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Sessantotto. La doppietta di Scalfari: fascisti+golpe

Grande attenzione da parte della “sinistra” in crisi è rivolta contro CasaPound, il Movimento delle Tartarughe Frecciate. Articoli e libri di varia qualità invocano lo scioglimento dell’organizzazione.

La libertà per i compagni è sempre stata a senso unico. Con molti di loro, il confronto è perfettamente inutile. Qualche giorno fa ho scritto “L’antifascismo, l’arma più forte della sinistra” perché ispirato da una serie di articoli del settimanale “L’Espresso” pubblicati cinquant’anni fa, ripubblicati dieci anni fa e ripubblicati nei quattro volumetti venduti il mese scorso con il titolo “Il Sessantotto” (vedi https://internettuale.net/2776/sessantotto-la-favolistica-dellespresso).

Propongo qui di seguito alcune frasi scritte dal campione dell’antifascismo-chic Eugenio Scalfari. Leggendo, ci si rende conto che la repressione di oggi è poca cosa se paragonata a quella degli scorsi decenni allorché, per affilare la ghigliottina antifascista, si evocavano perfino i fantasmi dei colpi di stato in salsa madrilena.

A Roma uno studente cade da un muretto e muore. Si chiama Paolo Rossi e sulla tragedia della sua morte (a me viene in mente anche quella di un altro studente, Domenico Congedo, caduto dal camminamento che dalla facoltà di Magistero porta alle spalle delle Terme di Diocleziano) si costruisce l’ennesimo muro antifascista. Scriveva (8 maggio 1966) Scalfari: «…un’ondata potente d’antifascismo ha mosso l’opinione pubblica… bisogna parlare dei fascisti all’università… della presenza fascista nell’università di Roma e dell’impunità che per anni è stata assicurata alle squallide imprese degli ultimi epigoni delle brigate nere…. E chi può dire che sia senza colpa la stampa, questa stampa romana che s’è sempre distinta per la sua fiacchezza morale, per la sua volgarità intellettuale…». Il motivo per cui fonderà “Ripubblica” sta proprio in questa missionaria esigenza di portare una ventata di moralità e di aristocratico stile. Basta sfogliare le pagine del quotidiano e si sale sulle vette di una indiscussa onestà intellettuale.

La didascalia dell’Espresso spiega che Rossi era caduto «per un pugno ricevuto da un gruppo di fascisti all’Università…». Forse sono scarso di fantasia ma non riesco a immaginare un pugno sferrato da un gruppo. A parte ciò, annoto che, nonostante i decenni trascorsi, chi ha curato le didascalie non s’è affatto premurato di informarsi ma si è preoccupato di stare in sintonia con quanto aveva scritto il grande capo, il grande vecchio, il decano della stampa e chi più ne ha…

Scriveva Scalfari sull’Espresso del 12 febbraio 1967: «All’interno dell’arma dei carabinieri c’è una specie di terremoto, con comandanti di brigata trasferiti e comandanti di legione agli arresti di rigore. Non c’è generale di qualche importanza che non sospetti d’essere pedinato o d’avere il telefono sotto controllo….».

Il 23 aprile 1967 dava la notizia della destituzione del generale Giovanni De Lorenzo da capo di Stato Maggiore dell’Esercito: «…il controspionaggio militare, anziché dedicarsi soltanto ad individuare fatti contrari alla difesa del paese, s’è occupato ampiamente dell’attività di uomini politici, scienziati, alti funzionari dello Stato, giornalisti e perfino sacerdoti e vescovi…».

Questi due articoli fanno da battistrada allo scoop del collega Lino Jannuzzi che, dopo nemmeno un mese (il 14 maggio 1967), racconta di un tentato golpe che il generale De Lorenzo avrebbe ordito tre anni prima e precisamente il 14 luglio del 1964. Questo è lo sfondo sul quale s’innesta l’antifascismo scalfarista.

A proposito di Valle Giulia (l’inizio giornalistico del Sessantotto in Italia) scriveva (3 marzo 1968): «Riuscirà la sinistra italiana a riassorbire e ad utilizzare costruttivamente il movimento studentesco?». Evidente fin da allora la voglia di fare il giornalista di un giornale-partito. Se ci fosse già stata “Ripubblica”, avrebbe “utilizzato” alla grande i giovani contestatori.  Si dovette invece limitare a consigliarne l’uso al Pci e compagni associati.

Il 20 aprile del 1969 raccontava con una forte dose teatrale di pathos che «scioperava il paese, stretto in un abito sempre più logoro, del quale infinite volte negli ultimi vent’anni gli era stato promesso un ricambio di panno buono…» e poi paventava, con indubitabile bravura, «un riflusso in confronto al quale il 19 aprile del 1948 (prime elezioni del dopoguerra vinte dalla Democrazia Cristiana contro il Fronte democratico popolare organizzato da Pci, Psi e compagni; fra l’altro convinti di vincere e portare l’Italia sul fronte sovietico; ndr) sembrerà una data fausta per le forze di sinistra…».

Il 27 luglio 1969, Scalfari tornava alla carica lanciando dei forti interrogativi in merito a quello che sarà definito “autunno caldo”: «Sarà l’appuntamento della rivoluzione? O della reazione? Dei comitati di fabbrica? O dei generali e dei colonnelli?».

La narrazione è fin troppo elementare nella sua apocalittica prospettiva: o la rivoluzione o la dittatura militare. A suo dispetto, non ci furono né l’una né l’altra, ma, vedendo lo stato attuale delle cose, forse sarebbe stato meglio un bel casino nel ’69 (rivoluzione, cioè dittatura del proletariato, o golpe, cioè dittatura militare, non avrebbe fatto gran differenza). Narrava, il profeta mancato, che i capi operai e gli studenti dei comitati operai-studenti quella notte (cioè il 10 luglio; ndr) «cambiarono alloggio per non farsi sorprendere nel sonno se mai la retata ci fosse stata». E continuava insistendo: «In queste condizioni non c’è da stupirsi se una normale scadenza sindacale rischia di trasformarsi in un appuntamento rivoluzionario o a sboccare in un putsch militare». Faceva presente che «sui delegati eletti solo due appartengono a Potere Operaio» e concludeva sottolineando la forza degli operai, i quali sfidavano: «I colonnelli? Vengano in fabbrica i colonnelli. A far lavorare gli operai e a imporre i ritmi alle catene di montaggio. Come faranno? Mettendo una sezione di mitraglieri in ogni reparto?». Operai edotti dell’arte bellica, visto l’uso di “sezione”, parola del vocabolario militare.

Il 2 novembre 1969, Scalfari ci riprovava: «Che succede in Italia? si chiedono i corrispondenti dei grandi giornali stranieri…. È una vertenza sindacale come un’altra? È la vigilia d’un colpo di stato di destra? È l’anticamera della rivoluzione?».

Qui prorompe la cifra che sarà caratteristica di “Ripubblica”, cioè l’astuto mix di notizia e colore, di fatti e commenti. Infatti, raccontava di una “offensiva delle mogli”, spiegando che «le mogli operaie starebbero facendo il muso ai loro uomini quando questi portano a casa le buste paga tagliate dai giorni di sciopero. Questo elemento psicologico dovrebbe avere come risultato d’attenuare la combattività e la solidarietà di classe e rompere la compattezza delle agitazioni». Subito dopo ripigliava la palla di cristallo: «…A Natale per gli operai c’è in ballo la necessità di portare a casa qualcosa che non siano i due terzi della busta-paga, perché un Natale in quelle condizioni sarebbe veramente la vigilia della rivoluzione».

I dati dell’equazione sono sempre gli stessi: o vincono i compagni oppure i fascisti. Eugenio Scalfari sapeva perfettamente che a vincere sarebbe stata comunque la Democrazia Cristiana. Poneva quel dilemma per una sola ragione: la legittimazione della sinistra in quanto unico fronte antifascista. Un trucco che qualche retrogrado nipotino di Stalin usa ancora.

L’uomo Scalfari è assai vanitoso. Gli piace raccontare che esce «dall’ufficio di Agnelli mentre viene annunciato l’ambasciatore polacco…». La sua dimestichezza con i vip non gli fa dimenticare il popolo e perciò parla anche con «Sergio Garavini, uno degli uomini più preparati…». Stop. Ho infierito abbastanza.

 

 

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