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Benito Mussolini firma i Patti Lateranensi

11 febbraio 1929: Mussolini firma la pace con il Papa

Novant’anni fa, l’11 febbraio del 1929, l’Italia e la Santa Sede firmarono la pace dopo circa sessant’anni dall’occupazione di Roma ad opera dell’esercito italiano. Il Papa di allora, Pio IX, si autorecluse in Vaticano: fu il 163° e ultimo sovrano, l’ultimo Papa-Re, dello Stato Pontificio, creato più di mille anni prima. Dopo di lui, sia Pio X che Benedetto XV si comportarono come “prigionieri politici”. L’elezione di Pio XI (a ridosso della Marcia su Roma) segnò l’inizio di una nuova politica della Santa Sede, fino a sanare l’offesa della Breccia di Porta Pia, dalla quale, come ironizzò qualcuno, una marea di preti aveva invaso l’Italia.

Il 10 marzo del 1929, Benito Mussolini, parlando all’Assemblea quinquennale del Regime («Assemblea del Regime – disse – perché raccoglie tutte le forze vive ed operanti della società nazionale, tutti gli uomini che stanno con responsabilità e funzioni definite al vertice delle gerarchie e convergono nella loro azione a un solo fine»), fece un riepilogo di ciò che era stato realizzato fino a quel momento e perciò rivendicò anche i Patti Lateranensi firmati il mese prima.

«Accordi equi e precisi – disse fra l’altro – che creano tra l’Italia e la Santa Sede una situazione, non di confusione o d’ipocrisia, ma di differenziazione e di lealtà. Io penso, e non sembri assurdo, che solo in regime di concordato si realizza la logica, normale, benefica separazione tra Chiesa e Stato, la distinzione, cioè, tra i compiti, le attribuzioni dell’una e dell’altro. Ognuno coi suoi diritti, coi suoi doveri, con la sua potestà, coi suoi confini. Solo con questa premessa si può, — in taluni campi —, praticare una collaborazione da sovranità a sovranità».

E aggiunse: «L’accordo è sempre meglio del dissidio: il buon vicinato è sempre da preferirsi alla guerra. La pace tra il Quirinale e il Vaticano è un evento di portata suprema, non solo in Italia, ma nel mondo».

Poi spiegò: «…abbiamo lealmente riconosciuto la sovranità della Santa Sede, non solo perché esisteva nel fatto, non solo per la quasi irrilevante esiguità del territorio richiesto, esiguità che non toglie nulla alla sua grandezza d’altra natura, ma per la convinzione che il Sommo Capo di una religione universale non può essere suddito di alcuno StatoAbbiamo riconosciuto alla Chiesa cattolica un posto preminente nella vita religiosa del popolo italiano…. Questo non significa, è quasi superfluo il dirlo, che gli altri culti sin qui tollerati debbano essere d’ora innanzi perseguitati, soppressi o anche semplicemente vessati».

Replicò a quelli che l’avevano criticato: «L’anima del popolo ha sentito che la soluzione dell’annosa e delicata questione romana è un titolo d’orgoglio e una documentazione della forza e della della solidità del Regime fascista».

LA RELAZIONE A MONTECITORIO

Dopo un paio di mesi, il 14 maggio, Mussolini svolse una lunga e minuziosa relazione alla Camera. Oltre a stilare un sommario dei principali fatti storici, confrontò gli accordi del Laterano con analoghi patti e concordati di molti Paesi esteri, dimostrando che le decisioni italiane o si allineavano o erano migliori.

A proposito dell’affermazione “Chiesa libera e sovrana; Stato libero e sovrano”, disse: «Questa formula potrebbe far credere che ci sia la coesistenza di due sovranità. Ma, nello Stato, la Chiesa non è sovrana e non è nemmeno libera. Non è sovrana per la “contraddizion che nol consente”; non è nemmeno libera, perché nelle sue istituzioni e nei suoi uomini è sottoposta alle leggi generali dello Stato ed è anche sottoposta alle clausole speciali del Concordato. Ragion per cui la situazione può essere così definita: Stato sovrano nel Regno d’Italia, Chiesa Cattolica con certe preminenze lealmente e volontariamente riconosciute; libera ammissione degli altri culti».

Smentì rapidamente coloro che sostenevano «che questa soluzione non poteva avvenire in Regime fascista, perché il nostro è un Regime dittatoriale, perché ha fatto tabula rasa di molte ideologie, perché la vecchia diplomazia vaticana, onusta delle esperienze di due millenni, non avrebbe dato credito al Regime che ha dieci anni di vita e sette di governo» e ricordò: «La lotta tra la Chiesa e lo Stato è millenaria: o è l’imperatore che domina il Papa o è il Papa che domina l’imperatore. Negli Stati moderni, negli Stati a solida organizzazione costituzionale moderna, dato lo sviluppo dei tempi, si preferisce vivere in regime di Concordato».

IL VOTO AL PALAZZO MADAMA

Undici giorni dopo, al Senato, nella tornata del 25 maggio, il Capo del Governo chiese il voto sui Patti. Al senatore Benedetto Croce che gli votò contro, disse: «… gli sono grato del suo voto contrario. Tutte le volte che gli avversari vengono a me, la cosa mi lascia molto dubitoso. Gli avversari devono o combatterci o rassegnarsi…». Il filosofo aveva spiegato che il suo “no” non era contro l’idea della conciliazione ma contro il modo in cui era stata attuata e Mussolini replicò: «Dunque non è il fatto della conciliazione in sé, è il modo che “ancor l’offende”. Ma allora qual è il suo “modo”? Perché non basta dire “il vostro modo non mi piace”».

Contro i Patti s’erano schierati sia i clericali, perché la Chiesa era stata offesa, sia gli anticlericali, perché la Chiesa non era stata abbattuta; e Mussolini mise il punto: «Noi non ci faremo prendere al laccio né dai massoni né dai clericali, sono interdipendenti gli uni dagli altri. Questa, o Signori, è la grandiosità dell’evento, e nessuna polemica, nessun gioco dialettico, e meno ancora nessuna stolta calunnia, può diminuirla dinanzi al popolo italiano e dinanzi alla storia».

Sessant’anni dopo, i Patti Lateranensi furono “aggiornati” da Bettino Craxi. Ma questo è un altro capitolo.

 

 

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