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L’Italia perse la sovranità nel 1943

La sovranità perduta da una Nazione è come la verginità violata per una donna: consumata una volta, non si ricompone più. La rivoluzione sessuale degli Anni Sessanta ha, fra l’altro, tolta importanza alla verginità femminile. Anzi, oggi una donna è libera quanto l’uomo: può fare esperienze a gogò senza pagare pegno. Se domani, per ipotesi, dovessero rimettere in funzione le case di piacere, ne dovrebbero progettare di due tipi: uno per maschietti e un altro per femminucce. E, dopo le legittime proteste di transgender&co, ce ne vorrebbe un terzo.

Scherzi (ma non tanto) a parte, l’Italia ha perso la sovranità, non quando a Roma ha posto i primi mattoni per costruire l’Europa, bensì il 25 luglio del 1943 allorché Casa Savoia decise di sciogliere i legami con gli alleati che aveva e farsene di nuovi.

La miserabile messinscena del maresciallo Badoglio gettò altro fango sulla dignità di un popolo e quindi anche delle generazioni a venire.

Il Maresciallo quel 25 luglio annunciò alla radio: «Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni…».

Quelle “millenarie tradizioni” furono gettate nel cesso di Cassibile dopo poco più di un mese. Il 3 settembre, infatti, l’Italia firmò la resa incondizionata. In aggiunta alla ignobiltà della decisione, tant’è che nacquero i verbi to badogliate “tradire stupidamente” e to do not badogliate “non fare cazzate”, il sovrano e il maresciallo volevano che la firma restasse segreta, ma ai nuovi alleati non conveniva, per cui i bombardieri continuarono a massacrare di bombe la popolazione italiana. Nemmeno i bombardamenti a tappeto smossero i congiurati raccolti al Quirinale e il generale americano Eisenhower ne diede notizia nel pomeriggio dell’8 settembre parlando a Radio Algeri. La fuga dei sovrani, dei marescialli e generali vari, il caos nei comandi militari, la dura reazione tedesca, l’intera nazione allo sbando hanno dato all’8 settembre un valore simbolico atto ad indicare lo sfascio e la polverizzazione di un sistema.

Alla resa del 3 settembre, seguì il 29 settembre la firma di un documento meglio articolato. Gli storci parlano di “armistizio breve” e “armistizio lungo”. In breve: sulla nave “Nelson” ancorata a Malta il gen. Eisenhower, l’ammiraglio Cunningham, il gen. MacFarlane, il gen. Gorth, coi loro ufficiali e il maresciallo Badoglio, il gen. Ambrosio, il gen. Roatta, il gen. Sandalli, l’ammiraglio De Courten, coi loro ufficiali concordarono la dichiarazione di guerra alla Germania da parte del Regio governo italiano. Dopodiché, fu firmato l’atto intitolato “Condizioni aggiuntive di armistizio con l’Italia ” che integrava il documento del 3 settembre. Quattro anni dopo, il 10 febbraio del 1947, fu firmato a Parigi il trattato di pace tra i nuovi alleati e l’Italia.

Con la resa incondizionata l’Italia perse territori e colonie, ma non fu il colpo definitivo alla sovranità. Era questione di tempo e tutti avrebbero perso le loro colonie, a cominciare dalla corona inglese. Il 3 e il 29 settembre, l’Italia consegnò navi e armamenti, ma neanche questo picconò definitivamente la sovranità.

Le clausole che sancirono la perduta sovranità furono di ordine politico-economico.

L’Italia aveva fin dal 1901 firmato trattati commerciali con la Cina e i nuovi alleati vollero cancellarli. E così dovette rinunciare «a tutti i benefici e privilegi risultanti dalle disposizioni del Protocollo finale, firmato a Pechino il 7 settembre 1901 e dei relativi allegati, note e documenti complementari ed accetta l’abrogazione, per quanto la riguarda, del detto Protocollo, allegati, note e documenti. L’Italia rinuncia egualmente a far valere qualsiasi domanda d’indennità al riguardo».

Sullo scacchiere africano, a parte la perdita di Libia, Etiopia etc., un articolo imponeva: «L’Italia accetterà e riconoscerà ogni accordo che possa essere concluso dalle Potenze Alleate ed Associate, per modificare i trattati relativi al bacino del Congo, ai fini di farli conformare alle disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite».

Con altri articoli veniva stabilito che «per tutto quanto si riferisce a dazi ed a tasse sull’importazione e l’esportazione, alla tassazione interna delle merci importate e a tutti i regolamenti in materia, le Nazione Unite godranno incondizionatamente della clausola della nazione più favorita; sotto ogni altro riguardo, l’Italia non adotterà alcuna discriminazione arbitraria contro merci provenienti dal territorio o destinate al territorio di alcuna delle Nazioni Unite, rispetto a merci analoghe provenienti dal territorio o destinate al territorio di alcun’altra Nazione Unita, o di qualunque altro paese straniero».

Ancora: «Il Governo italiano ritirerà e riscatterà in valuta italiana entro i periodi di tempo e alle condizioni che le Nazioni Unite potranno indicare tutte le disponibilità in territorio italiano delle valute emesse dalle Nazioni Unite durante le operazioni militari o l’occupazione e consegnerà alle Nazioni Unite senza alcuna spesa la valuta ritirata. Il Governo italiano prenderà quelle misure che potranno essere richieste dalle Nazioni Unite per il controllo delle banche e degli affari in territorio italiano, per il controllo dei cambi coll’estero, delle relazioni commerciali e finanziarie coll’estero e per il regolamento del commercio e della produzione ed eseguirà qualsiasi istruzione emessa dalle Nazioni Unite relativa a dette o a simili materie».

Inoltre: «L’Italia s’impegna a non acquistare e a non fabbricare alcun apparecchio civile che sia di disegno tedesco o giapponese o che comporti importanti elementi di fabbricazione o di disegno tedesco o giapponese».

La necessità di scrivere articoli brevi – altrimenti nessuno li legge – deve lasciare il passo ad un’altra superiore necessità, che è quella di dare un’informazione la più possibile completa. Perciò leggiamo altri articoli:

«Ciascuna delle Potenze Alleate e Associate avrà il diritto di requisire, detenere, liquidare o prendere ogni altra azione nei confronti di tutti i beni, diritti e interessi, che, alla data dell’entrata in vigore del presente Trattato si trovino entro il suo territorio che appartengano all’Italia o a cittadini italiani e avrà inoltre il diritto di utilizzare tali beni o proventi della loro liquidazione per quei fini che riterrà opportuni, entro il limite dell’ammontare delle sue domande o di quelle dei suoi cittadini contro l’Italia o i cittadini italiani, ivi compresi i crediti che non siano stati interamente regolati in base ad altri articoli del presente Trattato. Tutti i beni italiani od i proventi della loro liquidazione, che eccedano l’ammontare di dette domande, saranno restituiti».

Stabilito che i nuovi alleati possono fare mano bassa di beni e quant’altro, si decise che «il Governo italiano s’impegna a indennizzare i cittadini italiani, i cui beni saranno confiscati ai sensi del presente articolo e non saranno loro restituiti».

Perfino l’antifascismo del quale si gloriarono e si gloriano in tanti fu imposto dai nuovi alleati: «Tutte le organizzazioni fasciste, compresi tutti i rami della milizia fascista (MVSN), la polizia segreta (OVRA) e le organizzazioni della Gioventù Fascista saranno, se questo non sia già stato fatto, sciolte in conformità alle disposizioni del Comandante Supremo delle Forze Alleate. Il Governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l’abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista, il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e dell’insegnamento fascista».

Per le clausole segrete con le quali l’Italia s’impegnava ad ospitare basi militari americane e a garantire servitù varie, davvero qui non c’è spazio. Giusto per dare un’idea di quanta “sovranità” sia rimasta dopo quel buio settembre del 1943, citiamo soltanto il Bilateral infrastructure agreement (Bia) del 1954, con il quale gli Usa avevano rafforzato la loro attiva presenza in Italia. Ebbene, il governo Berlusconi, a luglio del 2008, chiese di desecretare il Bia spiegando che erano stati desecretati anche lo Shell Agreement del 1995 e la relativa Intesa tecnica per le installazioni di Sigonella, San Vito e Vicenza. L’ambasciatore Usa stilò una nota con la quale informava il governo italiano che «l’Ambasciata di Roma ha lungamente preso in considerazione la richiesta e consultato EUCOM (The United States European Command). Il Dipartimento non è d’accordo con la summenzionata richiesta del Governo Italiano per detta desecretazione e quindi si esprime contro la desecretazione».

A questo punto, sarebbe naturale concludere che l’Italia in Europa ha ritrovato parte della dignità perduta nel 1943 e che un’Europa sovrana ingloberà la sovranità di tutte le Nazioni d’Europa. Come una donna si sottopone ad un intervento chirurgico per riavere la verginità perduta, grazie all’Europa l’Italia potrà recuperare la sovranità. È ovvio che una certa miopia sovranista impedisce di vedere questo e invoca un altro voltafaccia nei confronti della Germania.

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