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171 sì a Conte, presidente dimezzato. Per ora

La maggioranza a Palazzo Madama era di 145 voti. Il governo ha avuto 171 sì. I no sono stati 117 e 25 gli astenuti.

Nonostante le “novità”, abbiamo assistito allo spettacolo che va in scena tutte le volte che si vota la fiducia ad una nuova squadra ministeriale. Il presidente del Consiglio fa il suo bravo intervento, poi si alzano a parlare complici e nemici. Uno dice che il programma è un libro dei sogni, un altro che è un capolavoro mai visto, un altro ancora (ma può essere anche un’altra) che si aspetta maggiore attenzione a questo o a quello. Qualche mormorio di protesta, applausi di sostegno e poi si passa alla conta per verificare l’entità della fiducia. Il giorno dopo sui giornali i commenti e le critiche come da copione.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha svolto al Senato un compitino decoroso: 75 minuti con qualche applauso e qualche interruzione qua e là. Notevole la dichiarazione: «L’Europa è la nostra casa; è la casa di noi tutti. Quale Paese fondatore, noi abbiamo pieno titolo di rivendicare una Europa più forte e anche più equa, nella quale l’Unione economica e monetaria sia orientata a tutelare i bisogni dei cittadini per bilanciare più efficacemente i princìpi di responsabilità e di solidarietà».

Gli interventi dei senatori non hanno fatto eccezione. I nuovi, gli eletti per la prima volta, hanno letto i fogli stretti nervosamente tra le mani con incertezze, papere e ignorando virgole e punti.

Sull’aula volteggiava uno spettro simile a quelli che accompagnavano governi “balneari” e di “transizione”. Che Conte sia un presidente dimezzato perché ai lati ci sono il leader della Lega Matteo Salvini e il Capo Politico (ci tiene alle maiuscole) Luigi Di Maio è diventato già un luogo comune.

Il presidente è ostaggio della coppia e non farà niente senza il via libera dei due vicepresidenti: con varie sfumature questa è l’opinione ricorrente.

L’esperienza del recente passato dovrebbe suggerire maggiore cautela. Quando Paolo Gentiloni prese il posto di Matteo Renzi, il commento quasi unanime (me incluso) fu che Renzi avrebbe continuato a governare per interposta persona. Non è stato così. Oggi Gentiloni è una delle alternative valutate dal Pd per mettere in minoranza Renzi.

Tornando a Conte, è lecito supporre che la grande poltrona di Palazzo Chigi incentiverà, per così dire, un processo di liberazione dalla tutela di oggi. Se ce ne sarà il tempo, assisteremo alla nascita di un nuovo leader.

Durante la replica (interrotta da un tifo da stadio, come ha rimarcato la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati) Conte ha già mostrato più durezza. Ecco un paio di frasi: «Ho parlato di rottura della prassi istituzionali fin qui seguita. Lasciamo poi che i costituzionalisti ci ragionino sopra; lasciamo che i manuali di diritto costituzionale si arricchiscano di questi nuovi elementi»; «Dico anche che se questi novanta giorni sono risultati un po’ singolari e questa gestazione è stata giudicata da Prima Repubblica, diciamo che i protagonisti sono stati tanti e tutti un po’ hanno recitato un ruolo, quindi tutti si assumono la responsabilità di questa gestazione e di come è andata»; «Gli economisti si dividono: vi è chi esprime certezza sul punto e si lega a dei dogmi ed è veramente curioso che questo avvenga. Abbiamo ben presente quali sono gli spauracchi nella costellazione di questo discorso, quali sono i termini, le indicazioni, lo spread; attenzione però a non fare dello spread il nostro vessillo, l’unico riferimento, perché lo spread nasconde speculazione finanziaria e torniamo al discorso di questa mattina»; «Mi è stato contestato di non aver utilizzato mai il lessema “Patria”. Lo uso adesso, e non ho paura di utilizzarlo. Sì, è vero; forse, per una mia convenzione linguistica, tendo a utilizzare più frequentemente il vocabolo “Paese”. Ma qualche giorno fa, quando ho affiancato le più alte cariche dello Stato alla festa del 2 giugno, a cominciare dal Presidente della Repubblica, sono stato orgoglioso di essere lì, orgoglioso di salire gli scalini dell’Altare della Patria, di assistere alla sfilata dei nostri corpi scelti e di tutti quanti lavorano nell’interesse generale».

Qui di seguito un florilegio  di interventi di oppositori e sostenitori.

Lucio Malan (Forza Italia-Berlusconi Presidente): «Insomma, signore e signori del Governo, la campagna elettorale è finita. Va bene continuare a dire ciò che si è detto in campagna elettorale (anzi, è giusto). Ma il punto è che non è più tempo dei comizi e dei proclami, ma è il momento di fare. E per quanto un bel comizio richieda impegno, è molto più difficile governare, perché per le spese che prometti devi trovare i soldi e perché quando proponi cose contraddittorie metterle in atto è complicato. Perché nei comizi, parli di quello che vuoi tu, mentre quando governi hai a che fare con la realtà che ti pone anche problemi sgraditi».

Franco Mirabelli (Partito Democratico): «Presidente, ho apprezzato le sue parole e la standing ovation quando c’è stata la dichiarazione d’impegno contro le mafie. Registro però che non c’è nulla al di là dei buoni propositi, né nel suo discorso, né nel contratto».

Marco Siclari (FI-BP): «Concludo, cari colleghi, senatori del Movimento 5 Stelle, eletti in gran numero al Sud, chiedendovi di fare grande attenzione al rilancio del Sud; non può essere, caro onorevole Di Maio, soltanto il reddito di cittadinanza. Il mio Sud, il Sud che conosco, è il Sud che ha voglia di lavorare, che vuole la dignità che può venire solo dal lavoro, dalle infrastrutture, dall’assistenza sanitaria, che è un diritto sacrosanto, sancito dalla Costituzione e dalla giustizia».

Elena Fattori (Movimento 5 Stelle): «La questione più urgente che questo Governo si troverà ad affrontare in sede europea è tuttavia quella dei tagli al settore agricolo italiano previsti nel quadro finanziario 2020-2027, che purtroppo ammontano ad oltre 1,8 miliardi di euro, una cifra enorme che rischia di creare danni al settore. La Commissione europea, a nostro avviso, deve essere indotta ad abbandonare la strada dei tagli lineari e indiscriminati che andrebbero a vantaggio delle grandi aziende, che spesso con la politica agricola comune usufruiscono di soldi solo per operazioni contabili. Mi azzardo quindi a chiedere che si faccia pressione affinché la riforma si concentri su un’allocazione attenta ed efficiente delle risorse, con ricadute che curano l’ambiente e la società».

Paolo Tosato (Lega-Salvini Premier): «Siamo pienamente consapevoli che l’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle rappresenta una scelta rischiosa e per certi versi azzardata, perché siamo due forze politiche diverse e alternative. Alle recenti elezioni politiche non eravamo alleati; si tratta di tutto questo, ma soprattutto di una grande sfida alla quale non vogliamo e non possiamo sottrarci. Questo, signor Presidente, è infatti l’unico Governo possibile».

Antonio Saccone (FI-BP): «Qui non c’è alcuno sconto tra le élite e il popolo. Tutt’altro: guardando i volti e le storie di alcuni componenti del Governo che siedono sui banchi del governo, possiamo dire che qui nasce un nuovo connubio tra un establishment e chi interpreta, magari anche in modo radicale, alcune istanze del popolo. Siamo, sì, in un mondo nuovo, un mondo dai confini incerti e non decifrati, almeno per ora, di cui non dobbiamo avere alcun timore, anzi, dobbiamo sforzarci ulteriormente per comprenderne l’essenza e prepararci al meglio per le prossime sfide. Per concludere, Presidente, l’UDC non voterà, in conformità con quanto deliberato con gli amici del Gruppo di Forza Italia, la fiducia a questo Governo…».

Mario Monti (Misto): «Oggi lo spread, questo indicatore osservato in modo un po’ troppo manicheo, ma che pure esiste, è di 235 punti per l’Italia, di 98 per la Spagna, di 143 per il Portogallo, e questo in regime di quantitative easing: togliete quello, come fra un po’ avverrà, e questo 235 non è enormemente diverso da quel 575 che il ministro Moavero, io e tanti parlamentari qui ancora ricordiamo».

Adolfo Urso (Fratelli d’Italia): «Caro Presidente del Consiglio, nel Governo che siede ai suoi fianchi – e l’ex premier Monti in qualche misura lo ha fatto notare – è un Governo Minotauro, frutto di un amore forse irresistibile ma certamente innaturale, che non nasce a Creta, forse nasce a Malta. È Minotauro il suo Governo perché metà politico e metà tecnico: oltre il 40 per cento dei componenti il Governo è tecnico».

Antonio Misiani (Partito Democratico): «Avete il dovere morale di iniziare a lavorare. Basta con i selfie e con le dirette Facebook. È tempo che la propaganda lasci spazio alle scelte di Governo, anche alle scelte difficili, in nome dell’interesse generale e del futuro del Paese. Ora tocca a voi. Tocca a voi fare seguire alle promesse i fatti».

Gaetano Quagliariello (FI-BP): «Presidente, lei si è molto soffermato sul fine delle categorie di destra e di sinistra, e anch’io penso che esse vadano aggiornate, ma esse rispondono a idealità e sensibilità radicate che a un certo punto reclamano i propri diritti. Lo dimostrano le contraddizioni insite nel contratto di Governo: come conciliare ad esempio il giustizialismo in campo penale con l’ambizione di imprimere una svolta liberale al rapporto tra Stato e contribuenti? Noi queste contraddizioni cercheremo di farle emergere, affinché tra il tutto e il suo contrario sia un’impostazione quanto più vicina al programma del centrodestra a prevalere».

Gilberto Pichetto Fratin (FI-BP): «Anche noi vogliamo il cambiamento. Serietà e senso di responsabilità ci portano a valutare con la massima attenzione i contenuti della proposta di Governo, con molti punti che erano parte del programma comune di centro-destra nelle elezioni del 4 marzo scorso. Nel contratto, così come viene definito – peraltro, mi si permetta di considerare che politicamente c’erano le alleanze, ci si intendeva, mentre qui c’è un contratto, che normalmente si ha tra due parti che non si fidano l’una dell’altra e mettono per iscritto – i temi economici e della sicurezza hanno prevalso, così com’è avvenuto in campagna elettorale».

Marco Marsilio (FdI): «Per quanto ci riguarda, rivendichiamo al contrario, con orgoglio e determinazione, che per governare e dare un destino al popolo italiano non è sufficiente il pragmatismo del buon senso, che pure apprezziamo quando significa un approccio aperto al dialogo e fondato su sani princìpi, ma è necessario ispirarsi ad una cornice di valori ideali e princìpi morali e spirituali che noi riassumiamo nella tradizione della civiltà europea occidentale e delle sue radici giudaico – cristiane che non per caso sono state escluse dalla Costituzione dell’Unione europea».

Teresa Bellanova (PD): «Noi abbiamo fatto la legge contro il caporalato, abbiamo scelto con chiarezza da che parte stare, perché, Presidente, il caporalato spesso è gestito dalla mafia e dalla criminalità organizzata e allora nel bisogno di legalità ci metta questo e ce lo metta fino in fondo, perché noi la legge l’abbiamo fatta senza guardare in faccia al consenso. Voi, se ne siete capaci, provate a fare meglio».

Luigi Vitali (FI-BP): «Lei ha parlato di un nuovo linguaggio e di una nuova metodologia. Signor Presidente del Consiglio, mi consenta, io ho ascoltato molta demagogia nei toni e nei contenuti. Lei si è proposto come difensore del popolo; a me è sembrato un tribuno, ma il tribuno individua le problematiche dei cittadini e offre le soluzioni. Lei ci ha dato degli slogan senza dirci dove, quando e con quali risorse intenderà affrontare le emergenze di questo Paese».

Umberto Bossi (L-SP): «Penso che per quanto riguarda il reddito di cittadinanza sia impensabile consegnare ai centri per l’impiego il controllo di una legge di questo tipo perché essi esistono solo sulla carta, il meccanismo funziona così fin dai tempi del vecchio ufficio di collocamento. L’impresa assume cioè dei lavoratori, dà poi nome e cognome dei lavoratori al centro per l’impiego, che ha compiti soltanto notarili e, quindi, non può sicuramente controllare una legge che sarebbe così importante e costosa. Non bisogna scherzare. Prima di fare il reddito di cittadinanza, va fatto lo strumento di controllo, altrimenti penso che ci troveremmo in una situazione molto negativa».

Julia Unterberger (Aut SVP-PATT, UV): «Tutti lamentiamo che l’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi in Europa. Per aumentare la natalità bisogna incentivare l’occupazione femminile. Ce lo dicono i dati degli altri Paesi europei: dove l’occupazione femminile è forte si registrano livelli più alti di natalità. Bisogna rimuovere tutti gli ostacoli che disincentivano le donne dal creare un lavoro e distribuire in maniera più equa l’impegno familiare tra uomo e donna. Purtroppo nel vostro programma sono esplicitamente solo le donne che devono riuscire a conciliare i tempi della famiglia con quelli di lavoro. Gli uomini subentrano solo in un eventuale separazione, quando i figli devono essere collocati in maniera paritaria tra madre e padre, ovviamente senza un contributo al mantenimento da parte di questi ultimi».

Pietro Grasso (Misto, Liberi e Uguali): «Avete con furbizia alimentato la rabbia sociale, fatto leva sulle paure, peggiorato il clima della convivenza civile del nostro Paese; avete lucrato consensi indicando una serie di nemici: prima il Sud fannullone, poi la casta, i migranti, i complotti internazionali, la stampa. Avete detto tutto e il contrario di tutto su ogni tema; avete minacciato querele per chi diceva che vi sareste alleati; avete allungato i tempi della formazione del Governo, come se questo non avesse ripercussioni sull’immagine del Paese, la sua credibilità, i risparmi dei cittadini, l’accesso al credito per le imprese».

Ignazio La Russa (FdI): «…ha tutta la mia umana comprensione, signor Presidente, la difficoltà che lei visibilmente incontra nel cercare di non dispiacere nessuno dei due contraenti del programma, nel disperato tentativo di restare in equilibrio su posizioni che un contratto ha messo insieme ma che in partenza, spesso, sono se non proprio diametralmente opposte, assai diverse… Lei ha detto che è contro la mafia, che è contro la criminalità, che non è razzista e – benedetto Iddio – lo vorrei vedere un Presidente del Consiglio che viene qui e dice di essere a favore della mafia, della criminalità o del razzismo».

Matteo Renzi (PD): «Noi faremo il nostro dovere di opposizione. Inizieremo la settimana prossima, o quando saranno pronte le Commissioni, convocando la ministra della Difesa nella sede del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica; ndr), per chiarire dei punti che ella conosce e che credo sia importante vadano conosciuti anche dagli altri».

Licia Ronzulli (FI-BP): «Il Governo cui il Senato si appresta a dare la fiducia oggi è di fatto un’eccezione, ovvero un’anomalia rispetto alle normali regole, se non della democrazia, certamente della politica. È un’anomalia per molti motivi. Questa non è la maggioranza che si è presentata alle elezioni, non è la maggioranza scelta dagli italiani e non è neppure la maggioranza uscita vincitrice dalle urne. Una maggioranza che – spero solo per una parentesi temporale – è al Governo, ma che non lo rappresenta e che – lo dico a beneficio del nuovo ministro dello Sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali – non è lo Stato…. Signor ministro Salvini, signor sottosegretario Giorgetti, o meglio, senza ipocrisia, caro Matteo, caro Giancarlo, lo sapete, oggi imboccate una strada rischiosa rispetto a quella fatta insieme in questi anni. Siamo certi, però, che il tempo sarà galantuomo. Nel frattempo continueremo a ben governare ovunque in Italia, sia dove già lo facciamo, sia dove lo faremo in un futuro prossimo e ineludibile. La nostra strada è quella contraddistinta da successi, sconfitte, per carità, gioie e dolori, ma che ci ha sempre visto combattere lealmente dalla stessa parte. Vi auguriamo di trovare la medesima correttezza e generosità che il presidente Berlusconi ha avuto con voi, privilegiando l’unità dell’intera coalizione prima che del suo partito».

Domani tocca ai deputati, dalle 17,30 in poi.

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