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Italiani allo stadio terminale

L’anima degli italiani è allo stadio terminale. Viviamo in una società pericolosamente segnata dal vuoto, come hanno appurato i ricercatori di organizzazioni come l’Istituto di studi politici, economici e sociali (Eurispes) e il Centro studi investimenti sociali (Censis). A prevalere sono i comportamenti individuali stimolati da un egoismo autoreferenziale e narcisistico, con una ricerca di fortissime stimolazioni esterne che colmino il vuoto interiore. Chi può, si dedica al ricambio continuo degli oggetti da acquisire e dei quali godere, senza mai giungere alla piena soddisfazione. Secondo il Censis, «gli italiani sembrano sempre più imprigionati nel presente. Con uno scarso senso della storia e senza visione del futuro. Al desiderio si è sostituita la voglia, alle passioni le emozioni, al progetto l’annuncio. In un mondo dominato dalle emozioni, conta solo quello che si prova nel presente, non la tensione che porta a guardare lontano».

Un rapporto Eurispes spiega: «Per secoli, i genitori hanno affrontato lo “scontro” con i figli, passaggio doloroso eppure necessario: quel conflitto era come un prolungato rito di passaggio, segnava l’abbandono di uno stato e il trasferirsi in un altro, più adulto, più maturo. Oggi in molte famiglie i rapporti verticali sono stati sostituiti da rapporti orizzontali, il padre-amico ha sostituito non solo il padre autoritario, ma anche il padre autorevole, il padre della regola. Lo scontro generazionale non ha più ragion d’essere, il conflitto si è quietato in una pace tuttavia sospetta, perché troppo “comoda”: evita stress, evita il conflitto. Ma se non c’è ostacolo, alterità, non c’è formazione».

La società si presenta come una poltiglia di massa giacente sul piano inclinato di una progressiva esperienza del peggio, frutto di un intelletto anonimo, per cui non se ne possono decifrare le responsabilità.

Le analisi sono presentate con freddo linguaggio scientifico, eppure si avvertono le emozioni dei ricercatori quando descrivono questo accrocco inconcludente di “elementi individuali e di ritagli personali” tenuti insieme da un sociale di bassa lega, e senza alcuna funzione di coesione da parte delle istituzioni.

L’usura non è soltanto la bestia che divora quattrini; il torchio che spreme l’esistenza quotidiana di milioni di persone. Usura è anche logorio dell’anima. Sfruttamento che consuma lo spirito.

Quale sia l’usura più dannosa non è domanda da farsi al padre di famiglia strozzato dal mutuo. I soldi che gli mancano sono la sua priorità. Non gl’interessa il logoramento che porta nel tempo una civiltà alla morte.

La crisi economico-finanziaria esportata dagli Usa è un enorme riflettore puntato sulla speculazione ad opera del capitale apolide e plurilingue. Si scorgono con maggior nitidezza i contorni di un radicato parassitismo che dal tronco del ceto politico si propaga per i rami di una ingorda burocrazia e di un miserabile corporativismo.

L’avidità delle banche si sposa con l’ipocrisia di una solidarietà millantata, generando debiti. Concentrato sulla povertà che lo minaccia, il risparmiatore falcidiato non si fa “distrarre” da altre paure. Non vede il pericolo di morte che incombe.

Eppure da una crisi economica si esce, bene o male. Rimediare alla disintegrazione dello spirito è, invece, opera titanica. E non sempre riesce.

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