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Unesco, escono Usa e Israele. Entra Lino Banfi

Lino Banfi è il rappresentante del ministero dello Sviluppo economico nella Commissione Unesco. Prende il posto del documentarista Folco Quilici, morto quasi un anno fa. Non appena Luigi Di Maio, nella veste appunto di ministro dello Sviluppo economico, ha dato l’annuncio, dalle sinistre italiane sono partiti i treni di lamentazioni e sfottò.

È ovvio che ad influire sulla scelta sia stata la grande popolarità di Banfi e, quindi, un bel po’ di voti per i Cinquestelle, ma le aggressioni compagnarde sono generate dalla solita presunzione di superiorità etico-culturale (tra l’altro smentita dai tempi di Greganti e della sua borsa zeppa di soldi).

Esemplare, nel senso dell’animale che incarna una razza, è lo sfogo di Umberto Rapetto, il quale scrive tra l’altro: «La designazione di Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, a commissario italiano all’Unesco mi ha tramortito e ho impiegato almeno mezz’ora a riportare il mio sguardo allibito – fisso nel vuoto – alla normale mobilità oculare» (https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/23/lino-banfi-prima-dellunesco-cera-la-laurea-tarocca/4917241/).

La spocchia dei compagni, e dei compagnucci della parrocchietta, origina dal fatto che anche loro hanno candidato persone popolari per prendere voti, ma le loro scelte sono state tutte nobili, dallo scrittore Leonardo Sciascia al cantautore-attore Domenico Modugno, mentre quella di Banfi è ignobile perché comico da avanspettacolo.

Comunque sia, il teatrino della politica italiana è da decenni affollato di attori, showmen, calciatori, cantanti: tutto fa brodo quando si tratta di rastrellare voti ed è perciò impossibile trovare il chi-è-senza-peccato degno di scagliare pietre.

Preoccupa più di qualcuno il gap (termine una volta di moda più dello spread) cioè il divario con gli States. In Italia ancora si fatica a portare al Quirinale un comico o una cantante e dobbiamo accontentarci di qualche guitto capopolo, mentre Oltreoceano fin dagli Anni Ottanta, quando l’attore western Ronald Reagan approdò alla Casa Bianca, la democrazia a stelle e strisce premia con prestigiosi incarichi pubblici anche personaggi dello spettacolo.

A propositi degli americani, è inevitabile accennare all’Unesco (United nations educational, scientific and cultural organization) come ad un’organizzazione dal prestigio calante, tant’è che proprio in questo 2019 si è concluso l’iter, cominciato due anni fa, che ha ufficializzato il ritiro di Israele e, ovviamente, degli Usa da questa agenzia Onu. Come mai Tel Aviv e Washington hanno sbattuto la porta? A causa, dicono, dell’atteggiamento «sfacciatamente filopalestinese» dell’Unesco. Secondo i due alleati dalle stelle esapunte, ammettere la Palestina tra i membri è stata una grave colpa (con annesse tiritere sull’antisemitismo e leggende varie).

Fuori Usa e Israele. Dentro Lino Banfi.

Hai visto mai che l’Unesco ci ha guadagnato nelle azioni di salvaguardia del patrimonio culturale globale e nella promozione delle arti e delle scienze? Le premesse ci sono. Banfi ha detto di aver «posto subito le mie due ‘conditio sine qua non’: niente inglese e niente laurea». 

Meglio un autodidatta che uno dei tanti laureati affetti da analfabetismo di ritorno.

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