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Sgombero di zingari in Francia

Gli zingari hanno ottimi avvocati

«Zingara. Donna che appartiene all’etnia degli Zingari, in particolare dedita all’accattonaggio e alla chiromanzia». La definizione è del “Grande dizionario della lingua italiana”, dove troviamo anche il vezzeggiativo «Zingarella. Zingara giovane e graziosa». A Roma le zingarelle prediligono infilarsi nei vagoni affollati della metropolitana o montare sugli autobus, ovviamente affollati, della linea 64, quella che porta a San Pietro. Vanno a caccia di portafogli e borsellini. Quando sono colte in flagrante, strillano piangono e si disperano. Accusano di molestie chi le tiene strette per non farle scappare e di razzismo chi inveisce contro di loro, il più delle volte a maledirle sono donne anziane esasperate e incazzate giacché sono la selvaggina preferita.

Quindi, al dizionario di Salvatore Battaglia (edito dalla Utet in 21 volumi) ci sarebbe da premettere “borseggio” all’accattonaggio e alla chiromanzia.

Anni fa, un factotum al quotidiano “La Discussione” giustificava i ritardi accusando il traffico: porto le bambine a scuola e la deviazione mi fa perdere tempo. Poi aggiungeva: per i bambini dei campi nomadi c’è il pulmino del Comune ed è sempre semivuoto, perché quelli lì i bambini non li mandano a scuola ma a rubare.

Generalizzazioni razziste? Basta andare nelle scuole romane e chiedere i tassi di presenza di zingarelle e zingarelli. Basta parlare dieci minuti con un qualunque commissario operante nel centro storico a Roma. Basta andare in periferia dove i campi sono depositi di merce rubata e dove si brucia ciò che non possono vendere. Chiudere gli occhi su queste realtà, non serve. Qua non si tratta di buonismo o di razzismo. È una faccenda che in alcune città è diventata una emergenza sociale.

Però è offensivo chiamarli zingari. Nella nostra letteratura, da Ariosto a Foscolo, da Manzoni a Moravia, da Carducci a Bassani, la parola zingaro e suoi derivati (zingaresco, zingarico, zingarescamente) non hanno alcunché di offensivo. C’è un solo termine spregiativo ed è “zingarume”.

Per offendere, dunque, si dovrebbe dire che Roma è martoriata dallo zingarume. Invece, è sufficiente usare la parola zingaro per beccarsi l’accusa di razzista.

E quale tocca usare per stare tranquilli? “Nomadi”. Una parola che dal greco è passata al latino e quindi all’italiano e che etimologicamente significa “che erra per mutare pascoli”. Il Battaglia definisce l’aggettivo nomade (che al femminile è nomada): «Che pratica il nomadismo (una tribù, un popolo, una persona che vi appartiene)».

C’è addirittura una “Opera Nomadi”, un’associazione con tanto di presidenti, direttivi, uffici, segretarie, centralinisti etcetera ecceterone che il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (quello della “strage di stato”, per intenderci) elevò con un decreto a Ente morale nazionale, con tutti i benefici del caso. L’organizzazione rappresenta rom, sinti e camminanti, ma nessuno di loro “cammina”, nessuna famiglia se ne va in giro in cerca di pascoli, sono tutti bellamente stanziati in città.

Dovrebbe chiamarsi “Opera Stanziali”, altro che nomadi! Qualche decennio fa, feci un paio di inchieste televisive sugli zingari a Roma. Per evitare le raffiche ammazzasette di “ripubblica” e compagni, intervistavo soltanto chi aveva la tessera del Pci o che mi dimostrava di essere di sinistra. Le loro testimonianze erano dolorose perché i loro partiti di riferimento non capivano cosa significasse abitare in un quartiere dove l’autoradio era un invito a rompere il vetro, gli androni erano cessi senza lo scarico e dove la minima distrazione causava la perdita del portafoglio. A non parlare di ragazze e donne molestate da zingari ubriachi.

Ho sentito alla radio un professore universitario dire che i campi nomadi sono manifestazione di razzismo. Il docente (ma di che?) accusava i governi di ghettizzare i nomadi. Vivevo e lavoravo a Roma, quando il Campidoglio varò il piano di costruzione di campi attrezzati (scarichi, docce, energia elettrica etc.) per trasferirvi gli zingari che vivevano in baracche di lamiere e cartoni sugli argini del Tevere e fra gli arbusti di Monte Mario. Fu una costosa opera di civiltà. Qualcuno storse il naso: non vale la pena di spendere tanti soldi per gli zingari. E dopo qualche mese, quando i campi attrezzati erano sfasciati, puteolenti e solcati da rivoli di fango e acque reflue, più di qualcuno disse: era inevitabile, quelli non sanno cosa sia la pulizia. Ovviamente non è vero. Le concause che trasformano i campi in discariche sono tante e diverse. Comunque, per farsi un’idea a Roma, date uno sguardo ai “villaggi attrezzati” di via di Salone, via dei Gordiani, via Candoni, Castel Romano e Camping River. Lasciamo stare i progetti di inserimento, di avviamento al lavoro, di scolarizzazione e tutti i soldi spesi. Non è questo il punto. Il punto è che c’è grande ipocrisia. Che gli zingari sono stanziali e non sono più nomadi da decenni. Che i ricorsi alla giustizia europea sono uno strumento partitico (a chi ha fatto ricorso era stata assegnata una casa ma l’aveva rifiutata) per dare addosso all’attuale governo. E i costosissimi avvocati sono stati abili davvero.

Tutto nella norma. La dialettica politica impone alle opposizioni di rompere le uova nel paniere di chi governa. Ma almeno risparmiateci le cazzate.

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