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L’Europa piace quando porta quattrini

«Le masse non desiderano l’unificazione dell’Europa come puro fatto politico, come fatto storico, esse l’accettano nella misura in cui ne deriveranno – e toccherà fare loro una convincente dimostrazione – la diminuzione del prezzo delle automobili o l’aumento del potere d’acquisto». Lo leggiamo in “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini” (avataréditions, 2011), che Jean Thiriart, il politico e scrittore belga (1922-1992) fondatore tra l’altro di “Giovane Europa”, aveva pubblicato nel 1964, quando l’Europa era spaccata dal duopolio Usa-Urss.

Lo scontro in atto tra europeisti e sovranisti mi ha spinto a pubblicare una sintesi della postfazione all’edizione del 2011. I ragazzi (ma anche i meno giovani) s’informano e si scambiano informazioni sui social. Non sempre le opinioni che si formano sono fondate, ma sono quelle che contano quando si fa un acquisto o si va a votare.

Ai miei tempi (quando uscì l’edizione italiana di “Un Empire de 400 millions d’hommes” avevo 18 anni!) ci si istruiva sui libri.  In molti, e io fra quelli, leggevamo giornali e riviste, non ci fidavamo della televisione e ascoltavamo i racconti dei vecchi più per rivivere emozioni che per imparare cose.

Scrivevo nella postfazione:

I referendum, per esempio, del 2006 e del 2008 con il “no” dei Francesi e degli Irlandesi all’Europa hanno dato ragione a Thiriart: la gente vuole l’Europa che porta più comfort e più soldi. Bisogna, perciò, lavorare per costruire una minoranza organizzata in tutti i Paesi europei che tracci la strada sulla quale sarà facile per tutti gli altri incamminarsi. Ma bisogna stare molto attenti a non marcare le differenze, perché la gente si arrabbia molto se le fai capire che stai più avanti, che capisci di più. E’ un’altra lezione di Thiriart: «Raramente l’uomo ammette la propria mediocrità: più spesso la ignora. Con un certo feroce umorismo, possiamo dire che non è augurabile che la giustizia assoluta regni un giorno sulla terra – ammesso che sia possibile – perché, in questa ipotesi, ciascuno si renderebbe conto di quale sia il suo vero posto, non potrebbe più contestarlo e resterebbe fulminato da questa verità».

Qualche decennio fa lo stato delle cose era crudele: o ti schieravi con Washington o con Mosca. La terza via – che pure molti, me compreso, avevano cercato – era di fatto impraticabile. «Noi siamo di quelli – scriveva Thiriart – che cercano tutte le ragioni per fare l’Europa e non di quelli che sollevano tutte le difficoltà per ritardarla, imbrigliarla o arrestarla».

E precisava: «A rischio di dispiacere al mio lettore, non esito a dire che tutto prova che l’Europa dovrà farsi sia contro gli Americani che contro i Moscoviti. I loro interessi non sono i nostri».

«Tutto sarà possibile all’Europa dopo che avrà realizzato l’unità politica. La chiave del nostro destino sta in queste due parole: unità politica. E’ la sola cosa che ci manca. Una volta realizzata questa, tutto il resto verrà di conseguenza, poiché tutto il resto esiste già».

In merito alle tensioni razziali, ricordavo che negli Usa soltanto nel 1964 era passata la legge sui diritti civili. L’anno dopo fu assassinato Malcom X. Nel 1967 fu tolto il divieto alle unioni tra bianchi e negri. L’anno dopo fu assassinato Martin Luther King.

Le tensioni razziali – sottolineavo – negli Stati Uniti sono estese e cicliche. Nel 1992 scoppiò la cosiddetta “rivolta di Los Angeles” che per una settimana mise la città a ferro e a fuoco. Ma tutto ciò non dimostra che il problema sia “insolubile” come prevedeva Thiriart. Dimostra soltanto che il problema è difficile. Come provano anche le rivolte del 2005 nella banlieue parigina. Lo so che c’è chi si augura che un’esplosione più devastante delle altre gli apra un varco politico, ma mi fa tristezza così come mi fanno tristezza certi politicanti italiani che sperano in un contemporaneo scatenamento di disoccupazione, di povertà, di disperazione tali da sgomberare posti di governo a loro vantaggio (cosa che – aggiungo oggi – ha portato alla vittoria Lega e M5s).

Scriveva Thiriart: «Alcuni sognano un’Europa socialista, altri un’Europa cattolica, altri ancora un’Europa latina o un’Europa germanica. Nell’attesa, tutti questi sognatori accettano servilmente un’Europa americana. Si guardi, per esempio, ai nazionalisti fiamminghi che rifiutano, per risentimento, ogni contatto con la cultura francese che è europea e non si accorgono che li si sta americanizzando fin nella loro vita interiore. L’Europa che noi faremo sarà quella di tutti gli Europei. Non vi sarà ragione di escluderne gli slavi, i germani o i latini; non vi sarà ragione di escluderne cattolici o protestanti, di escluderne delle genti perché hanno occhi o capelli di un certo colore o perché seguono questa o quella religione. Come oggi non tolleriamo l’esclusione della Spagna dall’Europa con il pretesto di un fascismo reale, imitato, degenerato o caricaturale, così non tollereremo, domani, l’esclusione dei popoli dell’Europa dell’Est attualmente sotto il giogo comunista. Per noi uno Spagnolo è un europeo prima di essere un franchista ed un Polacco è un europeo prima di essere un comunista». E’ una dichiarazione di principio che fa da discrimine tra l’europeista autentico e quello posticcio o in malafede.

Thiriart bocciava le multinazionali: «Lotteremo, dunque, contro il commercio del lavoro e lo sottrarremo alla legge della speculazione internazionale. All’interno dell’Europa dovrà essere garantita la circolazione della manodopera, dovrà essere assicurata l’applicazione delle leggi sociali in tutte le sue regioni e, infine, una cintura di protezione dovrà essere contrapposta alle pratiche di dumping della finanza internazionale; i salari potranno avere un valore intrinseco, un valore umano, indipendente dalla speculazione e dal ricatto».

Thiriart denunciava il consumismo: «La pubblicità commerciale, con l’abbrutimento scientifico delle masse che bisogna condizionare all’acquisto dopo averle preparate mediante la creazione di bisogni artificiali, distrugge l’equilibrio morale e psichico degli uomini che ne sono le vittime. L’insoddisfazione è lo stato nel quale bisogna metterli. Nello stesso tempo la “felicità” loro proposta è sempre rappresentata con l’acquisto di un’automobile più grande, di un whisky più snob, di una sigaretta più “scelta”».

Vaticinava la nuova Europa: «La Francia s’è fatta contro i Francesi; ugualmente l’Europa si farà contro molti Europei. Non si dovrebbe cercare di far credere che le popolazioni accoglievano Filippo-Augusto come liberatore o come unificatore in Normandia, nell’Angiò, in Aquitania, nel Poitou. Nel 1210, quanti baroni del Poitou dicevano “Che ho in comune con gli abitanti della Champagne?”. Coloro che si servono di argomenti così fragili tradiscono goffamente la loro incapacità di giudicare all’altezza dei tempi. L’unità politica consolidata, l’unità linguistica, una qualche omogeneità etnica sono sempre posteriori alla volontà di creazione della nazione, espressa da un pugno d’uomini. La Francia non è esistita perché si parlava francese, ma si parla francese perché si è affermata la Francia. Allo stesso modo per la Spagna e per la Gran Bretagna».

E spiegava: «La vita moderna all’interno dell’Europa condurrà a scambi di popolazioni e di attività sempre più intensi. Conservare, perciò, più codici commerciali e più codici civili diversi significa precipitare nell’anarchia giuridica anche nelle questioni più terra terra: immaginate per un istante la complessità di un divorzio richiesto a Madrid da una coppia di un Austriaco e di una Polacca, sposati a Roma… In questo caso interverrebbero quattro legislazioni diverse e bisognerebbe riunire otto avvocati per risolvere il contenzioso».

Thiriart sempre perentorio: «L’Europa non può più a lungo tollerare di vedersi imporre delle ideologie primitive e infantili come “l’american way of life” o dei sistemi brutali e dogmatici come il comunismo. Una nazione le cui radici affondano in 25 secoli di storia e che conta più di 400 milioni di uomini altamente civilizzati non deve ricevere lezioni da giovani barbari presuntuosi e neppure tollerare più a lungo di servir loro da teatrino per giocolieri».

In pratica, la lezione di Thiriart è valida tuttora.

 

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