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Cottarelli non si fida e lo zainetto non lo molla nemmeno i n presenza del capo dello Stato

Governo Cottarelli. Nuove elezioni, scenario nuovo

Mettiamo che si vada al voto (29 luglio o 5 agosto non cambia). Quale sarebbe lo scenario logico, considerando la legge elettorale vigente? Sarà la suddivisione dei consensi tra le forze attualmente in campo (centrodestra, M5s e Pd) in proporzioni più o meno analoghe a quelle registrate il 4 marzo scorso. Tra leghisti e pentastellati è diffusa la convinzione che il voto sarà polarizzato in una sorta di referendum tra i due “vincitori” della scorsa tornata, per cui a Pd, Forza Italia etc. andranno poche e ininfluenti briciole.

Se le cose restassero ferme, forse avremmo il fotofinish auspicato dal duo Salvini-Di Maio. Il fatto è che in politica, se un fattore non può essere modificato/aggiornato/cambiato, la mutazione interviene sugli altri fattori in campo. È una questione di logica elementare. La realtà è questa e perciò sono inutili le previsioni basate su dati in continua evoluzione. È sufficiente porsi una sola domanda: chi avrebbe scommesso all’indomani delle elezioni che la Lega e il M5s avrebbero sottoscritto un programma comune? Nessuno. Se qualcuno avesse prospettato uno scenario del genere, gli avrebbero messo la camicia di forza. Oggi sembra normale che, dopo quanto è successo, Di Maio e Salvini potrebbero risalire insieme al Quirinale.

L’alleanza Lega-M5s, per quanto imprevedibile, segue comunque una logica da non disprezzare. Mettere piede a Palazzo Chigi non è roba da poco. Si narra che il re di Francia Enrico IV spiegasse la conversione al cattolicesimo dichiarando: «Parigi val bene una messa». Lui, ugonotto, mai avrebbe potuto conservare la corona avendo nemico il Papa. Al di là della frase (se autentica o meno), il dotto riferimento storico (consentitemi l’autoironia, trattandosi di citazione da “Settimana enigmistica”) dovrebbe indicare che la presa del Palazzo d’Inverno non si fa soltanto con le baionette ma anche con le abiure. I due (Di Maio e Salvini) hanno abiurato, sia pure in parte, al fine di sfondare quel portone da più di mezzo secolo aperto soltanto ai membri fedeli dell’establishment. Ovviamente, il “deep state”, lo Stato nello Stato, non se n’è stato fermo come un condannato a morte aspettando il colpo di mannaia. Ha ferocemente e intelligentemente reagito mostrando il più profondo rispetto per le regole (e per i mercati).

Divago e torno al punto. Con le elezioni alle porte, dunque, e senza poter cambiare la legge elettorale, cos’è che deve subire mutamenti onde evitare la ripetizione sostanziale del responso del 4 marzo? La risposta è: l’altra parte in commedia, cioè gli schieramenti.

Le forze politiche dovranno frantumarsi e ricomporsi in “nuovi” soggetti.

È ovvio che, se il Pd si presentasse all’elettorato nelle condizioni in cui si dibatte oggi, la percentuale piomberebbe a dimensioni da prefisso telefonico, come si diceva una volta per sfottere partiti come quello liberale per il cui congresso nazionale si consigliava la prenotazione di una cabina della Sip.

Si dice in giro che, invece del “Partito della Nazione” immaginato da Matteo Renzi, s’andrà alla creazione di un “Fronte repubblicano”. Non so se le teste d’uovo facciano riferimento al “Rassemblement du peuple francais” (Rpf) fondato nel 1947 da Charles de Gaulle come forcipe per la “V Repubblica” (la IV era in mani comuniste) oppure alla coalizione “L’Ulivo”, coacervo di raggruppamenti e personaggi messo su per fottere Silvio Berlusconi e che cadde sotto il peso della sicumera di Romano Prodi.

La parole “Fronte” non ha una collocazione ideologica: in Francia c’è oggi il “Front National” di Le Pen e ieri c’è stato il “Front Populaire” di Blum. A cosa rassomiglierebbe il Fr nostrano a guida Gentiloni, non riesco ad immaginarlo.

Anche nell’area di centrodestra, dovrebbe esserci un qualche spacchettamento prima della ricomposizione. A fronte dell’intenzione di Salvini di fare il pieno dei voti per poi riprendere l’inciucio con Di Maio, si profilerebbe inevitabile una resa dei conti con il vecchio tycoon di Arcore.

Il Movimento che vanta Luigi Di Maio come Capo Politico (lui ci tiene alle maiuscole) dovrà fare qualche aggiustamento interno e, forse, una redistribuzione delle responsabilità o, se volete, un cambio della guardia.

Non va ignorato, inoltre, che le recenti tornate elettorali hanno visto affermazioni di nuove formazioni tipo “Potere al popolo” e “CasaPound”. Se vince l’ipotesi-referendum, le liste di questo tipo saranno spazzate via, in caso contrario non sarebbe inusitata una qualche sorpresa.

In sintesi: la legge elettorale non cambia, perciò cambiano gli schieramenti in campo. Se restasse tutto uguale, diventerebbe un caso (patologico) da studiare nei corsi di storia dei partiti politici in Italia.

Intanto dal Quirinale arrivano comunicati come questi (con maiuscole e virgole originali):

«Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale la Presidente della Repubblica di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović, in visita ufficiale in Italia, intrattenendola successivamente a colazione. Era presente all’incontro il Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Vincenzo Amendola».

«Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale il Presidente della Repubblica di Slovenia, Borut Pahor, intrattenendolo successivamente a colazione».

Evidentemente oggi Amendola aveva altro da fare.

Dal canto suo, Carlo Cottarelli non intende mollare facilmente. L’osso è appetitoso assai.

 

 

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