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Combattere per l’Europa

«Le masse non desiderano l’unificazione dell’Europa come puro fatto politico, come fatto storico, esse l’accettano nella misura in cui ne deriveranno – e toccherà fare loro una convincente dimostrazione – la diminuzione del prezzo delle automobili o l’aumento del potere d’acquisto… Bisogna essere ingenui per organizzare “referendum” per sapere se le masse desiderano o non desiderano l’Europa unita. Infatti la risposta dipende dalla domanda. Esse risponderanno sì, se verrà loro garantito che questa Europa porterà prosperità e opportunità…». Queste parole, scritte mezzo secolo fa dall’europeista belga Jean Thiriart, non sono un teorema da dimostrare con numeri e grafici. Senza l’impoverimento generale, gli italiani sarebbero tuttora gli europeisti per eccellenza.
«A livello delle masse – insisteva Thiriart, tra l’altro fondatore di “Jeune Europe” (Giovane Europa) – l’Europa sarà in una qualche maniera imposta, dopo essere stata semplicemente e chiaramente spiegata e giustificata (vedere più sopra il prezzo delle automobili) l’Europa sarà per i popoli d’Europa una specie di violenza. Ma dev’essere una violenza calcolata, una violenza adeguata».

IL MODELLO CATALANO
D’obbligo il più famoso adagio di Massimo Catalano, il musicista che ebbe grande notorietà per le divertenti ovvietà che sparava nel corso di “Quelli della notte”, trasmissione tv del 1985. La frase era questa: «È molto meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute, piuttosto che essere vecchi, brutti, poveri e malati».
Costruire una nazione, in questo caso l’Europa, non è impresa facile. Scriveva Thiriart: «Una nazione si deve fare più o meno contro tutti perché essa scompiglia le convenzioni e minaccia le oligarchie. La Francia s’è fatta contro i Francesi; ugualmente l’Europa si farà contro molti Europei. Non si dovrebbe cercare di far credere che le popolazioni accoglievano Filippo-Augusto come liberatore o come unificatore in Normandia, nell’Angiò, in Aquitania, nel Poitou. Gli stessi uomini che oggi gridano, imprecano, brontolano, borbottano contro l’Europa unitaria — con lo stupido pretesto che “questa non è mai esistita” — facevano lo stesso nel 1210 contro l’ascesa dei Capetingi».

LA CRISI ALIMENTA I PARTICOLARISMI
Quanti milanesi ancora oggi dicono: «Cosa abbiamo in comune con i Calabresi?». Il processo unitario (pensiamo a quello dell’Italia) deve superare ostacoli dei generi i più diversi, ma non si esaurisce una volta raggiunto l’obiettivo. Se le cose cominciano ad andar male, rispuntano gli antichi odi antiunitari, i meschini provincialismi. In Italia, la crisi economica ha ridato fiato a secessionismi d’ogni tipo. «Nel 1210 – ricordava Thiriart – quanti baroni del Poitou dicevano “Che ho in comune con gli abitanti della Champagne?”. Coloro che si servono di argomenti così fragili tradiscono in modo maldestro la loro incapacità a capire quand’è il momento».

L’ESEMPIO DI MAZZINI
Thiriart portava come esempio la vicenda di un altro europeista convinto: «Mazzini era assai lontano dall’essere compreso e appoggiato nell’Italia del 1840. Gli andava dietro soltanto una élite. Trent’anni più tardi l’unità italiana era stata completata. Oggi nelle scuole da Napoli a Venezia i ragazzini studiano ed esaltano le opere e le virtù di Garibaldi e di Mazzini. Ma nel 1840 erano rari coloro che intravedevano l’Italia moderna».

LA VERA EUROPA
«L’Europa – spiegava Thiriart – è mille volte di più dell’Europa degli economisti e degli amministratori, pur competenti e ben intenzionati che siano. È necessario creare una mistica dell’Europa, un patrimonio dell’Europa. Coloro che disperdono i propri sforzi nelle Europe “culturali”, coloro che ne discutono eccessivamente in occasione di banchetti o di scambi di medaglie-ricordo sprecano energie. L’Europa dei circoli o l’Europa dei salotti sono delle caricature. L’Europa ha bisogno dell’acciaio prima che dei comitati. L’Europa ha bisogno di entusiasmo prima che di giuristi. L’Europa ha bisogno di combattenti e di capi e non di sfruttatori e di notabili. Noi siamo di quelli che cercano tutte le ragioni per fare l’Europa e non di quelli che sollevano tutte le difficoltà per ritardarla, imbrigliarla o arrestarla. E’ il nostro stile di vita; noi cerchiamo sempre, a fronte d’una situazione, tutte le ragioni per fare una cosa. I neo-Bizantini, in quanto decadenti, scoprono di continuo tutti i pretesti per non fare qualcosa».

UNA LEZIONE CHE VIENE DAL 1965
I particolarismi che si frappongono alla costruzione dell’Europa politica (a cominciare dall’unità fiscale, senza la quale certi giochetti non si fermano) sembrano la strada più corta verso la felicità, alla quale tutti sentono di aver diritto. «Attualmente – scriveva Thiriart – viviamo in una società egoista in cui ciascuno tira la coperta a sé. In questa società egoista, la somma degli interessi particolari non è l’interesse generale, come si tenta di far credere. Un interesse annulla l’altro e viceversa».
Credo che l’azione più intelligente, che si possa fare quando si tratti di interpretare fenomeni del presente, sia di dare uno sguardo al passato. Per chiarirsi le idee è consigliabile leggere “Un Empire de quatre cents millions d’hommes, l’Europe” (“L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini”; avataréditions, 2011), testo fondamentale per la gioventù europea che negli anni Sessanta non sopportava né il capitalimperialismo di marca statunitense, né il socialimperialismo sovietico.
E cosa pensava Thiriart dei salotti e salottini (non c’erano ancora quelli tv)?: «Quanto agli intellettuali, loro giocano nei centri-studi, scrivono e partoriscono mozioni, quando non si infilano in un invitante formaggio battezzato “fondazione” di questo o di quest’altro; fondazioni “europee” naturalmente… I più sinceri – o i più ingenui – di questa coorte di accademici e di anemici potrebbero rappresentare tutt’al più l’Europa della Tisana».

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