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50° Lotta di Popolo. Le nostre rivendicazioni “sindacali” a Legge

Come facemmo a mobilitare gli iscritti a Giurisprudenza? La maggior parte non si interessava di politica e c’era una minoranza di giovani di destra che facevano riferimento al Movimento sociale italiano (Msi), alle sue organizzazioni giovanili come il Fronte universitario di azione nazionale (Fuan) o alla miriade di movimenti che si autodefinivano fascisti come Avanguardia nazionale (An), Ordine nuovo (On), L’Orologio e altri. Va detto che i giovani del Fuan che operavano all’università di Roma erano giudicati eretici dai vertici del partito. Si distinguevano dai loro camerati del resto d’Italia già nel nome che era Fuan-Caravella. Alcuni dei promotori del Movimento Studentesco di Giurisprudenza provenivano dalla Caravella. Altri dal movimento giovanile di Nuova Repubblica fondato da Randolfo Pacciardi, già combattente antifascista in Spagna e ministro della Difesa nei primi anni del dopoguerra italiano.

Nel gruppo che occupò a Roma la Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza non mancavano un paio di anarchici, qualche deluso dalla politica politicante (me incluso), qualche rivoluzionario innamorato di Lin Piao e di Mao Tse Tung (come si scriveva all’epoca) fino a una persona come Walter Spedicato (morto poi in esilio) che amava presentarsi come “mazziniano d’assalto” (e c’è poco da ridere, Mazzini non fu affatto il candido vecchietto risorgimentale che insegnano a scuola).

Eravamo tutti in cerca di un approdo che non c’era. Intuitivamente avvertivamo di aver cominciato la costruzione di qualcosa di nuovo ma razionalmente nessuno di noi era in grado di dargli un nome.

Avevamo preso a prestito qualche headline della contestazione francese e proclamavamo: «La bandiera nera può morire e la rossa anche».

A Legge era necessario mobilitare gli studenti con qualcosa di concreto, di utile, di immediatamente raggiungibile. Nessuna palingenesi universale, bensì una empirica visione terra terra.

Così attaccammo su rivendicazioni “sindacali”, tipo appelli mensili, abolizione degli scritti di privato et similia che attiravano ragazzi e ragazze alle nostre assemblee. Quando ci sentimmo abbastanza radicati, facemmo votare dall’assemblea l’occupazione.

Qui propongo due documenti relativi al dialogo che tentammo di instaurare con il preside della Facoltà, il potentissimo Rosario Nicolò (del quale parlerò più diffusamente in un altro momento).

In una lettera aperta a lui indirizzata, lo informavamo di avere dalla nostra parte una squadra di assistenti e appoggiavamo la loro richiesta di un incontro pubblico del Consiglio dei Professori.

Scrivevamo tra l’altro che l’Assemblea di lunedì 3 febbraio avrebbe proseguito «l’esame sulla ristrutturazione della Facoltà» per cui era invitato a partecipare e ribadevamo che «la presenza del Corpo Docente sia elemento essenziale per giungere ad una pronta, quanto soddisfacente risoluzione dei problemi proposti». Nicolò venne ed io ebbi uno scontro con lui, per cui fui rimproverato per aver tirato troppo la corda. Questo è comunque un episodio marginale.

Nell’altro documento intitolato “L’Università muore”, denunciavamo un sistema che organizzava i corsi di studio «in funzione del produttivismo più esasperato» e come «una fabbrica di pezzi di ricambio». Accusavamo, inoltre, il preside Nicolò di aver fatto il pesce in barile contestando a parole la riforma Sullo e nei fatti ordinando (invano) di rubarci il ciclostile. In quei giorni, Ugo Gaudenzi, uno degli occupanti provenienti dal gruppo universitario pacciardiano Primula Goliardica, cadde da una scala mentre attaccava un dazebao e fu ricoverato al policlinico dove rimase per tutto il tempo dell’occupazione.

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