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NEET. Sono milioni ma non tutti sfaticati

“NEET” è l’etichetta appioppata ai giovani tra i 15 e i 29 anni di età, i quali non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione professionale. L’acronimo anglosassone (tanto per cambiare) sta per “Not in Education, Employment or Training”. Sono, insomma, i nullafacenti, gli sfaticati; quelli che non hanno voglia di fare alcunché. Secondo l’Istat, nel 2016 erano circa 2 milioni e 200 mila. Un esercito che mette paura, per cui è scattato l’allarme politico-mediatico. I dati statistici dicono che, rispetto al 2015, i Neet sono in calo, ma le sirene sono scattate adesso e, precisamente, dopo che il governo bicipite gialloblu ha presentato la manovra economica. Strilli e grida di riprovazione e condanna sono rimbalzate sui media schierati contro il governo, mentre il sindacato ex cinghia di trasmissione del Pci annuncia la mobilitazione e le opposizioni aspettano con gioiosa trepidazione la bocciatura dell’Ue.

In un Paese di vecchi (al primo gennaio di quest’anno si contavano 168,7 anziani ogni 100 giovani) avere un paio di milioni di giovani gonfi di risentimento e di rabbia per una società che non lascia loro spazio non è rassicurante per la cosiddetta pace sociale.

Diciamo che quei milioni calcolati dall’Istat includono anche i giovani che lavorano al nero. Un esame attento del commercio, dell’agricoltura, della pesca, della ristorazione etc. etc. rileverebbe un alto numero di giovani al lavoro classificati ufficialmente Neet.

C’è un’Italia illegale che sfugge alle statistiche e, quando si tratta di economia, il sommerso, cioè il non-registrato, falsa tutti i dati ufficiali a cominciare dal Pil. Del resto, la mancata bancarotta dell’Italia dimostra a sufficienza quanto siano reali le cifre sfornate con il crisma dell’ufficialità. Se davvero l’Italia stesse nelle condizioni indicate dagli zero virgola, per dirla con Matteo Salvini, da quel dì che sarebbe fallita. Se davvero i poveri contemplati dalle statistiche fossero milioni, le immagini di persone che rovistano tra i rifiuti dei supermercati non sarebbero sempre le stesse rimbalzanti da un sito all’altro. Per fortuna, va detto una buona volta, che l’arte d’arrangiarsi non è morta e così l’Italia, data per defunta dalle statistiche, è più viva che mai.

Tornando ai giovani fannulloni, se fossero davvero due milioni e duecentomila su una popolazione di residenti che supera di poco i 60 milioni e mezzo (dei quali gli ultraottantenni sono più di 4 milioni) il ceto politico-economico dominante avrebbe molto da preoccuparsi. Un esercito in panciolle diventa micidiale quando arriva il comandante in capo con la necessaria dose di carisma.

Al momento, ciò che preme al governo è di riuscire a cambiare l’etichetta per poterli classificare come disoccupati. I Neet non spostano d’una virgola i parametri europei che consentono maggiore elasticità alle manovre economiche. I disoccupati, invece, assicurano la flessibilità solitamente negata a chi ha troppi debiti. È una complicata faccenda, riservata agli addetti ai lavori. Il nocciolo è che i Neet sono del tutto inutili, mentre i disoccupati hanno un valore aggiunto. La manovra economica partorita a Palazzo Chigi ha anche l’obiettivo di trasformare i Neet in disoccupati. Sarebbe una grossa sterzata, considerando che in totale il numero degli inattivi di età compresa tra i 15 e i 64 anni supera i 13 milioni e seicentomila!

I perché e i percome (scuola inadeguata, crisi economica, rifiuto di lavori faticosi e/o umilianti, famiglie complici etc. etc.) alimentano le tavole rotonde, i salotti tv e i soliti esperti a un tanto al chilo. Prima di fare letteratura, va fatto il conto esatto di quanti in Italia siano realmente gli inattivi.

 

 

 

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