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Società del rancore: giovani fragili e lamentosi

La società nella quale stiamo vivendo è caratterizzata dal rancore. Secondo i ricercatori del Centro studi investimenti sociali (Censis) questa società «ha un immaginario collettivo regressivo, chiuso, infetto, proiezione di paure inconsce diffuse, intime e personali, a lungo inconfessabili e ora percepite come legittime, anzi portate a imporsi con incontenibile prepotenza come le uniche legittime…».

Prima della crisi economica esportata dagli Stati Uniti nel 2008, era diffusa la convinzione “per me andrà meglio che per gli altri”. Oggi l’idea prevalente è che “agli altri andrà meglio che a me”.

La società del rancore ha travolto soprattutto i giovani, i quali, da che mondo è mondo, hanno sempre affrontato la realtà con energia, entusiasmo, vigore. Dire giovani era dire futuro. Oggi sono in maggioranza annichiliti dalla precarietà, dalla mancanza di prospettive.

Verso la fine del secolo scorso (dal boom economico al Sessantotto) i giovani sono stati motori del cambiamento, oggi, pur avendo a disposizione la potenza (e le potenzialità) del digitale, si limitano all’esercizio del lamento e nemmeno ci provano a scatenare conflitti per affermare il proprio potere sociale. Si accontentano di inveire sui social e di comunicare tra loro spedendosi a vicenda stupide barzellette e sterili invettive.

La loro fragilità emerge anche nella maggiore attenzione alla cura del corpo (sopracciglia scolpite, tatuaggi, fitness, chirurgia cosmetica etc.) e alla pratica del selfie.

Giovani impotenti brancolano in un tessuto lacero e puteolente: la società rancorosa non risparmia nessuno.

L’unica regola, seguita da quasi tutti, è di non avere regole. Alla sottolineatura dello strafalcione, per esempio, la replica è: «Chissenefrega dell’apostrofo, quello che conta è il mio pensiero». Che a ben vedere non è il suo: è un pensato altrui. Per gentilezza (anche un po’ ipocrita) un cieco lo chiamiamo non vedente. È una definizione che non stravolge la realtà, cioè non nega il fatto che non vede. Invece definire “cittadini” la plebe, i servi della gleba, le masse, il popolino è una “promozione” che nasconde il dato reale. Per la società del rancore funzionano, comunque, antichi meccanismi. Oggi come ieri, i “cittadini” ubbidiscono alle sollecitazioni ventrali.

«Alla fine i popoli si riducono a seguir quelli che loro offrono maggiori beni sul momento», scriveva con efficace sintesi lo storico napoletano Vincenzo Cuoco (1770-1823). Con pari sintesi, il pensatore belga Jean Thiriart (1922-1992) scrisse: «Le masse non desiderano l’unificazione dell’Europa come puro fatto politico, come fatto storico, esse l’accettano nella misura in cui ne deriveranno – e toccherà fare loro una convincente dimostrazione – la diminuzione del prezzo delle automobili o l’aumento del potere d’acquisto».

Un guazzabuglio di colori pasticciati da un bambino non è un’opera d’arte. L’infante si diverte e non pretende che gli organizzino una mostra alla Galleria nazionale.

I “cittadini”, inconsapevoli violentatori di regole, sono invece strenui esaltatori di se stessi. A sostegno di ciò che non conoscono agitano il vessillo della libertà totale. E lo fanno con grande rumore.

Una culona con pantacollant (oppure fusò o leggins, non cambia) violenta il senso estetico. Ma un conto è se rivendica la libertà di vestirsi come più le pare («Sono ridicola, lo so, ma non me ne frega niente») altro è se si pavoneggia come una diva sul tappeto rosso. Girano per strada vecchie donne agghindate come starlette, quarantenni tracimanti cellulite fasciate da leggins, anziani uomini olezzanti e sgargianti di camicie turchesi su pantaloni arancioni, giovinotti ingioiellati di orecchini, luccicanti capelli scolpiti dal coiffeur, jeans con il cavallo all’incavo del ginocchio. Volano frasi del tipo: «Io non mi faccio condizionare dalla pubblicità», «Nessuno può darmi ordini», «Ci tengo alla mia libertà»… un florilegio di scemenze che illudono su una triste realtà: ciascun individualista fa parte di un branco affollato di individualisti come lui.

Questi piloti sono inaffidabili. Chi pensa che dovrei essere io a pilotare?

Si diano pace quelli che credono nella propria autonomia. I loro comportamenti sono teleguidati dalla moda del momento, dallo yoga al burraco, e da persone appositamente preparate. Ciò che più dovrebbe far riflettere sulla supposta autonomia di ciascuno è che alla base ci sono equazioni e algoritmi. Una ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) sull’effetto-gregge ha acclarato che «le persone non sembrano a loro agio con istruzioni calate ‘dall’alto’, ma diventano docili quando viene fatto loro credere di scegliere autonomamente».

 

 

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