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Anche i "sinistri" (come li chiamava Lenin) contro l'euro

Sovranismo, malattia infantile del neofascismo

Tra gli abitanti d’Italia, è diffusa l’opinione che l’euro sia una palla al piede. Liberiamoci da questo peso – si sente dire in giro – e potremo finalmente crescere senza vincoli e imposizioni.

La medesima opinione è prevalente anche in alcuni ambienti neofascisti, che, al dato economico, aggiungono richiami alla Nazione e alla Sovranità perduta. L’orgoglio nazionale non è diffuso da noi come per esempio in Francia e la gran parte delle persone tiene di vista soltanto l’interesse personale. Niente di nuovo. Non è che, ai tempi del Risorgimento, tutti volessero l’Unità d’Italia e fossero disposti a combattere e morire. È normale che ci sia una linea di separazione tra le minoranze o, se volete, le élites e le maggioranze. Perfino Andromaca, sposa fedele e amorosa madre, implora Ettore, principe guerriero, di non andare a combattere, di farci andare qualcun altro, di starsene a casa con moglie e figlio. A volte, un capo riesce a smuovere una popolazione, farla diventare un popolo e spingere i più alla lotta e al sacrificio. Ma divago.

Intanto, va detto che qui l’utilizzo dell’aggettivo “neofascista” segue la vulgata corrente. Sarebbe, questa sì, una lunga parentesi per operare le giuste e opportune distinzioni tra i gruppi, i movimenti e i partiti che vantano sentimenti e ispirazioni derivanti dal Fascismo di Benito Mussolini. A ben vedere, di globuli autenticamente fascisti se ne contano pochini nel sangue di molti “neofascisti”, ma anche questo è tema che porterebbe parecchio lontano. Va anche aggiunto che il sovranismo dilaga anche tra militanti e gruppi di sinistra, in Italia e in Europa. A mo’ d’esempio, cito Mrc (Mouvement républicain et citoyen), FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs), PVV (Partij voor de Vrijheid), La France insoumise, Confederazione per la liberazione nazionale… tutti mirano a “riconquistare la sovranità liberandosi dalla gabbia europea”. La Brexit britannica si è fondata sulla parola d’ordine “take back control”, ripigliamoci il pallone, cioè.

Alcuni sodalizi (vedi Lega e M5s in Italia) sono riusciti ad andare al governo proclamando un forte euroscetticismo, diciamo così.

Sul piano elettorale, il “take back control” ha funzionato parecchio fino ad oggi: in Europa abbiamo un fronte sovranista che è l’alternativa popolare all’europeismo. Sono, l’europeista e il sovranista, «l’un contro l’altro armato», direbbe Manzoni.

L’insoddisfazione, la delusione, la rabbia nei confronti di una Ue, che impone sacrifici e regole ignorando le esigenze e le richieste di larghi strati delle popolazioni, alimentano un serbatoio elettorale cresciuto esponenzialmente negli ultimi tempi anche in forza della paura dell’immigrato.

Come dimostrano i primi passi del governo Conte, frutto dell’accordo Lega-M5s, i proclami sull’immediata uscita dall’euro sono già stati stemperati. Come la minaccia della secessione (negli anni Novanta del secolo scorso) lanciata dalla Lega Nord di Umberto Bossi si trasformò in una proposta di Federalismo poi accettata dal ceto politico dominante, così l’urlo “No euro” si addolcisce in un “modifichiamo le regole europee”. Il sovranismo è un vistoso berretto a sonagli (consenta Pirandello) utile ad ottenere attenzione e rispetto ai tavoli delle trattative europee.

Che il Regno Unito (ancora per poco) di Gran Bretagna e Irlanda stia pagando un prezzo altissimo per non aver saputo gestire la paura dei cittadini e fermarli nella corsa verso l’uscita dall’Ue non spaventa i sovranisti di casa nostra. Meno male che quelli che hanno vinto non hanno alcuna reale intenzione di promuovere una brexit made in Italy.

Il sovranismo, ripeto, in alcuni ambienti è percepito come una Reconquista, come furono chiamati i 750 anni di lotte di re e regine per liberare la Spagna dalla dominazione araba.

“Mai più schiavi della Merkel. Riprendiamoci la sovranità sulla moneta e cancelliamo anche il signoraggio (mitologema che appassiona un fracco di gente). Arrestiamo l’invasione dello straniero”. Ma dietro questi cartelli inalberati chi sfilerà?

Sul piano elettorale, si pappano quasi tutto Lega e Cinquestelle. In prospettiva, la protesta si ridimensionerà e i partiti che oggi la sfruttano già si preparano ad aggiustare il tiro. Per i “duri e puri” che, nonostante tutto, continuano ad invocare la sovranità perduta, lo spazio si restringerà fino a soffocarli.

Il titolo “Sovranismo, malattia infantile del neofascismo” è una rivisitazione (così si chiamano oggi le copiature di opere altrui) del titolo che Lenin mise ad un opuscolo che scrisse per spiegare ai rivoluzionari che i compromessi erano necessari.

Era il 1920, i bolscevichi avevano vinto, ma il potere non era per intero nelle loro mani. “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” servì per mettere in riga tutti.

Scriveva Lenin: «Nel 1908, i bolscevichi “di sinistra” furono espulsi dal nostro partito perché si rifiutavano ostinatamente di comprendere la necessità di partecipare al “Parlamento” ultrareazionario… Immaginate che la vostra automobile sia fermata da banditi armati. Voi date loro il denaro, il passaporto, la rivoltella, l’automobile. Vi siete liberati della piacevole compagnia dei banditi. Il compromesso esiste, senza dubbio. “Do ut des” (io “do” a te il denaro, l’arma, l’automobile, “affinché tu dia” a me la possibilità di andarmene sano e salvo). Ma è ben difficile trovare un uomo in possesso delle sue facoltà mentali che dichiari un simile compromesso “inammissibile in linea di principio”, che proclami la persona che lo ha concluso complice dei banditi (anche se i banditi, installatisi nell’automobile, possano utilizzare la macchina e l’arma per nuove grassazioni). Il nostro compromesso con i banditi dell’imperialismo tedesco è stato simile a un tale compromesso… negare “per principio” i compromessi, negare in generale ogni ammissibilità di compromessi, di qualunque genere essi siano, è una puerilità, che è perfino difficile prendere sul serio… Scempiaggini altrettanto ridicole e puerili non possono non sembrare a noi anche le chiacchiere, estremamente dotte e terribilmente rivoluzionarie, dei “sinistri” tedeschi i quali affermano che i comunisti non possono e non devono lavorare nei sindacati reazionari, che è lecito rinunciare a questo lavoro, che bisogna uscire dai sindacati e creare assolutamente una “lega operaia”… Noi possiamo incominciare a costruire il socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità». Quest’ultima frase meriterebbe una trattazione a parte, nel frattempo l’ho evidenziata.

Sento una vocina che sfotticchia: e che c’entrano certi neofascisti con Lenin che era un comunista?

Sinceramente: vale la pena di rispondere ad una osservazione, chiamiamola così, del genere?

Che ci siano parecchi neofascisti decisi a fare testimonianza e a spegnersi nel ghetto nel quale stanno comodamente rinchiusi, non è cosa che valga la pena trattare. Invece, di coloro i quali non stanno fermi su vecchie trincee, che guardano al futuro, che io amo definire “postfuturisti e prefascisti” e che sono orgogliosi di chiamarsi Fascisti del Terzo Millennio, ebbene questi io non mi rassegno a vederli impantanati nel cosiddetto sovranismo.

Cosa succederà quando l’Unione europea farà aggiustamenti e modifiche (anche sulla spinta dei vari “sovranismi”) e le popolazioni riacquisteranno fiducia nell’euro perché porterà di nuovo il benessere? Cosa succederà in Italia quando l’immigrazione non sarà più incontrollata?

Mezzo secolo fa, nel corso di una delle mie incursioni in Lucania, un’anziana donna mi disse che metteva la croce sulla croce (cioè votava Dc) perché aveva portato la luce elettrica al posto delle candele. Aveva ragione, mille volte ragione. Qual è il compito di un governo? Fare guerre di religione? Sacrificare vite e beni sull’altare della Giustizia? Sradicare migliaia di famiglie per impiantarle sulla Quarta Sponda? Nient’affatto. Chi governa deve distribuire soldi e assicurarsi il beneplacito della maggioranza.

Arriva l’urlo: questo è vergognoso. È un tradimento delle più nobili aspirazioni della Nazione.

Forse citando Mussolini, il richiamo a Lenin diventa perdonabile.

Scriveva il Duce: «Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent’anni un popolo come l’italiano… Il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L’aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più, delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale… L’individuo tende ad evadere continuamente. Tende a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi, a non fare la guerra. Pochi sono coloro – eroi o santi – che sacrificano il proprio io sull’altare dello Stato. Tutti gli altri sono in stato di rivolta potenziale contro lo Stato».

Di citazioni analoghe se ne traggono a piene mani dall’Opera Omnia e se ne trovano anche navigando sul web.

E dunque?

Chi guarda al futuro, chi ha l’occhio vigile e la mente pronta, chi studia e metabolizza i meccanismi della lotta per il potere, chi ha profonde radici nella Storia sicché può volgersi al cielo senza confondersi, ebbene costui non dovrà più attardarsi in battaglie di retroguardia. Il sovranismo è uno slogan vecchio, destinato a morire quanto prima sotto i colpi della crescita comunitaria. Gli europei tutti, oltre che gli europeisti, saranno contenti di stare in Europa. Tenere accesa una fiaccola è buona cosa per chi fa testimonianza. È segno di infantilismo quando tutto intorno è un brillare di neon.

Aggiustare il tiro. Addestrare una élite. Conquistare Berlino (Kampf um Berlin), occupare pezzi di territorio con pragmatismo e sapienza. Curare l’organizzazione rafforzandola con iniezioni di Storia. Fare della Cultura un organismo vivo e in crescita. Indicare il percorso e seguirlo senza inciampare. In Europa ci sono energie separate dalla lingua, ma unite nel cuore. Mirare ad un’economia chiusa? con regole diverse? Sì, ma in un mercato di mezzo miliardo di persone.

L’obiettivo è costruire un’Europa che occupi lo spazio naturale, cioè il centro del mondo.

 

 

 

 

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