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C’è paura. Le aziende non investono e le famiglie non spendono

I numeri hanno sempre un valore relativo. Un carico di 100 chili è gigantesco per una persona normale ed è poco per un sollevatore di pesi che tira su 400 chili e più. Qualunque sia il dato va messo in relazione ad altri per poterne valutare la reale entità. Le cifre che circolano in questi giorni, a proposito dello scontro Italia-Ue e delle pagelle redatte dalle onnipotenti agenzie di rating, danno quadri diversi a seconda di chi le elenca. I nemici del governo gialloblu paventano terribili terremoti distruttori d’Italia, gli amici esibiscono fiducia e ottimismo.

Guardando tutti i dati economico-finanziari, si arriva ad una sola conclusione: la società italiana è malata di paura e di sfiducia.

Non c’è più l’attivismo che spinse l’Italia fuori dal dopoguerra e le consentì di sedere tra le più grandi potenze del mondo. Domina l’opinione che il peggio debba ancora arrivare.

Da agosto 2017 ad agosto 2018, il totale dei depositi bancari di cittadini aziende assicurazioni e onlus è aumentato del 4% passando da 1.306 a 1.357 miliardi di euro. Questo non significa che non ci siano i poveri bisognosi di essere aiutati dallo Stato, ma soltanto che chi ha i soldi non li spende. Se li tiene stretti perché ha paura del futuro. Su questo, tutti gli osservatori (Bankitalia, Confindustria, Unimpresa etc.) concordano. Le famiglie continuano a risparmiare: in un anno hanno aumentato i depositi di circa il 3% lasciando in banca più di 26 miliardi di euro. Le aziende non fanno più investimenti tant’è che i loro fondi sono cresciuti in un anno di circa 20 miliardi di euro (+7,95%). Perfino le onlus hanno fatto crescere i loro depositi di oltre un miliardo e mezzo di euro (+5,42%).

Per quanto riguarda il rendimento dei titoli azionari, nel primo semestre di quest’anno hanno guadagnato un po’ tutti. Tocca ricordare che il 50,6% delle società quotate appartiene a investitori internazionali. Ebbene, il valore di queste Spa è cresciuto di circa 6 miliardi e mezzo sfiorando un valore complessivo per 541 miliardi. Ai guadagni degli azionisti esteri si affiancano quelli delle imprese (12,4 miliardi in più), delle banche (3,3 miliardi, il 7% in più) e di altri operatori ma con cifre molto più basse: le quote in mano allo Stato, per esempio, sono aumentate di 121 milioni (+0,7%) e quelle delle amministrazioni locali hanno registrato un +5%.

Avendo presenti i dati sopra riportati, fa meno paura il debito pubblico, che ormai sfiora i duemilatrecentoventisette miliardi di euro e sul quale paghiamo dai 70 agli 80 miliardi di interessi l’anno. Il quadro va completato con i 696,4 miliardi di finanziamenti alle aziende e i 627,8 miliardi di crediti alle famiglie.

Il deficit dell’Italia, dunque, fa impressione perché il rapporto debito/Pil è del 130,9% (destinato a crescere) mentre quello della Germania è di tutto riposo perché il rapporto debito/Pil è del 61%. Quelli che chiamano in causa i cattivoni tedeschi, perché loro fanno il deficit che vogliono e a noi non ce lo contestano, dimenticano che le cifre vanno prese in relazione a e non in assoluto. Quest’anno si contano 10 Paesi dell’Eurozona che hanno deciso di aumentare il deficit. Oltre all’Italia e alla Germania, ci sono: Grecia (rapporto debito/Pil del 183%), Austria (74,2%), Slovenia (70,3), Irlanda (64), Finlandia (59,9), Slovacchia (48,7), Malta (46,9) e Lituania (34,8).

Se contiamo la ricchezza globale di ciascun Stato è evidente che soltanto la Germania è più ricca di noi e che, perciò, il “passivo” va letto in modo diverso. Se una famiglia ha la casa di proprietà e introiti mensili sufficienti a pagare interessi e bollette senza dover ipotecare i beni disponibili, non è un caso disperato. Stesso discorso per un’azienda. L’Italia ha un debito che pesa come un macigno, in grado di rallentarle l’andatura, ma ha anche soldi e beni che ne garantiscono la solvibilità.

L’ultima emissione di Buoni del Tesoro è stata di 6 miliardi di euro (scadenza 30/04/2019 con un rendimento dello 0,159%) mentre la domanda è stata di 9,617 miliardi di euro. Alla faccia di chi afferma che i titoli italiani non li vuole più nessuno.

Discorso a parte meritano le agenzie di rating. Internettuale ieri ha ripubblicato un articolo di cinque anni fa in merito all’attacco sferrato all’Europa e ritornerà sul tema. Qui basti dire che il rating basso appioppato all’Italia è pari a quello della Russia. Non ci vuole molto a capire che sono considerazioni politiche più che finanziarie ad incidere sulle pagelle di quelle agenzie.

 

 

 

 

 

 

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