullo; invitato a manifestare il proprio dissenso insieme alla protesta degli studenti, iI “preside” si rifiutò e rifiutò anche di discutere seriamente con gli occupanti i vari e gravi problemi della facoltà; il Consiglio di facoltà, riunitosi in esilio al Rettorato, adottò la linea dura di negazione completa, convinto che la “base” studentesca non avrebbe dato il suo appoggio all’occupazione».

 

Professori e assistenti conoscevano i loro “polli”, sapevano che non avrebbero mai rischiato carriere in gran parte prestabilite in famiglia. Ricordo che anche alcuni di noi occupanti tremavano all’idea di essere fermati dalla polizia: bastava un nonnulla per macchiarsi la fedina penale e addio concorso in magistratura.

Un avversario tosto fu il preside Rosario Nicolò: era un avvocato da parcelle milionarie. Riuscimmo a neutralizzarlo sciorinando documenti presi nel suo studio: c’erano spese folli, lettere compromettenti… trovammo perfino una denuncia per patrocinio infedele.

«Il Preside – continua il documento – venne il giorno dopo in assemblea cercando di dividere la base studentesca con le proprie fumesterie: gIi furono contestate la propria malafede e rivelati alcuni documenti, la propria indegnità ad essere preside e professore di diritto: esaminata la finanza “allegra”, gIi intrallazzi e gli ammanchi, gli studenti si convinsero ancora di più della necessità di una autogestione della facoltà. La repressione accademica si scatenò subito dopo con denunce per fantomatici furti che sarebbero stati compiuti dagli studenti di legge nella facoItà di statistica: si metteva così ancor più a fuoco iI problema dell’autonomia dell’Università, autonomia che non vi può essere con la polizia nell’Ateneo (dopo ciò contro iI commissariato dell’università si aveva una violenta manifestazione)».

«Oltre ad altri argomenti di carattere strettamente politici (Trattato di non proliferazione, CecosIovacchia, Spagna, Imperialismo Russo-Americano) – leggiamo più avanti – si continuava a sensibiIizzare gli studenti sulla necessità di svincolare l’Università dall’attuale sistema e di fare dell’Ateneo un centro di disfunzione e di critica permanente del sistema».

Riprendendo in mano, dopo mezzo secolo, volantini e documenti, gli orrori di grammatica e gli errori nel periodare mi fanno tenerezza. A suo tempo, m’infuriavo quando un ciclostilato usciva senza una preventiva “correzione di bozze”, ma la situazione di continua provvisorietà influiva anche sulla comunicazione.

Di questo documento, che alla fine proclamava la “libera facoltà di Giurisprudenza”, è profetica una frase: «L’UNIVERSITA’ AUTOGESTITA E’ IL PRIMO PASSO PER LO STATO GESTITO A TUTTI I LIVELLI DIRETTAMENTE DAL POPOLO…». Ancora non lo sapevamo, ma stavamo già costruendo il movimento “Lotta di Popolo”.

In un volantino, intitolato “Dalla Facoltà di Giurisprudenza occupata” (e perfino datato; era il 30 gennaio ’69), denunciavamo «l‘atteggiamento del Corpo Docente, il quale ha respinto tutte le nostre richieste: appelli mensili per i fuori-anno e i fuori-corso; abolizione delle prove scritte; inequivocabili garanzie sulla regolare conduzione degli esami…» e annunciavamo: «Nella Facoltà occupata continua la libera attività di ricerca degli studenti: alle ore 10, Assemblea informativa sui temi dell’occupazione e sul lavoro svolto nelle Commissioni e nelle Assemblee dei giorni scorsi; alle ore 12, discussione sui fatti di Praga e sulla loro lezione di libertà per la Gioventù Europea».

Facevamo correre il nostro convoglio rivoluzionario su due binari, anche perché non avevamo come i compagni di Lettere una “bibbia” da osservare e rispettare.

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