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Sessantotto. La favolistica dell’Espresso

“Il Sessantotto” nelle pagine riciclate dell’Espresso è un calderone nel quale galleggiano gli autoincensamenti di Eugenio Scalfari & co. insieme con gli squarci poetici di redattori modello Camilla Cederna. Di cronache nel vero senso della parole ce ne sono, ma di lato. I quattro volumetti ripubblicati con l’imprimatur di Marco Damilano (direttore non soltanto per meriti televisivi) e di Bruno Manfellotto (figlio d’arte) sfiorano la narrazione storica nelle pagine dedicate al Vietnam, alla battaglia di Franco Basaglia contro i manicomi, alle rivolte razziali negli Usa (a proposito la parola “negro” non era ancora il tabù imposto dalla subcultura yankee), al femminismo, alla musica… ma sono vere e proprie fiabe quando si parla del nostro Sessantotto, di ciò che è successo in Italia in quegli anni. Le didascalie che accompagnano le foto sono di oggi, ma non sono aggiornate: ripetono i vecchi schemi, come se dieci anni dalla prima edizione non fossero passati né il mezzo secolo dagli avvenimenti.

Il prodotto è, infatti, una riedizione di un’analoga pubblicazione di dieci anni fa. Che non conosco. Nel decennio scorso, non avevo tempo da sprecare e la mia esperienza sessantottina mi teneva lontano da “rievocazioni” di protagonisti veri o presunti. Oggi, da pensionato, mi sono concesso il lusso di spendere quattrini per “ripubblica” (chiamo così il giornale di Scalfari da quando ripubblicava con grande clamore i pezzi che io scrivevo su giornali meno diffusi) e mi sono congratulato con me stesso per non essere caduto nelle trappole passate. Stavolta l’ho fatto scientemente per avere la scusa di fare qualche osservazione.

Ciò posto, dico anche che non andrò per ordine.

A Battipaglia, comune a quattro passi da Salerno (io sono salernitano), un giorno d’aprile del 1969, la rabbia popolare fu sedata dalle pistolettate delle guardie. La favoletta che narra l’Espresso la si può giustificare per la pubblicazione fatta a ridosso di quelle giornate, ma non oggi. Mi limito a un solo fatto. Una professoressa di scuola media, Teresa Ricciardi, 30 anni, stava affacciata ad una finestra di casa sua al terzo piano. Fu uccisa da una “pallottola vagante”, si disse. Quelli che stavano lì a prendersi le mazzate (erano arrivati i nuovi manganelli, più lunghi e, soprattutto, più tosti) furono felici di vedere che la popolazione partecipava da finestre e balconi lanciando vasi di fiori e stoviglie varie sugli elmetti alla carica. Irritati per essere bersagliati mentre compivano il loro dovere di mazziatori, misero mano alle pistole. Non fu un “proiettile vagante”, ma un bel colpo da tiro a segno. Sottomano capitò un ciclostile a spirito (credo che pochi sappiano oggi cosa sia un ciclostile, a non parlare del modello economico che andava ad alcool) e con la sigla “Movimento studentesco europeo” furono redatti a mano un po’ di volantini. Ne riproduco qui uno. La vicenda di quel “Movimento” avrebbe diritto a più spazio, che non c’è adesso.

A Battipaglia, i piccoli delinquenti si presero la soddisfazione di bruciare faldoni di polizia e del tribunale, ma ciò che va detto è che non ci fu una strage per la capacità politica di qualche studente europeo. Dentro il commissariato s’era asserragliato un centinaio di poliziotti e funzionari d’alto livello. Erano tutti armati di mitra, fucili, bombe e pistole. Se la folla avesse sfondato il portone, avrebbero sparato “per legittima difesa” e ci sarebbe stata la strage. L’Espresso di quell’aprile narrò qualcosa ma non tutto e la ripubblicazione di dieci anni fa e di oggi sono sullo stesso binario. Peccato.

Altro fatto riportato senza aggiornamenti è la “congiura” del generale De Lorenzo e dello scoop di due cronisti: Lino Jannuzzi e l’onnipresente Scalfari. Della dinamica dei fatti ho sentito in vita mia più di una narrazione. Passando da un giornale all’altro, da uno che faceva capo a Randolfo Pacciardi (altro “golpista fascista”, peccato che fosse stato un comandante combattente antifascista in Spagna) ad un altro dominato da Bettino Craxi (rifugiato in Hammamet), ho raggiunto una sola conclusione: la resa incondizionata del regio esercito nel 1945 aveva legato, fra le altre cose, l’Italia alla politica di sicurezza statunitense. In breve: tutte le volte che gli americani avevano sentore di una prossima aggressione sovietica e/o di uno sconvolgimento, ad opera dei comunisti, del quadro politico italiano, comandavano contromisure. Probabilmente, il cosiddetto “Piano Solo” fu una misura precauzionale del presidente Usa Kennedy nemico dell’allargamento del centrosinistra al Pci. Chissà se un giorno lo si saprà, ma è certo che il generale De Lorenzo querelò gli “scopritori” del fantomatico colpo di stato, vinse la causa e Scalfari e Jannuzzi furono condannati. Per non andare in galera i due si fecero eleggere deputati e usufruirono dell’immunità parlamentare.

Due curiosità.

La prima: Il pm del processo, Vittorio Occorsio, aveva chiesto l’assoluzione.

La seconda: Nel 1968, seguivo il flusso dello spoglio nella sala operativa del Municipio di Salerno (grazie a mio padre che era un impiegato comunale) quando il candidato Lino Jannuzzi fece presente ai vigili urbani che non avevo alcun titolo a stare lì. Fui invitato ad uscire. Acconsentii a patto che fosse espulso anche il candidato (il mio era un illecito, il suo era proprio un atto illegale) e così uscimmo. Ovviamente, dopo nemmeno cinque minuti, lui rientrò.

A parte, i racconti ad usum Delphini, cioè censurati per un motivo o per un altro, c’è un filo conduttore che getta una luce rivelatrice di quali fossero all’epoca i rapporti dei cronisti con i compagni, inclusi quelli della sinistra extraparlamentare.

Paolo Mieli (giornalista che ama farsi chiamare storico) era alla Sapienza il giorno in cui i compagni diedero l’assalto alla facoltà di giurisprudenza occupata dai missini. Nella corrispondenza, Carlo Gregoretti scriveva che Mieli «appena diciannovenne e studente del primo anno di filosofia, era appena tornato dalla Sicilia ed aveva appena finito di scrivere un articolo sui rifugiati delle tendopoli». «Grazie a Mieli – continuava il fedele Gregoretti – che fa parte del servizio d’ordine, possiamo superare il cordone e avvicinarci a Giorgio Almirante».

Diciannove anni, già inviato in Sicilia e incaricato da Potere Operaio del servizio d’ordine, Paolo Mieli ha fatto una carriera di conseguenza. Figlio del giornalista perseguitato dalle leggi razziali del 1938 e primo direttore della potente Ansa, ha dovuto faticare fin da ragazzino per fare lo stesso mestiere del papà.

Prima di continuare, preciso che l’invasione di Legge da parte di giovani e meno giovani con la tessera del Msi fu un atto che tuttora condanno. Però la favoletta di Gregoretti, secondo il quale i compagni avessero «l’abitudine ad una rigorosa autodisciplina» mentre i missini fossero «sottosviluppati mentali…un campionario subumano…», che i compagni avessero resistito alla tentazione di «infliggere una punizione severa e definitiva a questo gruppo…» e via romanzando, mostra crepe a proposito di Oreste Scalzone schiacciato sotto una panca. La verità è che i compagni andarono all’assalto della facoltà e che gli assediati si fottettero dalla paura per cui cominciarono a lanciare sugli assalitori attaccapanni, tavoli, sedie, facendo un sacco di feriti. L’Espresso raccontava del vicequestore Giocondo Mazzatosta (che, quando aveva provato a regalare anche a me un paio di biglietti di favore per il cinema, si stupì del rifiuto spiegandomi che li prendevano tutti, sia fascisti che comunisti) il quale dichiarava di avere mille uomini pronti ad intervenire.

A proposito del commissario (all’epoca dentro l’Università c’era il commissariato di polizia che, come ho raccontato da qualche altra parte, feci a pezzi durante la nostra occupazione) girava la storiella, ovviamente falsa ma che ci faceva un sacco ridere, che all’ordine di Mazzatosta “caricateliiiii!!!” i questurini avevano capito “caricatemiiii!!!” e gli erano tutti passati sopra senza riguardi. Fu quell’episodio ad assicurare al vicequestore la medaglia d’oro al valore.

E perché, nonostante la «rigorosa autodisciplina»,  i compagni diedero l’assalto? Gregoretti spiegava che erano «esasperati dai gesti sconci dei fascisti».

Metto il punto qui, ma c’è ancora parecchio da dire sul Sessantotto rifilato dall’Espresso. E lo farò.

 

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