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Una sfilata mai vista. Salvini e Di Maio fratelli d’Italia

La sfilata del 2 giugno questa volta è stata un avvenimento storico, nel vero senso della parola. Per la prima volta, da quando c’è la Repubblica, militari e civili hanno sfilato di fronte ad un governo costituito da due forze anti-sistema. Due movimenti che hanno fondato le loro fortune elettorali attaccando le istituzioni e l’establishment.

C’è stato un tempo nel quale gli esponenti leghisti disprezzavano il tricolore e irridevano all’unità d’Italia. Stamattina, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini sfoggiava la coccarda tricolore come tutti gli altri. Ha applaudito con convinzione e non ha mostrato il benché minimo segno di fastidio o di noia. Il grillino Luigi Di Maio, l’altro vicepresidente del Consiglio, ha addirittura canticchiato l’inno nazionale. I ministri hanno tutti partecipato all’avvenimento battendo anche le mani a tempo quando sono sfilati i bersaglieri. L’immagine complessiva della tribuna con il governo (ovviamente c’era anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte) è stata un’istantanea di una classe dirigente grintosa e pronta a tutto. Si può anche dire: Salvini e Di Maio, fratelli d’Italia.

A dimostrazione della intelligenza politica e delle capacità manovriere del leader della Lega e del Capo Politico (Di Maio ci tiene alla qualifica e alle maiuscole) del M5s, s’impone il fatto che militanti, portavoce ed esponenti vari hanno accettato disciplinatamente i cambi di rotta (con annessi capovolgimenti di alleanze) fatti dai vertici per okkupare Palazzo Chigi.

Sono stati abilissimi a portare all’interno delle istituzioni nazionali ed europee gente antieuropeista, secessionista, incazzata contro “quelli lì che s’ingrassano sulla nostra pelle”; gente che odia le divise di qualunque tipo, che vuole uscire dalla Nato e dall’Europa, che ama le bestie e odia gli immigrati, che vuole il telefonino ma non i ripetitori, che decanta i treni superveloci in Giappone e non li vuole in Italia… l’elenco è lungo. Diciamo che dei 16 milioni che hanno votato per Lega e M5s una bella fetta è composta da poveri cristi ignoranti come capre, convinti dell’esistenza degli Ufo, sicuri che lo sbarco sulla Luna sia stata una fiction hollywoodiana, addannati contro Berlusconi mafioso crapulone corruttore di minorenni; gente che non vuole lo Stato dentro casa ma gli chiede i soldi per vivere senza lavorare… vabbè, torno alla sfilata.

Che mi ha commosso. Meno male che c’erano due commentatori, maschietto e femminuccia, bravissimi ad interrompersi a vicenda e a straparlare coprendo le marce militari eseguite dalle bande dei reparti che sfilavano. Il loro impegno nell’interrompere un veteropatriottico flusso di emozioni ha avuto successo. Lei (non so chi sia) ha raggiunto il colmo quando ha rivelato che «la prima guerra mondiale ha fatto molti morti» e lui quando ha detto che «i vigili del fuoco sono i primi ad arrivare e gli ultimi… (breve interruzione) e i primi ad andare via».

Accanto a loro avevano anche un esperto che però non è riuscito a finire nemmeno una frase.

Vedendo le facce serie e grintose dei soldati, registrando a pelle la loro consapevolezza di essere la parte migliore di una società infetta e maleodorante, guardandoli sfilare decisi e sereni… può passare per la mente come un lampo l’idea che una risalita sia possibile. I loro gridi di battaglia hanno evocato un’Italia combattiva e coraggiosa, leale e pronta al sacrificio, un’Italia che non si tira indietro. Quando il vecchio paracadutista della Folgore s’è lanciato con un enorme tricolore legato al piede ed è atterrato davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dalla folla è arrivato un applauso vigoroso ed entusiasta. È probabile che molti dei presenti abbia pensato: «Ma quanto siamo bravi noi italiani!». Io l’ho pensato. È stata una scintilla che ha riacceso la fede in questo popolo di maneggioni e imbroglioni, di tangentisti e arrivisti, di “tengo famiglia” e accattoni, di traditori e ipocriti, ma anche di eroi e onestuomini, padri amorevoli e lavoratori responsabili, sognatori e timorosi delle leggi. Anche su queste contraddizioni riposa la forza del popolo italiano di risorgere e perpetuarsi.

Ci voleva un antidoto al veleno di un ceto politico-affaristico dominante che aveva ridotto l’Italia ad una greppia personale, che gestiva la cosa pubblica come un affare di famiglia, che sfruttava la buonafede come un capataz spreme la forza-lavoro. L’antidoto c’è. Ed è la prima volta.

I nuovi diventeranno come i vecchi? Saranno presto infettati dalla tabe del predominio? Si mostreranno arroganti prepotenti corrotti ed inefficienti come i predecessori? È probabile, ma nel frattempo le carte sono state sparigliate e la via del cambiamento sarà stata imboccata.

E il “deep state”? Certo che c’è. E farà l’impossibile affinché nulla cambi. Ma oggi, vedendo sfilare un pezzo importante dello “Stato nello Stato”, si può anche ipotizzare che sia anche l’insieme più incazzato con i vecchi feudatari e i loro manutengoli. Si può legittimamente sperare che si schiererà dalla parte di chi ha mandato a casa un esercito di governativi senza onore. Non è che fra i militari non ci siano disonesti e ruffiani, ma sono poche mele marce in un canestro di uomini e donne cui batte il cuore ad ogni alzabandiera. Le frecce tricolori fanno guardare tutti in alto.

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