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Vittorio Sgarbi e Matteo Salvini si congratulano a vicenda

Conte fa il bis alla Camera:  350 sì

Passaggio obbligatorio a Montecitorio per il governo Conte. Il voto di fiducia (350 sì, 236 no, 35 astenuti) è arrivato puntuale dopo una lunga serie di interventi. I temi sono gli stessi svolti ieri al Senato: dubbi sull’autonomia di un presidente del Consiglio dimezzato, mancanza di indicazioni su come reperire le risorse necessarie per mantenere gli impegni del contratto di governo, pericolosa svolta a destra (per gli ex del Pci-Pds-Ds-Pd le parole d’ordine non cambiano), allarmi sulla politica antimmigrazione e sulla giustizia in genere… ecco di seguito una raccolta sintetica degli interventi prima di andare alla conta dei voti. La varietà delle sigle dei gruppi dimostra quanto inutile sia qualsiasi sbarramento elettorale.

Nota sfiziosa: Vittorio Sgarbi, consumato presenzialista cacciatore di visibilità, ha dichiarato di votare sì al governo per accelerarne la fine.

Catello Vitiello (MISTO-MAIE): «Noi del MAIE vogliamo credere alle premesse di questo Governo, non perché ci sentiamo responsabili nell’accezione negativa del termine, ormai strumentalizzato dalla stampa a causa della radicata tradizione di votare qualsiasi fiducia, pur di non andare a casa, bensì perché siamo orgogliosamente responsabili nei confronti del nostro elettorato e del nostro territorio, ove abbiamo avuto un giusto e generoso riscontro personale per aver portato avanti con convinzione e dedizione una proposta politica di vero cambiamento, nonostante nel mezzo del cammin dalla campagna elettorale siano venuti fuori problemi inesistenti e comunque risolvibili, la cui frettolosa e sbrigativa gestione ci ha ingiustamente travolti e inutilmente mortificati, facendo emergere una criticabile immaturità culturale e ideologica che contraddice finanche i valori intangibili della nostra Carta costituzionale, peraltro più volte da lei richiamati nei suoi prolegomeni, Presidente».

Rossella Muroni (LEU): «…da ecologista, le chiedo come è possibile parlare di cambiamento radicale, come ella ha fatto, e poi nel 2018 dedicare alla questione ambientale scarsi sessanta secondi, otto righe in tutto il suo intervento».

Andrea Giorgis (PD): «L’Italia sta per sperimentare uno dei Governi più di destra e più anti-europei della storia repubblicana: un Governo nato dall’incontro tra due forze politiche populiste e illiberali, peraltro fino a poco tempo fa profondamente diverse, che sul piano dei diritti civili e del pluralismo, così come sul piano economico e sociale, rischia di riportarci molto indietro e di acuire divisioni e lacerazioni già troppo profonde».

Roberto Occhiuto (FI): «Noi non siamo populisti, non potremmo mai esserlo: anzi vorremmo essere in questi anni l’offerta politica di buonsenso, ancorata nel centrodestra e alternativa al populismo inefficace dei Cinque Stelle: è il compito che vogliamo assegnarci. Le assicuro che misureremo dall’opposizione l’impegno del suo Governo con equilibrio e serenità. Non tiferemo per lo sfascio delle istituzioni e, pur dall’opposizione più intransigente, saremo leali nel sostenere i provvedimenti che dovessero essere nell’interesse del Paese».

Andrea Delmastro Delle Vedove (FDI): «Ebbene, concludo, dicendo che noi speriamo che la Terza Repubblica nasca, riaccendendo le speranze del lavoro e non somministrando il metadone di Stato del reddito di cittadinanza che non è la misura che questa nazione, settima potenza industriale del mondo, si attende. Può andare bene per le Bahamas, non certamente per l’Italia».

Antonio Tasso (MISTO-MAIE): «Due forze politiche alternative hanno trovato il modo di intraprendere insieme un percorso di collaborazione. Questo non sarebbe stato possibile senza una decisa presa di posizione, responsabile e sensibile, che considera la risoluzione dei problemi degli italiani come necessità prioritaria».

Walter Verini (PD): «Limitarsi, come lei ha detto, a prevedere un aumento, sine die, della prescrizione o a ipotizzare figure, che più che agenti sotto copertura rischiano di essere agenti provocatori, appare una scorciatoia, che giustamente le ha fatto meritare in queste ore le pesanti critiche dell’avvocatura, a partire dalle camere penali».

Giorgio Mulè (FI): «Cambiare non può significare distruggere, cambiare non equivale a retrocedere, cambiare non può diventare sinonimo di paralizzare e mortificare l’idea di progresso, di meritocrazia e di giustizia di un grande Paese come il nostro. Il contratto per il Governo del cambiamento, che lei ha idealmente posto come fondamento delle sue dichiarazioni, ci consegna la drammatica prospettiva del peggioramento e dall’arretramento».

Emanuela Rossini (MISTO-MIN.LING.): «Abbiamo ascoltato le sue dichiarazioni programmatiche, Presidente del Consiglio, dichiarazioni che ancora non ci danno risposte in molti interrogativi sull’azione effettiva del Governo e su come si intendono affrontare i problemi. Da qui si muove la nostra posizione come Minoranze Linguistiche, quella di valutare il vostro programma non tanto sugli intenti, ma sulle capacità di realizzarlo».

Alessio Butti (FDI): «Il silenzio assordante su alcuni temi fondamentali per lo sviluppo preoccupa. Ho pochi minuti per spiegarmi meglio: c’è il reddito di cittadinanza ovviamente, però trovo paradossale che una forza politica nata in rete e grazie alla rete, e che esprime, oltre al Presidente del Consiglio, anche il super Ministro dello sviluppo economico, ignori la strategica questione delle telecomunicazioni».

Luigi Marattin (PD): «Non ho capito il discorso sulle coperture, Presidente. Lei l’ha detto nella sua relazione, l’architrave di ogni discorso di politica economica che questa maggioranza fa: ridurremo il debito, creando ricchezza. Sono anni che dite che intendete ridurre il debito spendendo di più. Presidente, attenzione: dico a lei e al professor Tria, Ministro dell’economia, che saluto e a cui auguro buon lavoro, che lo sa sicuramente benissimo: non esiste nessun caso al mondo di Paese che non sia in recessione, in cui i moltiplicatori sono stati di questa dimensione, perché anche il Fondo Monetario Internazionale recentemente si è accorto che quando siamo in recessione i moltiplicatori sono più alti, ma noi non siamo in recessione, perché abbiamo tirato fuori noi questo Paese dalla recessione».

Alessandro Colucci (MISTO-NCI-USEI): «Da quando è stato stipulato il contratto di governo ed è stata presentata la lista dei ministri, sono stati numerosi i giudizi che abbiamo ascoltato da più parti; da destra si è parlato di snaturamento della Lega e del programma di centrodestra, da sinistra si è accusato, anche con toni molto forti, di aver creato un Governo reazionario, fascista, squadrista, pericoloso per il Paese, questo è quello che abbiamo letto sui giornali».

Simone Baldelli (FI): «Sarà interessante capire come i due principali azionisti di questa maggioranza si comporteranno quando bisognerà passare dalle parole ai fatti, dalla propaganda politica alla serietà di governo».

Giovanni Donzelli (FDI): «Siamo anche favorevoli quando sentiamo dire che metterete fine al business dell’immigrazione. Figuriamoci se non siamo d’accordo noi: proprio noi abbiamo proposto la legge “taglia business”! Peccato però che il MoVimento 5 Stelle balbettava mentre noi chiedevamo l’obbligo di rendicontazione per i soggetti privati, e votava addirittura contro quando Giorgia Meloni chiedeva che si spendesse per un richiedente asilo sicuramente e non più di un pensionato sociale! Il MoVimento 5 Stelle votava contro, preferiva stare dalla parte dei soldi per il richiedente asilo piuttosto che del pensionato sociale».

Anna Ascani (PD): «Un Presidente del Consiglio che ha bisogno di dire in modo esplicito “non siamo razzisti” in un’Aula parlamentare nell’Italia del 2018, dà il segno del livello al quale avete trascinato il dibattito pubblico in questo Paese».

Annagrazia Calabria (FI): «In queste settimane, il senso dello Stato – permettetemi di dirlo – non sempre ha guidato le scelte dei principali attori politici in campo. I tentativi di formare una maggioranza parlamentare sono stati tanti e non posso non ribadire il nostro rammarico per il Governo che poteva essere e che non è stato, l’unico davvero rispondente al consenso della maggioranza degli elettori, il Governo del centrodestra. Continuo a credere che quello sarebbe stato l’unico esecutivo davvero capace di offrire risposte efficaci e concrete ai bisogni dei cittadini, perché non avrebbe avuto bisogno di compromessi e di trattative, di accordi al ribasso e di rinunce. Oggi, invece, si presenta un altro esecutivo, risultato, come detto, del nostro senso di responsabilità, della nostra generosità, della nostra consapevolezza che l’Italia aveva e ha bisogno di una guida».

Wanda Ferro (FDI): «Un Governo responsabile non può limitarsi assolutamente ad elencare una serie di provvedimenti che, insieme, l’uno contrasta con l’altro, ma, soprattutto, che siano soltanto frutto di quella presa popolare. E vorremmo comprendere di questi provvedimenti che sono stati in qualche modo elencati dove verranno trovate le necessarie risorse. Un Governo responsabile deve fare delle scelte, spesso scelte impopolari, nell’interesse del Paese, e, soprattutto, non promettere tutto a tutti».

Michela Rostan (LEU): «Signor Presidente del Consiglio, signori Ministri, a più di tre mesi dalle elezioni, dopo innumerevoli colpi di teatro, dopo aver litigato, poi fatto pace, dopo aver gridato alla piazza addirittura l’alto tradimento del Presidente della Repubblica, per poi ringraziarlo, siete riusciti a portare una proposta di Governo in quest’Aula, consentendo al Parlamento di cominciare finalmente a lavorare. Tanta fatica per nulla, bisognerebbe aggiungere. Il suo discorso programmatico, signor Presidente, è apparso come una pallida dichiarazione di intenti, dove c’è tutto e il contrario di tutto. La situazione è difficile, lo capiamo, la sua nomina è stata soprattutto il frutto di un grave corto circuito democratico. Come possiamo rivolgerci a lei come guida dell’Esecutivo, se, con tutta evidenza, non è lei al volante, ma chi le siede accanto?».

Chiara Gribaudo (PD): «Signor Presidente, non sarà certo abbastanza, ma abbiamo iniziato a fare qualcosa di importante per il nostro Paese, molto rimane da fare, non c’è dubbio, ma vi do una notizia: quando noi abbiamo provato ad agire per estendere diritti, le forze politiche che oggi le voteranno la fiducia ci hanno sempre contrastato e non perché non condividessero il merito, ma perché hanno cinicamente scelto di lavorare per il tanto peggio tanto meglio e, adesso, ci sono delle proposte oltre gli slogan?».

Marco Marin (FI): «Vede, Presidente, lei dovrebbe essere una colonna, ma non lo è; il primo pilastro è debole, lo ripeto, è debole, lei si trova, vaso di coccio, fra due vasi di ferro, i due Vicepresidenti del Consiglio, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Ci ha spiegato che ha partecipato anche lei a scriverlo questo programma; mi creda, è un po’ debolino».

Maurizio Martina (PD): «Signor Presidente, il contratto che avete firmato serve a voi per stare insieme, non è un progetto per il futuro del Paese, non c’è nulla, in quel contratto, utile a costruire una traiettoria di futuro, per questo Paese. Il vostro contratto è una gigantesca cambiale che pagheranno le giovani generazioni di questo Paese, perché scarica principalmente su di loro i costi e le responsabilità».

Carlo Fidanza (FDI): «Signor Presidente, nella sua relazione di ieri, lei ha richiamato la fine dell’ideologia, arrivando persino a sostenere che non esistono più forze politiche che esprimono una visione del mondo. Sarà forse così per chi fino a poche settimane fa voleva allearsi indifferentemente a destra e a sinistra, ma non lo è per noi, portatori di una visione del mondo che ha nella difesa dell’interesse nazionale la sua stella polare».

Serse Soverini (MISTO-CP-A-PS-A): «Ci interessa chiedere, per favore, se possiamo uscire una volta per tutte dalla bolla comunicativa che ha contrassegnato questa lunghissima campagna elettorale da gennaio ad oggi. Scusate il parallelo con la bolla finanziaria, perché anche il vostro contratto ci sembra un derivato della bolla comunicativa che voi avete messo in moto da febbraio ad oggi».

Lia Quartarelli Procopio (PD): «Se, però, voi vorrete promuovere azioni per la stabilità e la pace nel Mediterraneo, in Libia, in Siria, in Libano, se vorrete aumentare le spese per la cooperazione, se vorrete modernizzare le Forze Armate impegnate nelle missioni di pace, se vorrete aprire nuove sedi diplomatiche nei continenti dove c’è voglia e bisogno d’Italia, allora ci troverete».

Maria Carolina Varchi (FDI): «Nel suo intervento, signor Presidente, lei ha richiamato più volte il contratto di governo stipulato tra le due forze politiche che oggi compongono la maggioranza, quel contratto che dovrebbe essere espressione di una chiara linea politica in realtà altro non è se non un elenco rigorosamente alfabetico di spot. Dietro l’utilizzo dell’ordine alfabetico, a nostro avviso, si annida il problema più grande che questo Governo dovrà affrontare: la continua ed estenuante – basti ricordare quanto a lungo si sono protratte le trattative per la stesura del contratto – ricerca di punti di equilibrio per accontentare tutte le anime delle due forze politiche che lo compongono».

Francesco Paolo Sisto (FI): «Innanzitutto il linguaggio del contratto è un linguaggio generico, aperto, una fattispecie a formazione progressiva capace di essere modificata e di confondere il potere con il Governo: la stessa critica che abbiamo mosso al Governo Renzi è proponibile per quel tipo di contratto al vostro programma! È un programma di potere e non di Governo».

Riccardo Magi (MISTO-+E-CD): «A ben guardare le linee di azione che ci ha sottoposto più che moderate appaiono, nel migliore dei casi, indefinite: linee di azioni tanto calibrate comunicativamente, quanto vaghe e ondivaghe nel merito, nell’attuazione, nelle implicazioni. Dietro uno sbandierato pragmatismo delle proposte non è dato individuare azioni, strumenti, coperture; in molti casi si fa fatica a immaginare gli atti che potranno dare concretezza a tale azione di Governo».

Stefania Pezzopane (PD): «Siamo di fronte a un’operazione di potere inadeguata che in altri momenti avreste chiamato inciucio e che ora si prova con scaltrezza a nobilitare a Governo politico del contratto di programma. Ma un titolo, per quanto originale, non può nascondere il sottotitolo che è Governo delle destre, dell’odio e della paura. Tuttavia, la mia contrarietà, la nostra contrarietà è anche nei motivi di merito sulla sostanza delle cose, sulle risposte che intendete dare alle domande irruente che vengono dal Paese. Il contratto di programma oscilla, infatti, tra un’operazione di marketing e un tentativo di destabilizzazione del Paese o un elenco generico di cose da fare con gravi omertà: sì, gravi omertà».

Stefano Mugnai (FI): «Mi sembra evidente che la parola che vince per distacco nelle citazioni è la parola cambiamento. Va di moda, si cita come un mantra senza però dare poi una connotazione puntuale su cosa deve essere questo cambiamento e come lo si può declinare. Detta così è una parola da campagna elettorale. Chiamatela responsabilità di governo, ma bisogna fare uno sforzo in più e dire in che direzione si vuol portare il cambiamento. Intanto, io noto che si cita il cambiamento, ma il nostro Paese avrà ancora un Presidente del Consiglio che chiaramente non ha avuto un avallo elettorale».

Walter Rizzetto (FDI): «Non ci ha persuaso, Presidente, almeno questo primo e piuttosto accademico elenco parafrasato di quello che voi chiamate contratto di governo».

Manfred Schullian (MISTO-MIN.LING.): «Il riconoscimento di ulteriori forme di autonomia alle regioni ordinarie, che noi condividiamo, non può avere come conseguenza un livellamento, verso il basso, delle regioni e delle province a Statuto speciale, ma al contrario deve essere occasione di sviluppo, ispirandosi al riconoscimento di quei valori di prossimità, di sussidiarietà e di responsabilità, da lei opportunamente richiamati».

Erasmo Palazzotto (LEU): «Qualcuno direbbe l’ennesimo Governo non eletto dai cittadini, ma un Governo che nasce nel pieno delle prerogative della nostra Costituzione, che affida al Parlamento la possibilità di costruire delle maggioranze. Eppure, proprio su questo, si è costruita una delegittimazione delle funzioni del Governo, che si basava prevalentemente sulla loro natura e non invece sul contrasto delle politiche che quei Governi mettevano in campo. Glielo dice uno che dei Governi precedenti è stato oppositore dentro quest’Aula, quindi, senza nessuna ipotesi di essere di parte dentro questo ragionamento».

Chiara Braga (PD): «La tecnica della rimozione dei temi scomodi può funzionare, forse, in qualche comizio o diretta Facebook, ma non funziona nella realtà. Da lei vogliamo sapere oggi se il completamento della Pedemontana lombarda è utile o no per i cittadini e le imprese di quel territorio, come con quali risorse pensate di salvarne i conti, come affronterete il nodo di Alitalia, se chiuderete o no l’Ilva di Taranto, come il suo partito ha proclamato in questi anni, dove collocherà il deposito nazionale dei rifiuti nucleari; tutti temi che non domani, ma oggi, sono sul suo tavolo».

Enrico Costa (FI): «Non è una opposizione pregiudiziale, ma fondata sui singoli temi e ci terrei che su un altro argomento – sarò brevissimo, Presidente – si prendessero in considerazione le parole che oggi ha scritto su un quotidiano Carlo Nordio. Scrive Nordio: nella sacrosanta lotta alla corruzione si vuole introdurre la figura dell’agente provocatore, un ruolo ambiguo e sciagurato che da noi avrebbe conseguenze funeste. La risposta che si dà è che negli Stati Uniti funziona. Rispondo: credo bene; funziona perché negli Stati Uniti hanno un sistema giudiziario non solo diverso, ma opposto al nostro. Il pubblico ministero è eletto dal popolo, ha una responsabilità politica; se fa un malo uso dell’agente provocatore, non solo viene cacciato via, ma può anche essere chiamato a risarcire il danno».

Fabio Rampelli (FDI): «Non è normale che il 4 marzo gli italiani abbiano dato il 38 per cento dei consensi al centrodestra, con milioni di voti di scarto sul partito di proprietà di Casaleggio, la nuova e più pericolosa frontiera del conflitto di interessi, partito secondo classificato, e poi ci si trovi con un Primo Ministro espressione del MoVimento 5 Stelle, già elettore del PD, partito terzo classificato con il 18 per cento, e con il cuore che batte a sinistra per sua stessa ammissione. Non è normale che i cittadini votino per candidati Premier dichiarati dei tre principali competitori, per poi trovarsi a capo del Governo un professore autoproclamatosi “avvocato del popolo”, non votato, quindi imposto dall’establishment».

Beatrice Lorenzin (MISTO-CP-A-PS-A): «Il lungo elenco degli impegni del contratto, di cui lei è il primo portavoce, ci disegna un libro di belle intenzioni che non si comprende come possano essere perseguite se non a scapito dei risparmi degli italiani: nessuna copertura, nessuna idea compatibile con la realtà delle nostre finanze e lo dico senza ostilità. Qualcuno pensa forse che i Governi precedenti, mentre combattevano la recessione, non avrebbero volentieri dimezzato le tasse, garantito uno stipendio ai disoccupati, mandato tutti in pensione prima, aumentato il Fondo sanitario, dato più soldi ai comuni, più servizi alle famiglie per centinaia di miliardi di euro? Aspettiamo e vediamo come realizzerete questo miracolo economico senza provocare l’assalto sui nostri BTP, sui risparmi delle famiglie e involontariamente, per caso, portarci fuori dall’euro come molti detrattori della Europa auspicano fuori e dentro l’Europa».

Renate Gebhard (MISTO-MIN.LING.): «Il vostro programma è molto ambizioso, in parte condivisibile e in parte discutibile. Abbiamo forti perplessità in ordine alla copertura finanziaria delle misure da voi indicate ma valuteremo le scelte concrete. Mi permetto una considerazione finale come donna: anche il suo Governo vede le donne in minoranza. Ci saremmo aspettati, anche sotto questo profilo, il cambiamento che sostenete di volere».

Maurizio Lupi (MISTO-NCI-USEI): «Noi consideriamo che quello che avete fatto per dare una guida al Paese sia un atto di responsabilità che trova riscontro nella somma del voto proporzionale degli italiani e che testimonia, ancora una volta, che scopo della politica, da qualunque parte si collochi, sia servire il bene comune. Noi non voteremo la fiducia a questo Governo perché, pur riconoscendone la piena legittimità, non condividiamo il contratto di governo».

Salvatore Caiata (MISTO-MAIE): «Signor Presidente del Consiglio, rispetto al cambiamento noi abbiamo una speranza e una certezza: la speranza è che il suo Governo interpreti in modo corretto la voglia e il bisogno di cambiamento che il Paese e i cittadini hanno espresso lo scorso 4 marzo; la certezza è che comunque il suo sarà uno spartiacque rispetto al passato: nulla sarà più come prima nella politica e nel modo di concepirla da parte dei cittadini. La spallata è stata data, il cambiamento è inevitabilmente iniziato e indietro non si torna».

Federico Fornaro (LEU): «Ci si consenta poi di osservare, non senza una sincera amarezza democratica, che avevamo ragione noi quando, nella scorsa legislatura, avevamo sostenuto, inascoltati, che la nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, era un sistema mistificante e truffaldino. Come si può definire altrimenti un sistema elettorale che consente di presentarsi alleati nei collegi uninominali maggioritari e poi, alla prima occasione, quella dell’odierno voto di fiducia, assistere addirittura a un triplo voto da parte dei tre partiti della coalizione vincente del centrodestra: a favore la Lega, contro Forza Italia, astenuti Fratelli d’Italia».

Giorgia Meloni (FDI): «Quando l’Italia chiama, noi rispondiamo. L’Italia era in difficoltà, era sotto attacco e noi l’abbiamo difesa. E, allora, le auguriamo buon lavoro. E del resto dovrebbe essere abbastanza facile fare meglio dei suoi predecessori, Presidente Conte, quei Governi di sinistra, che ci hanno portato a essere la nazione che in Europa cresce di meno. Glielo dico perché ho sentito dire che lei in passato si è definito uomo di sinistra. Mi auguro che in questi anni si sia, voglio dire, rinsavito, perché l’unica cosa, di cui l’Italia non ha bisogno, è un altro Governo di sinistra».

Mariastella Gelmini (FI): «Siamo molto preoccupati, signor Presidente del Consiglio, abbiamo ascoltato un discorso pieno di demagogia, di luoghi comuni, intriso di pauperismo e di un profondo giustizialismo. È pur vero che lei si è presentato come avvocato dei cittadini, ma non vorremmo che, con il suo Governo, gli italiani improvvisamente diventassero presunti colpevoli. E, francamente, vogliamo immaginare che sia stato un lapsus legato all’emozione, ma lei non ha parlato di presunzione di innocenza, lei ha parlato di presunzione di colpevolezza, immagino che sia un errore, le credo, ma dal suo discorso traspare una foga manettara, più pene, più carceri; uno stravagante e intimidatorio richiamo alla prescrizione, ribaltandone la funzione costituzionale di garanzia».

Graziano Delrio (PD): «Lei è espressione, oggi, di un Governo che nasce sull’inganno, perché nasce, come ha detto bene la deputata Gelmini, su una campagna elettorale che ha detto cose diverse agli elettori. Gli elettori avevano votato per una coalizione di centrodestra, Salvini aveva già firmato un contratto, voglio dirglielo, signor Presidente del Consiglio, era già stato firmato un contratto da parte di Salvini: è difficile pensare che si possano firmare due contratti nell’arco di poche settimane».

Cosa decideranno nella prima seduta del Consiglio dei ministri lo vedremo a breve.

 

 

 

 

 

 

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