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Quale Europa. E come.

L’Europa è, oggi, una cosa troppo seria per lasciarla in mano a burocrati di Bruxelles o ad una classe politica che la considera un dato di fatto, come un mobilio necessario. La miopia gestionale, la pochezza della veduta strategica, la limitatezza di politiche di bilancio anguste sono riuscite nello spazio di una generazione nella impresa di trasformare in anti-europeo il cittadino medio del continente. Di pari passo con l’allargamento geografico è proceduto lo svuotamento sia di patrimonio ideale che di risultati concreti che i cittadini hanno accusato.
Non tutti i popoli meritano questo fallimento nello stesso modo però; ad esempio i tedeschi si sono sempre curati di inviare a Bruxelles funzionari preparati; Paesi più piccoli si sono sempre preoccupati di porre i loro funzionari alla testa delle commissioni tecniche, insieme coi tedeschi; i francesi si sono sempre preoccupati di occupare posti di comando, del tutto sovradimensionati rispetto al loro contributo. Noi italiani per converso abbiamo sempre inviato politici di secondo piano, trombati alle elezioni e mai abbiamo capito che il la maggior parte degli effetti concreti delle decisioni politiche sulla vita dei cittadini derivano da tempo da Bruxelles.
Quando, per rotazione ci è toccata in dote una posizione di rilievo abbiamo scelto, con tipica miopia anti-nazionale, ruoli inefficaci tipo la politica estera (con nullità come la Mogherini) piuttosto che Direzioni per noi fondamentali come sarebbero state l’Immigrazione o l’Agricoltura.
Quindi, da Italiani, abbiamo nulla da lamentarci se l’Unione Europea ci sembra a trazione francese ed a vantaggio tedesco: vorrei ben vedere che fosse diverso, vista la mancanza di interesse strategico sempre dimostrata dalla peggior classe politica mai vista dal 1970 a oggi. Se non sei capace di perseguire i tuoi legittimi interessi, pur all’interno della cornice comunitaria, non vedo perché altri dovrebbero esser accusati perché si comportano in maniera meno miope.

Strategia errata

Ciò premesso, le Istituzioni europee hanno comunque commesso un errore di veduta strategica enorme nell’arco dell’ultima generazione, quella dell’allargamento. Il focus sostanziale è stato sui temi dell’economia, della finanza pubblica, delle banche e dell’Euro.  Da un lato è comprensibile che una Unione a trazione nord-europea veda con terrore il pericolo di contagio derivante dagli squilibri di bilancio dei Paesi in deficit (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, ecc) e che si siano ferocemente tutelati per evitare di esser chiamati a pagare un conto della incapacità economica altrui. Nel caso dell’Italia questa visione è particolarmente dolorosa, perché il nostro Paese è sostanzialmente bloccato a livelli di PIL del 1998, in regressione economica e con disuguaglianze in forte crescita ed è considerato una bomba ad orologeria dalle cancellerie europee.
Ciononostante il nostro rapporto deficit/pil è migliore di quello francese, le nostre riserve auree sono maggiori di quelle tedesche, siamo sempre stati contributori netti al bilancio europeo, non abbiamo mai usato il fondo salva-stati e neppure il fondo di garanzia dei depositanti per le banche fallite.  Eppure se c’è uno Stato in grado di distruggere l’Unione, questo non è l’Inghilterra ma l’Italia. Per chi segue con interesse le politiche europee da anni, è evidente l’errore di impostazione di queste ultime: l’eccessiva enfasi sui temi economici e di bilancio non poteva che portare prima o poi ad una rivolta dal basso di popoli interessati a qualcosa di più dello stato di salute delle banche e dei decimali del disavanzo pubblico. Si tratta di cose importanti per carità, e gli equilibri di bilancio sono fondamentali, ma se un continente e popoli interi si dibattono in un periodo di crisi economica dal 2007 e di Europa si parla solo per introdurre austerità e salvare banche, allora si spiana la strada a idee molto diverse e contrarie; che ci si meravigli della Brexit, della crescita dei partiti populisti, dei movimenti anti-Europa o fuori dai nostri confini (mutatis mutandis ) della vittoria di Trump, dimostra solo l’inadeguatezza della capacità di analisi degli “esperti” o dei delegati alla politica europea. Chi scrive ha evidenziato queste tendenze anni fa, preconizzando facilmente forti insoddisfazioni popolari in base ad una disperata voglia di cambiamento. Oggi l’Unione Europea è di fronte ad un serio rischio di dissoluzione dato che così tanti dei suoi cittadini non la amano e la identificano, a torto od a ragione, con la causa dei propri insuccessi e della riduzione del proprio tenore di vita. La crisi di identità è molto seria, il livello di disaffezione molto alto. Se l’Unione Europea vuole sopravvivere occorre effettuare dei cambi di rotta abbastanza radicali ed incidere, questa volta in maniera concretamente positiva, nella vita di una generazione di persone per le quali l’Europa è divenuta una “matrigna” e non Patria.

Euro forte

Chi scrive suggerisce dunque di ridurre l’enfasi e l’attenzione ai temi di finanza pubblica, alla salute delle banche, ai riferimenti al trattato di Maastricht (che peraltro è immediatamente da riformare e rifirmare), ai meccanismi di tenuta esterna dell’Euro, alla politica monetaria della BCE. Che non ci si fraintenda: questi aspetti sono di importanza apicale e su ognuno di essi, in altra sede abbiamo effettuato analisi, proposte ed altre siamo pronti a formulare, affinché gli equilibri di bilancio non siano colpevolmente allentati da politici improvvidi. Ma si tratta di discussioni tecniche per le quali servono funzionari preparati e seri, nei posti rilevanti. È un po’ come quando i tifosi di una squadra di calcio si preoccupano dello stato del bilancio della società ed intervengono con conteggi nella campagna acquisti/cessioni in base a considerazioni finanziarie: non è quello il ruolo del tifoso… Per tali discussioni il forum già esiste  il luogo deputato è l’Eurogruppo, cioè il sinedrio dei ministri delle Finanze dei Paesi membri, che di tutti i comitati europei è, guarda caso,  quello più importante. Così come in BCE si discute tecnicamente di questi aspetti ; sulla necessaria riforma della BCE ci  sarebbe in altra sede spendere qualche parola, in alternativa ad una riforma della Banca d’Italia.
A noi cui sta a cuore la sopravvivenza dell’Unione Europea, a noi cui piacerebbe vedere l’Europa unita e saldamente in controllo del suo presente e futuro, a noi che crediamo in un Euro forte, espressione di una delle aree economiche e civili più importanti del pianeta, a noi serve vedere un rallentamento del focus sui temi economico-finanziari ed una immediata accelerazione sui dossier sui quali alla fine si dirimerà il suo futuro nel quadro geo-strategico mondiale.

 

I dossier su cui, ora, bisogna dare spinta comune, investimento di sudore, tempo e denaro, enfasi comunicativa e su cui occorre produrre risultati e progressi immediati sono dunque i seguenti:

1. Demografia: occorrono politiche molto più incisive di sostegno. Vanno sostenute al massimo la natalità, e l’infanzia. Va sostenuta al massimo grado la famiglia tradizionale, autoctona, con assegni familiari, sgravi fiscali notevoli e progressivi per ogni figlio, politiche di voucher destinati ai prodotti dell’infanzia. Il tasso di fertilità europeo è di 1,6; in Italia è di 1,4. Nessun popolo è storicamente sopravvissuto con tassi così bassi. Va ripristinata l’edilizia popolare per fornire alloggi popolari alle famiglie autoctone residenti; va varato il mutuo sociale attraverso cui le famiglie non pagano un affitto né un mutuo ma una quota che alla fine di un certo periodo costituisce diritto di proprietà. Vanno aumentati gli asili nido e aperte le liste in maniera gratuita agli europei e data priorità nelle graduatorie ai residenti; nell’istruzione inferiore i libri di testo debbono essere gratuiti (mica come Geppetto…). Nella sanità pubblica, che pure deve tener conto dell’invecchiamento estremo della popolazione, la priorità deve esser sempre data alle famiglie con bambini ed i vaccini, le visite, i trattamenti specialistici infantili debbono essere gratuiti. Le colonie estive per i figli dei meno abbienti debbono essere rispristinate dagli Stati (se si pensa che, soltanto in Italia, abbiamo 5 milioni di persone sotto la soglia di povertà e che sono quasi tutte famiglie con bambini si capirà la necessità di questa misura). Vanno utilizzati estensivamente, e su base volontaria, gli anziani in buona salute per innumerevoli scopi di utilità sociale collettiva.

2. Agricoltura: è una follia abbandonare i nostri agricoltori, coltivatori diretti, allevatori, pescatori, alla concorrenza multinazionale. Le coltivazioni locali, i prodotti locali, le specialità autoctone vanno protette e conservate, combattendo alla morte il concetto di monocultura e difendendone il marchio e l’origine in tutto il mondo. Se è necessario nulla vieta di usare i dazi: altri lo fanno. Non ha senso macerare le arance siciliane ed importarle dal Marocco. A Bruxelles vanno aumentate le tutele per tutti i prodotti autoctoni contro le contraffazioni. Va combattuta l’urbanizzazione, consentendo e favorendo gli abitanti delle campagne e dei piccoli paesi in modo che restino nei loro borghi: ciò significa migliorare i servizi e favorire i contadini, artigiani, pescatori e piccolissimi imprenditori locali. Occorre una Banca Nazionale per lo sviluppo agricolo e regionale.

3. Istruzione europea: la scuola deve mantenere un equilibrio fra tecnica ed umanistica, fra lo studio delle storie locali e nazionali, tutte da preservare, ed una narrazione comune europea. In ambito culturale l’Europa è una civiltà di derivazione greco-romana, e successivamente germanica. Ciò va evidenziato in programmi che si avvicinino, pur mantenendo, di nuovo, tutte le specificità nazionali e locali. Una provocazione: è più unificante per le prossime generazioni europee studiare il latino che l’inglese. I programmi delle università devono invece essere armonizzati maggiormente. Il progetto Erasmus dovrebbe esser facilitato e reso obbligatorio. Il sogno da realizzare, è un’Università europea, come lo era già nel Medioevo.

4. R &D: la spesa in ricerca e sviluppo tecnologico, pur essendo variabile nei vari Stati europei (non sorprende che l’Italia si collochi fra quelli che spendono meno) è decisamente inferiore a quella dei blocchi concorrenti: USA, Cina, Russia, India. La necessità di centri di ricerca pubblici di eccellenza è evidente; così come la creazione di incentivi, ad es. di tipo fiscale, per accrescere tali investimenti nel settore privato. La Cina diventerà a breve, grazie proprio ad una politica di questo tipo, il più grande mercato (produttore e consumatore) di intelligenza artificiale e di robot del pianeta. Quindi si può fare.

5. Politiche commerciali: gli altri grandi attori politici ragionano ormai da tempo in chiave strategica di sistema. Alcune recenti decisioni ne sono una chiara dimostrazione: la Brexit, la guerra commerciale scatenata dal presidente Trump con la Cina e con l’Europa tramite imposizione unilaterale di dazi, la gigantesca iniziativa cinese One Belt One Road. Altre ne seguiranno certamente. Occorre che l’Unione europea ragioni non come un classico bastione del liberismo post-keynesiano degli anni ’80 ma in ottica di difesa e benessere di oltre 500 milioni di suoi concittadini. L’economia, le infrastrutture, le imprese, le tecnologie, la connettività, sono tutti strumenti da destinare ad un fine, quello del posizionamento centrale dell’Europa nello scacchiere geo-economico del futuro. L’Europa è, oggi, il secondo blocco economico mondiale: è ora che ragioni in funzione di queste mutate esigenze geo-strategiche.

6. La difesa comune: a parte qualche iniziativa cosmetica (tipo la brigata franco-tedesca) non abbiamo ancora nulla. Gli aspetti militari sono ancora sostanzialmente appaltati alle decisioni in sede NATO. A prescindere dalle valutazioni sull’utilità o meno per l’Europa di quest’ultima organizzazione, occorre immediatamente un accordo forte su tre aspetti. Il primo è la difesa dei confini. Su questo la cooperazione è vitale perché è presente, e sempre più lo sarà, il pericolo di terrorismo, la marea montante dell’immigrazione, l’illegalità, i commerci di armi, il pattugliamento e la sicurezza delle frontiere esterne. L’altro aspetto è quello delle missioni di “peace-keeping” internazionali. Invece di spendere tanti soldi e vite di giovani a combattere guerre altrui sarebbe il caso di inviare le forze di un esercito e marina europee nei teatri dove l’interesse nostro lo richiede (Mediterraneo, Nord-Africa, Chad, Libia, Siria, ecc). Infine la costituzione di un’industria della difesa europea che consentirebbe gli acquisti di sistemi d’arma stranieri in maniera concertata e meno costosa. L’Europa è tra i quattro maggiori attori mondiale per dimensione degli eserciti e degli armamenti: dispone di portaerei (italiane e francesi) e di Marine militari, che consentirebbero la proiezione del suo potere di influenze in vari teatri; dispone, ancora, di sorprendenti rapporti di forza ed influenza con un numero molto elevato di ex-colonie dislocate in mezzo mondo, sensibili alle eventuali proposte unitarie europee. Tale enorme potenziale è oggi per nulla sfruttato perché frammentato in una inane, infruttuosa e sostanzialmente inutile congerie (e non somma) di micro-politiche nazionali. L’Europa che vogliamo deve occuparsi di queste cose, altrimenti la sopravvivenza del concetto stesso di Unione è in pericolo e lo sarà vieppiù in futuro.

L’Europa che vogliamo, da Malta al Circolo Polare, dall’Atlantico agli Urali ma anche molto oltre, si basa su, riconosce ed esalta le differenze nazionali, etniche, religiose, storiche, geografiche, economiche; è costruita sulla roccia delle tradizioni, che venera, rispetta e trasmette alle nuove generazioni. È fiera della sue radici, delle sue differenze e della sua matrice indo-europea; concepisce il suo destino fatale nel mondo come centro di luce e civiltà, che ritiene suo superiore destino rispetto ad altre visioni del mondo. Non è relativista né fautrice dell’ideologia gender o lgtb; pur rispettando le opinioni di tutti, altrettanto rispetto pretende entro i suoi sacri ed inviolabili confini; e tale rispetto impone con la forza della coesione e della comunità di destino. Non aggredisce né interferisce con alcun vicino o lontano, assicura la partecipazione di tutti al progresso mondiale; reagisce alle interferenze dall’esterno, culturali, economiche o militari, colla forza del diritto romano comune e della spada, di guardia indefessa sul confine.
L’Europa che vogliamo riconduce l’economia, la finanza, le banche, i mercati alla loro necessaria funzione di sviluppo, e le subordina al servizio della sua visione del mondo laddove l’armonia di vita delle sue popolazioni saranno sempre di un interesse superiore.
L’Europa che tanti di noi hanno sognato prima e dopo l’ultimo conflitto europeo sta morendo per la miopia visuale dei suoi modesti artefici che pretendono costruirla dal basso, attraverso la moltiplicazione delle regolamentazione, i codici, i ratio, una moneta artificiale ed esterna (neppure centrale ed autonoma), le regole per le banche, la contabilità ed i deficit. Non può funzionare perché anche e soprattutto in periodi di crisi e smarrimento gli europei aspirano ad altro. Abbiamo già avuto esempi di un’Europa assolutamente unita, invincibile e faro di civiltà per il mondo: l’Impero Romano ne è stato plastica incarnazione e dopo di esso il Sacro Romano Impero medievale e rinascimentale. In queste configurazioni il continente è sempre stato unito, rispettando ed esaltando tutte le specifiche ed incancellabili differenze, unificato da un principio di ordine superiore, l’Imperatore. Mutatis mutandis ai nostri tempi occorre che l’Europa si dia un principio unificante superiore che funga da asse portante, attorno a cui tutte le specificità vengono risolte nella loro esaltazione, altrimenti Europa non sarà mai altro che una connotazione geografica.
Mai come in questo strano periodo storico attuale una faglia di speranza al riguardo è stata visibile: vi sono fatti e forze in movimento del tutto imprevisti dagli analisti del politicamente corretto che possono generare situazioni finalmente nuove. I recenti fatti che colgono impreparati gli analisti da salotto del pensiero unico, sono il contrasto difficilmente sanabile fra USA e Germania, la presenza interessante della Russia, le vittorie al governo di alcuni partiti confusamente “populisti”, Brexit, forse Germanexit domani, l’isolamento “forte” scelto dagli USA, la rivoluzione tecnologica che ha cambiato il mondo grazie ai satelliti, la connettività istantanea, i movimenti demografici che fanno pensare al periodo delle invasioni barbariche. Questi fatti ed altre tendenze ancora inducono una piccola luce di speranza, perché sono il segno di un iniziale sommovimento tellurico di base che genera una linea di faglia, da alimentare e cogliere; nella misura in cui la speranza sarà colta da leader diversi ed alimentata dal volere di popolo europeo di orgogliosi civilizzatori e non di ragionieri.

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