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Falcone ucciso dal finestrino aperto

Sulla bretella dell’autostrada Palermo-Mazzara del Vallo, andando verso Punta Raisi, all’aeroporto intitolato a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, i due magistrati assassinati dalla mafia, si passa sul tratto che il 23 maggio del 1992, oggi sono ventisei anni, saltò in aria travolgendo l’auto sulla quale viaggiavano Falcone, la moglie e l’autista. Erano circa le sei del pomeriggio all’altezza dello svincolo per Capaci, quando il dito del mafioso Giovanni Brusca sul telecomando innescò la mezza tonnellata di tritolo insaccato sotto la strada.

Oggi, due steli commemorano sui lati il luogo e, sulla bianca costruzione a mezza costa del monte dal quale fu lanciato il segnale, spicca la scritta NO MAFIA.

Quel 23 maggio, davanti e dietro l’auto del giudice, viaggiavano due auto di scorta. Il telecomando fu azionato in leggero anticipo e così l’esplosione colse in pieno la prima auto scaraventandola a circa cento metri lontano uccidendo sul colpo i tre poliziotti che l’occupavano (Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani).

Sopravvissero, invece, i tre poliziotti della terza auto Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello.

Nella seconda auto, i coniugi Falcone e l’autista dipendente del ministero della Giustizia Giuseppe Costanza furono gravemente feriti.

I poliziotti della terza auto provano a prestare i primi soccorsi e i tre feriti sono trasportati in ospedale ma Falcone e la moglie Francesca Morvillo muoiono: troppe le lesioni interne causate dall’onda d’urto. Si salva Costanza, il suo autista da 8 anni.

Qualcuno mi raccontò (non ricordo il nome, ma se anche lo avessi ricordato non l’avrei scritto) che se al volante ci fosse stato Costanza il giudice e la moglie si sarebbero salvati. Pare, infatti, che le cose siano andate in questo modo. Usciti dall’aeroporto, la donna chiede al marito di mettersi al volante così gli può stare più vicino, cosicché l’autista si siede sul sedile posteriore. Dopo qualche minuto, lei si lamenta perché non sopporta l’aria condizionata e fa scendere un po’ il suo finestrino, quel tanto sufficiente a far entrare uno spiffero. È una grave violazione delle norme di sicurezza e, come mi è stato raccontato,  Costanza alla guida mai avrebbe sbloccato i vetri balistici. Chiusa, l’auto blindata avrebbe assorbito i contraccolpi della deflagrazione. Non trovando fessure, l’onda d’urto avrebbe colpito girando intorno alla vettura e non dentro.

La fretta dell’attentatore avrebbe, dunque, ucciso soltanto gli occupanti della prima auto di scorta. Questo mi è stato raccontato e questo scrivo. L’unica persona che conosce la dinamica di quei momenti è l’autista sopravvissuto. So che ha fatto causa, assistito dagli avvocati Guerra, ma non mi risulta che abbia mai raccontato del finestrino aperto giusto quel po’ per far entrare la bell’aria della Sicilia. Ha anche scritto un libro, ma non l’ho letto. E nemmeno ho informazioni sull’esito della causa intentata contro il ministero della Giustizia (dopo la convalescenza, tornato al lavoro, fu messo a fare fotocopie).

M’è capitato più di una volta, andando dall’aeroporto a Palermo e viceversa, di notare che il traffico scorre veloce anche all’altezza del bivio per Capaci. Le steli commemorative e l’enorme scritta sul muro bianco della casina dell’Amap (Azienda municipalizzata acquedotto di Palermo) non attirano l’attenzione al punto da indurre a rallentare. Forse sono vittima di coincidenze e può darsi che siano in tanti quelli che rallentano o che si fermino per una fotoricordo. Se oggi stessi là, troverei senz’altra una folla.

La strage di via D’Amelio, dove un paio di mesi dopo, il 19 luglio, fu assassinato il giudice Paolo Borsellino (e con lui gli agenti di scorta Agostino Catalano, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi e Vincenzo Li Muli) fermò definitivamente l’azione dei due magistrati crociati della lotta alla mafia. La strage fu causata dall’esplosione di un’auto piena d’esplosivo parcheggiata sotto l’abitazione della mamma di Borsellino.

 

 

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