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Conte, la povera Fedeli e la saga dei Tarquini

Di Giuseppe Conte, presidente del Consiglio incaricato, si sta dicendo di tutto e di più. Sotto il microscopio sono finiti i dati curriculari, le potenti amicizie, la docenza universitaria, i clienti che ha difeso come avvocato… e non so cos’altro verrà fuori. All’ombra di Palazzo Chigi si sta girando una riedizione-florilegio di “The good wife”, “Designated survivor” e “Madame secretary”, cioè delle saghe televisive americane che raccontano di duelli politici a colpi di dossier, di gossip diffusi sui media per fregare il concorrente, di false testimonianze e imbrogli vari. Sullo sfondo, però, c’è sempre l’America buona, quella che non colpisce un terrorista se questo vuol dire fare vittime civili, che si commuove facile, che lavora per la pace e la prosperità del mondo intero, che odia i dittatori e vive tristi crisi di coscienza quando li deve sostenere; il finale è sempre un inno all’America sana e onesta. Conte è entrato dal portone principale nel territorio gelosamente custodito della politica e dei politicanti. Sconosciuto ai più, ha scatenato la caccia allo scheletro nell’armadio. È stato rimesso in moto il distributore di merda ben collaudato per Silvio Berlusconi e la sua cerchia di amici/amiche/conoscenti/soci/parenti.

I moralisti a un tanto al chilo hanno puntato il dito accusatore contro il professore falsificatore e spacciatore di falsi curriculum, l’avvocato difensore di ignobili criminali, l’amico del primogenito del presidente Mattarella e del vituperatissimo Denis Verdini, il sodale del cognato del presidente emerito Napolitano, il professore assenteista che gli studenti vedono di rado, il complice di Renzi…

Quel format, l’articolo che denuncia con veemenza le vergognose pratiche del familismo amorale, le inconfessabili complicità, il becero clientelismo e via inalberandosi e scandalizzandosi, è il leitmotiv rimbalzante da un media all’altro.

Oltre a levare alti lamenti, i poligrafi moralisti insistono sulla decadenza dei tempi odierni e sulla peste che devasta la nostra società. Due sono le cose: o sono ignoranti oppure esagerano per vis polemica. Le vicende umane sono impastate, fin dai primordi, di faide parentali, privilegi familistici, congiure e tradimenti, matrimoni d’interesse con aggiunta di rapporti ignobili, servilismo etcetera ecceterone.

Tanto per non andare troppo lontano, fermiamoci ai tempi dei 7 Re di Roma. Altro che “Reign”. Anco Marcio, per esempio, cinse la corona perché era nipote, in quanto figlio della figlia, del re Numa Pompilio. Il suo successore, Tarquinio Prisco, aveva fatto un bel matrimonio a Tarquinia e, con un conto in banca da miliardario, s’era trasferito a Roma, dove riuscì a farsi scegliere dal re come suo erede. Gli andò liscia per 38 anni, dopodiché i figli di Anco Marcio gli fecero la pelle (non avevano mai digerito il fatto che il paparino l’aveva preferito a loro), ma dovettero ritirarsi davanti a Servio Tullio, il quale aveva sposato una principessa di Cornicoli (praticamente Guidonia) che era stata fatta schiava da Tarquinio Prisco quando aveva conquistato quella città. La regina Tanaquilla, ambiziosa consorte di Tarquinio Prisco, lo prese a ben volere (nessuna fonte ce ne dice il motivo, ma la carne è debole…) tanto che gli fece sposare una figlia. Alla morte del re, Servio Tullio prese il suo posto e ci restò fino a quando fu assassinato. Da chi? Da due sicari pagati dal genero e dalla figlia. Qui la vicenda è degna di Shakespeare: lui, Tarquinio il Superbo, figlio di Tarquinio Prisco, aveva sposato Tullia Maggiore, figlia del re Servio Tullio. L’altra figlia del sovrano, Tullia Minore, aveva sposato Arrunte, fratello di Tarquinio il Superbo. Lo so, dà fastidio la ripetizione dei nomi ma, altrimenti, sarebbe poco agevole districarsi. Qui abbiamo un duplice omicidio: Tullia Minore ammazza il coniuge (fratello, ripeto, di Tarquinio il Superbo) e lui uccide la moglie Tullia Maggiore.

Liberi entrambi da vincoli coniugali, i due convolano a giuste nozze e fanno di comune accordo il passo successivo: per lui è l’omicidio del suocero, per lei il patricidio. Eliminato Servio Tullio, la strada del trono è libera. Volete che continui? Tarquinio il Minore, figlio di Tarquinio il Superbo, mentre il papà assediava Ardea, violentò Lucrezia, donna di sani costumi, la quale denunciò il fattaccio e si suicidò. Uno dei parenti di Tarquinio (“Parenti serpenti”, come da film) l’onesto Lucio Giulio Bruto sobillò il popolo e il re si ritrovò senza trono. Eventi scontati: l’alfiere delle commemorazioni del martire (fratello, sorella, marito, padre, nonno… poco importa) fa carriera. Bruto e Tarquinio Collatino, marito inconsolabile della martire Lucrezia, diventarono consoli.

Se i politici non si sgozzano tra di loro è perché non ne hanno bisogno: basta un avviso di garanzia o una denuncia per stalking e l’avversario muore senza spargimento visibile di sangue.

Poco fa, a “Un giorno da pecora”, programma radio alquanto fricchettone, la ministra della Pubblica (di)istruzione, a proposito del curriculum chiacchieratissimo del presidente del Consiglio incaricato, ha detto: «Il mio curricula – (sic; e l’ha detto un paio di volte) – non presenta…» e bla bla bla. È ovvio che la ministra Fedeli sia una capra in latino (forse non ha avuto modo di studiarlo) perché la parola è “curriculum” ed è di genere neutro, per cui al plurale fa “curricula”, e lei l’ha usata al singolare pensando che la desinenza “a” indicasse il genere femminile. Il suo non-ragionamento è stato questo: dico ministra perché sono femmina e curricula per lo stesso motivo. E chest’è.

 

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