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La donna si lamenta perché l'uomo non è quello conosciuto su internet, ma l'uomo potrebbe dire la stessa cosa

La globalizzazione e la sagra della carruba

La parte peggiore della globalizzazione, quella che non si vede di primo acchito, è l’omologazione, la versione diabolica della standardizzazione di produzione e consumo. La fine delle ideologie è stata vista come una liberazione dalla schiavitù, ma a morire è stata soprattutto la politica. In Italia, il decesso è stato più rapido che altrove. Seguiranno presto altri Paesi sia del cosiddetto Occidente che dell’Oriente ex comunista e non soltanto.

La scomparsa dello schema centrodestra-centrosinistra ha visto emergere forze politiche (Lega e Cinquestelle) che, sull’onda di un rifiuto iroso della vecchia politica, hanno rastrellato consensi in tutti gli ambienti . Tra i due, sono i leghisti quelli con maggior coesione (le partite Iva) e le recenti delusioni patite dai piccoli e medi imprenditori hanno intaccato di poco i numeri proprio a dimostrazione che non esiste più un elettorato di riferimento. E nemmeno esistono più incompatibilità insormontabili, tant’è che al governo siedono due forze del tutto opposte tra loro. Le accomunano la capacità di prendere voti tra i giovani e i vecchi, tra i lavoratori e i pensionati, tra le donne e i transgender, tra ricchi e poveri nonché l’impossibilità di accontentare tutti.

Le masse elettorali di entrambi i movimenti sono praticamente un melting pot, un mmesca francesca, un mostro senza identità. Alla base della politica c’è proprio l’identità, la quale partorisce progetti finalizzati ad una peculiare visione del futuro (un tempo si diceva weltanschauung, ma credo che oggi sia una cattiva parola perfino penalmente rilevante). Senza identità non c’è politica. Nonostante combattano coraggiosamente su più fronti gruppi di resistenti difensori della propria identità, al momento impera una generale assenza di identità.

Più di duemila anni fa il lucano Orazio emigrato a Roma, insuperato autore di satire, raccontava della insoddisfazione diffusa tra la gente (il soldato vorrebbe essere un mercante, il contadino vorrebbe vivere in città…) concludendo però che, avendone la possibilità, nessuno si sarebbe scambiato di posto. Lamentarsi va bene, ma non fino al punto di mutare identità.

Ebbene, quanti oggi volentieri scambierebbero la loro vita con un’altra? La maggioranza, di sicuro. Non avendo una identità, non farebbero nessun sacrificio, anzi andrebbero felici verso una nuova vita.

Dove andremo a finire è difficile dirlo. Lo scopriranno le prossime generazioni.

Intanto, il vecchio cronista riesce a vedere, in barba all’omologazione, la linea che unisce tutti i punti. Cioè il pubblico denaro.

La manovra governativa (https://internettuale.net/2896/governo-gialloblu-commissione-ue-suk-aperto-ancora-un-po) pare sia arrivata al traguardo con la solita tiritera delle opposizioni. Non c’è memoria di una legge finanziaria che non sia stata bollata come un’aggressione alla classe lavoratrice, un regalo ai capitalisti sfruttatori del popolo, un attentato alla democrazia parlamentare e via strillando… docenti d’economia, sindacalisti, presidenti di cooperative, esperti e specialisti vari tuonavano (metti moneta, vedi cammello) contro una legge che avrebbe trascinato il paese alla rovina… i partiti di opposizione si preparavano alle barricate in Parlamento; i tamburi di guerra risuonavano affinché gli elettori sentissero la forza di chi lottava per la salvezza del Paese in pericolo. Poi, tra concessioni, accordi sottobanco e “incentivi” vari, tutto finiva e si apriva un altro capitolo dell’eterna lotta governo-opposizioni. Niente di nuovo. Basta dare una scorsa alle voci.

La sagra della carruba trentina, i cinquant’anni del turacciolo marchigiano, il primo festival umbro della canzone lacustre, l’allevamento della lumaca appenninica, il torneo storico di tiro con la fionda campana, il trofeo del cacciatore di talpe sarde, il premio ligure alla piadina di alghe autoctone… l’Italia è tuttora un fiorire di manifestazioni finanziate con i soldi pubblici.

Una identità in comune c’è ancora, dunque. Ma quanto è brutta!

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