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Venezuela. Fortuna che il governo italiano sia diviso

Come finirà in Venezuela? Con una rivoluzione? Poco probabile giacché la gran parte del popolo è per il presidente in carica Nicolas Maduro. Con un golpe? Più probabile data l’influenza statunitense sugli alti gradi militari venezuelani, ma con l’alto rischio che i gradi intermedi e la truppa non eseguano gli ordini. Con un compromesso? Quasi certo.

Il Venezuela è spaccato a metà. E non da oggi. Semplificando, i socialisti al potere non hanno mai avuto vita facile. Tentativi di colpi di stato e congiure varie non si contano. Da una parte, la “rivoluzione” (che mise fine alle giunte militari che dal 1948 tenevano il comando) e che impose l’abitudine di fare le elezioni per eleggere il presidente (il Venezuela è oggi una repubblica federale presidenziale) e, dall’altra, i soliti maneggioni dei piani alti contrari a pagare tasse per dare al popolo sanità, istruzione e quant’altro. Dipinto con il coltello è questo lo scenario.

Per gli Stati Uniti, il Sudamerica è il cortile di casa, per cui due sono gli obiettivi irrinunciabili: il primo è impedire l’unione vera fra gli Stati sudamericani. L’Unasur (Unión de naciones suramericanas) e l’Alba (Alternativa bolívariana para América latina y el Caribe) non dovranno mai completare i percorsi di integrazione e alleanza. A Washington conviene che siano divisi e in concorrenza tra loro. La lezione romana (Divide et impera) è l’unica che hanno imparato ad applicare alla lettera gli imperi successivi, fino a perfezionarne i meccanismi dall’impero britannico in poi.

L’altro obiettivo è di sbarrare la strada agli “invasori”. Eh sì, perché per gli americani le tende che Cina, Turchia, Russia e qualche europeo hanno piantato in Venezuela sono più pericolose di mille zoppicanti califfati. Gli Usa sanno che se quelle tende si trasformano in edifici con solide fondamenta, il cortile di casa verrà loro sottratto senza nemmeno alzare un muro al confine.

Juan Guaidò, che si è autoproclamato presidente ad interim in forza di una interpretazione forzata di un articolo della Costituzione, ha la benedizione americana. Senza di essa, non avrebbe nemmeno provato a lanciare il guanto di sfida.

È nel petrolio l’origine della crisi. Da quando gli Usa sono diventati il più grande estrattore di petrolio al mondo, l’Opec (Organization of the petroleum exporting countries) ha ridotto l’estrazione per non far precipitare i prezzi; anche il Venezuela ha ridotto ed è passato da circa 3 milioni di barili al giorno a poco più di un milione. Non serve un redivivo Romano Prodi per fare i conti.

È stata una lunga premessa per venire all’atteggiamento italiano. Per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo (speculari agli antifascisti) l’erede di Hugo Chàvez è un dittatore che sta portando il Venezuela alla rovina mantenendo alta la spesa pubblica e impedendo alle opposizioni di farsi sentire. Per loro, Juan Guaidó è il salvatore della democrazia et voilà.

Il governo bicefalo non può per forza di cose avere una posizione precisa e perciò si barcamena. Ma la spaccatura non è soltanto tra Lega e Cinquestelle, anche all’interno delle truppe pentastellate non c’è unanimità di pensiero. Benedetto Della Vedova (uno dei tanti trasmigratori di partito, oggi segretario di +Europa, un partito-calderoncino con una piccola dote parlamentare) ha dichiarato: «A causa della posizione contraddittoria, ondivaga e connivente con Maduro del governo italiano, l’Unione europea non ha potuto prendere una decisione netta nei confronti della crisi venezuelana e questo mi dispiace molto». Dispiace di più ai suoi amici americani, ma questa è un’altra storia.

Meno male che il governo italiano è “ondivago”. Quando è ben deciso (tipo bombardamenti in Kossovo e omicidio Gheddafi) fa danni irreparabili. Anche alla Farnesina, a parte incompetenze e pressappochismo, è il filo diretto con gli Usa che decide.

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