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“First man”: dalla Luna la riscossa nordamericana

First man”, la storia del primo uomo che ha camminato sulla Luna, è un film che segna una inversione di marcia giudicata fino a ieri impossibile. Non è come “The green berets”, dove un sessantunenne acciaccato John Wayne provò a raccontare l’altra faccia della vituperata guerra in Vietnam. Fu un inutile sforzo per cancellare il generale giudizio su quella “sporca guerra”. I film del tempo raccontavano le schifezze e gli inutili eroismi di gente mandata a morire per gli ignobili interessi governativi e a causa dell’inadeguatezza di ammiragli e generali. Stavolta, è diverso. È uno stop alle narrazioni che smentiscono l’allunaggio spiegandolo come un subdolo inganno governativo. La missione Apollo 11 fu un trucco – dicono gli esperti navigatori di internet – organizzato in un deserto da una troupe cinematografica.

Con “First man” è partita la rimonta americana. L’immagine di una società falsa e ipocrita, crudele e materialista, prepotente e drogata dai soldi come dalla cocaina, è un’immagine da archiviare. Mezzo secolo fa, un film (“Soldier blue”) diede il via ad un nuovo modo di leggere l’epopea delle guerre indiane e così la left prese il controllo dell’opinione pubblica. “First man” è il primo film che mette la left all’angolo. La sinistra perde dappertutto, ma questo non vuol dire che la destra vinca perché sia migliore. La gente è stufa e vuole cambiare: tutto qui. Negli States, significa che sono stufi di autoflagellarsi.

È triste non poter festeggiare le nascite e doversi accontentare delle morti. Sono finiti sotto una pietra tombale l’Unione sovietica e il comunismo, la Democrazia cristiana e la Jugoslavia, il castrismo e la destra missina. È crollato il muro di Berlino e s’è dissolta l’inamovibilità del Papa. Sono state tante le morti e le sparizioni di uomini e cose di un mondo vecchio e malato. Da questi decessi è nato forse un mondo giovane e sano? No. Possiamo brindare alla fine dell’impero britannico, ma non c’è una sola nascita meritevole di una festa. Non è nato alcunché in grado di farci sentire, soprattutto noi europei, nel Terzo Millennio. Dovunque volgiamo lo sguardo, ci sono desolazione e meschinità, povertà di idee e di uomini, rimasticature e dilettantismo. In Italia è peggio perché lo vediamo da vicino e non perché sia peggiore in assoluto.

I ducetti leghisti e pentastellati? Gli applausi ai funerali? La corsa al nuovo telefonino? L’orgoglio gay? Gli studenti che hanno smesso di picchiarsi tra loro in nome di ideali diversi e tirano invece sedie agli insegnanti? I preti che fanno i militanti antimafia, i proimmigrati, le sfilate in tv, invece di fare i pastori di anime? C’è più confusione e meno rispetto, più arroganza e meno istruzione (dire meno cultura sarebbe esagerato dato l’analfabetismo imperante), c’è la gara a chi la spara più grossa e a chi chiede di più. Il merito è roba passatista. Il sacrificio è pratica medievalista.

Il crollo delle mura innalzate nello scorso secolo non è stato completo. Niente da fare per chi s’aspettava di vedere anche la fine dell’impero americano, per chi aveva creduto in un megalomane Trump distruttore di sé stesso, per chi aveva contato sulla rapida decadenza a stelle e strisce. Non soltanto il nuovo inquilino della Casa Bianca ha stimolato la proliferazione di potenti anticorpi, quanto e soprattutto è stato l’inizio della riscossa nordamericana. Ma, come insegna Lawrence d’Arabia, «niente sta scritto».

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