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Lei: «Come riconosci una notizia vera?» Lui: «E' vera se mi trova d'accordo»

Il sensazionalismo uccide l’informazione corretta

Sulla rete, c’è un continuo scambio di informazioni, di immagini, di filmati. Ciascuno può condividere con l’universo mondo una opinione, un giudizio su un film e quant’altro gli venga in mente. E’ tutto free, senza prezzo (almeno all’apparenza, ma questo è un altro tema) nonché di enorme fascino: soddisfa la vanità e la naturale autoreferenzialità.

Il social network è realtà virtuale che può anche diventare fisica: ci si dà un appuntamento via web e ci si ritrova in piazza insieme con altre migliaia di persone. Il singolo è protagonista e concorre a creare una collettività di protagonisti accomunati da un medesimo obiettivo.

E’ indubbio che la società impropriamente definita occidentale stia subendo profondi sconvolgimenti. Difficile trovare punti di contatto tra gli odierni stili di vita e quelli di un passato quanto mai recente. La dimensione spazio-temporale è tutt’affatto rivoluzionata. Manca poco che sia relegata in soffitta a fare compagnia alle lettere scritte a mano e al televisore in bianco e nero.

Si diffonde sul web un giornalismo-bricolage fai-da-te, che risente, fra l’altro, della ignoranza diffusa. Bastano pochi minuti su un social per incappare in orrori a riprova di quanto grammatica e sintassi siano le grandi assenti. La scarsa conoscenza della lingua italiana è comunque poco rispetto alle castronerie d’ogni genere, che rimbalzano da una pagina all’altra. All’analfabetismo collettivo si legano i mille alibi che gli ignoranti s’inventano per non sentirsi in colpa.

Il diritto di informare e di essere informati rischia di restare invischiato in una melassa nella quale tutte le informazioni, quelle buone e quelle cattive, quelle utili e quelle inutili, vagano confuse e vicendevolmente mischiate. E’ più facile evitare una eventuale censura, contrabbandando le notizie, che estrarle da quella melassa informe.

La bagarre politica si è trasferita nei media per cui i giornalisti sono truppe combattenti per l’una o per l’altra parte. Se per far vincere la propria fazione, si deve fare uno strappo alla deontologia, ebbene nella stragrande maggioranza dei casi lo si fa. A dire la verità ciò accade anche tra i magistrati ma parlarne ci farebbe uscire dal tema.

Se il giornalismo cederà completamente alle logiche di potere, si degraderà fino all’irrilevanza come è stato per altre funzioni un tempo fondamentali della società. E’ la credibilità del giornalista che è messa in discussione.

Lo storico greco Erodoto racconta che la flotta persiana si infilò nella trappola di Salamina perché Temistocle aveva fatto trapelare ad arte informazioni false relative alle mosse ateniesi. I fatti risalgono al 480 a.C. ma non fu quella la prima volta (basti pensare alla vicenda del Cavallo di Troia) nella quale fu usata l’arma della disinformazia (termine mutuato dal russo ai tempi della guerra fredda) e cioè la manipolazione di notizie. False informazioni possono servire per drenare consenso nella pubblica opinione di casa propria e/o in quella altrui; e per indurre il nemico a commettere errori. Napoleone fu geniale anche nella disinformazia: istituì una moderna centrale di stampa e propaganda (il “Bureau de l’opinion publique”) per “indirizzare” la pubblica opinione; inoltre per supportare al meglio la campagna d’Egitto fondò un giornale (s’era portato dietro una stamperia completa di tutto) che chiamò “Le Courier de l’Egipte”.

La “lavorazione” delle notizie è, dunque, un’antica e consolidata attività. Il Potere ha sviluppato nel corso dei secoli una ingegneria del consenso che funziona sia per tenere sotto controllo le tensioni sociali e accrescere la popolarità e sia per demonizzare avversari interni ed esterni.

La censura e/o la disinformazia funzionano grazie alla complicità del giornalista. Il fatto che ciascun cittadino del mondo informatizzato abbia facile accesso ai canali mediatici fa ritenere che quei canali si aprano direttamente sulla realtà. Tra ciò che è reale e la notizia diffusa c’è, invece, sempre un mediatore, il quale può essere libero o embedded, cioè al servizio di qualcuno. C’è anche il professionista corretto, che quando fa infotainment, vale a dire informazione-spettacolo, per tenere alta l’audience qualche “licenza” se la piglia a scapito del dato reale.

La disinformazia ha bisogno del giornalista “morbido”. D’altro canto va sottolineato che le “bufale”, le false notizie, hanno una durata nel tempo in costante diminuzione. Ciò non significa che siano meno pericolose o che non raggiungano lo scopo. Una informazione fasulla può far crollare un titolo in borsa e, se anche dopo qualche ora arriva una circostanziata smentita, ormai il danno è stato fatto.

Anche il sensazionalismo è nemico del rigore professionale. Vanno in onda trasmissioni che “sostituiscono” i telegiornali dando notizie sensazionali. E i comici diventano cronisti d’assalto. Grazie anche a  loro la disinformazia non è al momento seriamente minacciata. Siamo stritolati dalla tenaglia: tra la ganascia della disinformazia e quella propinata “liberamente” dai social.

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