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Vince il "mercato del lavoro" dove i bambini costano meno

Il futuro non sta scritto da nessuna parte

L’accettazione di un futuro oramai scritto (da potenze celesti o infernali, poco cambia) è pigra sottomissione ad un determinismo figlio illegittimo di una interpretazione aritmetica dell’esistenza umana. Basta guardarsi indietro per scoprire che l’inevitabile si manifesta spesso e volentieri dove nessuno se l’aspettava. La rivoluzione proletaria, che, secondo Marx, sarebbe scoppiata inevitabilmente all’ombra della Torre di Londra, squassò il trono dei Romanov invece che quello dei Wettin (poi cambiato in Windsor per prendere le distanze dal Kaiser nipote della regina Vittoria). La fine dello Zar fu ulteriore conferma della provvisorietà degli Imperi così come degli uomini. L’indipendenza dell’India dal leone inglese era un sogno per pochi; i quali, per giunta, erano sbeffeggiati da quegli stessi per i quali combattevano. Era possibile pensare razionalmente ad un’ipotesi di guerra di liberazione nazionale condotta da milioni di straccioni dilaniati da ataviche lotte intestine? Era ragionevole sperare di sconfiggere l’impero più potente del mondo? Eppure quegli straccioni ci riuscirono. «Niente sta scritto»: dice Lawrence d’Arabia (che filmone!). Successivamente dovrà uccidere colui che aveva salvato, ma è una scelta politica e quindi tutt’altra cosa rispetto all’automatico fato. Siamo noi che scriviamo noi stessi. L’analfabeta non può accusare il destino cinico e baro: è con le proprie deficienze che deve prendersela e fare i conti.

La paura del terrorismo apre ampi squarci sulla tutela della privacy e sul rispetto delle libertà personali. Quasi tutti sono disposti ad essere controllati persino al cesso pur di sentirsi al sicuro. L’incertezza sul futuro spinge al sacrificio spontaneo di diritti acquisiti ed alla rinuncia di legittime rivendicazioni. L’imprenditore va in tv ad elevare peana all’orgoglio italiano mentre delocalizza impianti e produzioni in Vietnam o in Thailandia. Il lavoratore sa che è ineluttabile: il sindacato ha accettato da tempo il parametro del costo del lavoro (che è bassissimo soprattutto dove lavorano i bambini) e spalanca le braccia. Il mercato ha leggi feroci e ineludibili. Voi giovani volete lavorare? Bene; però non avanzate pretese: è grasso che cola se vi elargiamo un po’ di voucher. La vita è una giungla dominata dal darwinismo sociale, perciò sgomitate feroci per mettervi in mostra, date calci ai vostri compagni di lavoro e vedrete che i risultati non mancheranno.

Tu pensionato non ce la fai a tirare avanti? È colpa tua. Avresti potuto farti una sostanziosa assicurazione privata. Ora gravi sui conti pubblici, costi una cifra al servizio sanitario nazionale; non riesci nemmeno a cambiarti le mutande da solo e protesti pure? Potresti impiccarti e liberare spazio per un nigeriano disposto a tutto.

Usare le risorse a vantaggio delle banche è un suicidio ma da anni gli scienziati di Harvard e Cambridge hanno fatto sapere che «i suicidi obbediscono a questioni di selezione naturale collegate alla protezione della specie e del bene comune o alla semplice incapacità di fare fronte alle complicazioni della vita sociale».

Togliersi la vita, dunque, rientra nello schema darwiniano e i capponi parlamentari prendono diligentemente ad accapigliarsi sul suicidio assistito (tappa inevitabile con il testamento biologico). Ciò che è umano si misura a quattrini sicché il non misurabile diventa inesistente. Spappolati in un’esistenza nella quale i sogni più arditi sono la crociera ai Caraibi e la comparsata in tv, uomini, donne e transgender sono una folla senza identità e senza forza.

 

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