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La crescita di Salvini mina il governo

Il governo Lega-Cinquestelle si spaccherà? L’alleanza “innaturale” reggerà per l’intera legislatura? Sono in molti a sperare che l’esperimento inizialmente giallo-verde e oggi giallo-blu finisca tra le formule di breve durata come un qualsiasi governo balneare della famigerata prima repubblica. Contro leghisti e pentastellati sono schierati grandi commentatori del video e della carta stampata, intellettuali orfani di piccoli e grandi padri nonché di molte chiese e politicanti avvezzi al piccolo cabotaggio e alle grandi ruberie. Le basi cultural-ideologiche di questo fenomeno bicefalo, che occupa Palazzo Chigi e buona parte del Parlamento, sono raffazzonate e a tratti risibili, ma il consenso ottenuto assicura la necessaria legittimità, per cui è del tutto inutile mettersi a polemizzare su sovranismo, populismo, signoraggio e dintorni.

Un dato è acclarato: il governo in carica segna la fine di un sistema messo in piedi dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. C’era un partito, la Democrazia Cristiana (Dc), che gestiva il potere ministerial-amministrativo, a fronte del quale il Partito comunista italiano (Pci) esercitava l’egemonia culturale. Per diventare presidente dell’Iri dovevi avere l’appoggio della Dc e per diventare un grande artista dovevi avere la benedizione comunista. Era normale incontrare un attore, uno scrittore, un pittore… i quali confessavano a bassa voce che la loro fantastica carriera era made in Pci. Erano talmente tanti gli artisti di sinistra che si diffuse la leggenda che quelli di destra erano tutti ignoranti. A destra non germogliavano, infatti, pittori, poeti, romanzieri e via culturando… L’elenco di artisti diventati famosi soltanto dopo la loro conversione alla chiesa comunista è parecchio lungo, ma lunghissima è la fila di quelli che mai divennero famosi perché non vollero convertirsi. La strada era talmente obbligata che nacquero perfino i cattocomunisti.

Non è una divagazione. È stato necessario spiegare come s’erano spartiti l’Italia i due grandi partiti di massa; per sommi capi, altrimenti ci sarebbe voluta un’enciclopedia. Un docente di storia dei partiti italiani caccerebbe dall’aula uno studente tanto superficiale, ma va ricordato che, nonostante i vari plurali e pluralismi, la vita degli altri partiti dipendeva dall’equilibrio Dc-Pci.

Quel sistema ha retto per più di un sessantennio.

Un giovane aficionado di social e abituato ai commenti tranchant potrebbe chiedere: possibile che non ci sia mai stato un qualche tentativo di rompere quel bipolarismo? Sì, ce ne sono stati e pure parecchi. Basti pensare alle irruzioni “rivoluzionarie” dei Verdi o a quelle sfasciste dei Leghisti secessionisti… ma il sistema ha sempre retto, perché i due pilastri (Dc e Pci) non vacillavano nemmeno un po’.

Stavolta è diverso. Stavolta la tracimazione di leghisti e grillini ha trovato il vuoto. Quei pilastri s’erano sfaldati ma ancora reggevano quando il partito inventato sull’onda del golpe mediatico-giudiziario, e cioè Forza Italia, s’era dovuto scontrare con il vecchio sistema (nei tribunali e fuori).

A distruggere la chiesa sorta sulle rovine della diarchia Dc-Pci sono stati astuti burosauri e tecnocrati arrampicatori insieme e d’accordo con capi e capetti. Su un versante, per abbattere Matteo Renzi, il presuntuoso arrogante rottamatore vincitore delle primarie, hanno accelerato la fine del moribondo Pd.

Qualcuno crede che si rimetterà in piedi l’ennesimo partito perpetuante la prassi Pci-Pds-Ds-Pd. Qualcun altro spera che Forza Italia ritrovi una guida carismatica. Un dato è certo: il sistema partorito dal bipolarismo Dc-Pci non ha speranza di resurrezione.

Girano voci che, esaurita la farsa del povero Taviani nella veste messagli a forza di leader erede di Berlusconi, Renzi prenda in una mano i fedeli compagni piddini e nell’altra i disorientati amici forzisti, per guidarli tutt’insieme alla riconquista del primato perduto. Si chiamerà Forza Pd? Partito della Nazione? Nazionalrepubblicani? La fantasia dei copywriter non ha limiti. Basta pagare.

Ipotizzando la nascita di un vecchio-nuovo soggetto politico, terzo polo tra Lega e M5s, la sopravvivenza del governo si fa più incerta. Al di là degli incidenti di percorso (sempre possibili nei governi di coalizione come insegnano i governi Prodi e Berlusconi), è alle prossime elezioni europee (maggio dell’anno prossimo) che si conterà la consistenza di movimenti e partiti. Ci sono di quelli che scommettono sull’exploit di Salvini con conseguente consolidata egemonia.

In ogni caso, tocca essere grati al mostriciattolo giallo-blu, in quanto ha gettato palate di terra sulla fossa del sistema partorito dagli accordi Usa-Urss alla fine della seconda guerra mondiale. La sparizione dal palcoscenico di gente come D’Alema e Bindi, per esempio, è già un risultato degno di lode. Restano le leggi, chiamiamole così, emanate per punire gli avversari, ma è soltanto questione di tempo e anche l’Italia potrà vantare di essere una democrazia parlamentare fondata sulla libertà di opinione.

C’era una volta la “triplice”, cioè il trio sindacale Cgil-Cisl-Uil (chiamato anche Trimurti) che agiva di conserva nonostante le cabine di regia fossero divise tra Pci, Dc e Psi (anche qui il tranchant è inevitabile). Ci sono voluti decenni per fare a pezzi il mostro tricefalo, ma erano altri tempi. Oggi avviene tutto in tempo reale e quanto tempo occorrerà perché la Trimurti Di Maio-Conte-Salvini si sfaldi? Forse reggerà fino alle europee, ma sarà difficile che proseguirà oltre. Soprattutto se Matteo Salvini vincerà a mani basse.

 

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