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La coppia: ci amiamo per la vita fino a lunedì mattina

M5s-Lega, contratto per un uomo solo al comando

«Il presente contratto è sottoscritto:

dal Signor Luigi Di Maio

Capo Politico del “MoVimento 5 Stelle”

e dal Signor Matteo Salvini

Segretario Federale della Lega».

Le ambiguità cominciano già dall’intestazione. Cosa significa “capo politico” e perché le maiuscole? Di Maio è forse un follower della teoria del fuhrerprinzip? Sotto sotto nasconde velleità al momento inconfessabili?

Nel “contratto” (55 pagine, 30 capitoletti), è malcelata la volontà oligarchica del mostriciattolo bicefalo, che domani salirà sul Monte Cavallo a chiedere la benedizione di un riottoso presidente, anch’egli oligarca, ma di un’altra epoca.

L’elemento rivelatore si trova al punto 20 intitolato “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta”, dove si legge: «Occorre introdurre formule di vincolo di mandato…” che, tradotto, indica la volontà di mettere sotto tutela i parlamentari. L’assenza di “vincolo di mandato”, statuita dalla Costituzione, consente al parlamentare di votare in piena libertà e secondo coscienza, quindi lo libera dall’obbedienza al partito nelle cui liste è stato eletto. Deputati e senatori non debbono rendere conto del loro operato agli elettori che li hanno mandati in Parlamento e possono perfino “cambiare casacca” come si dice comunemente.

Quasi sempre il parlamentare passa ad un altro schieramento per interesse personale e questo fa gridare allo scandalo, ma l’alternativa non è legarlo mani e piedi. Con la morte delle ideologie e la fine dei partiti “tradizionali”, i parlamentari sono scelti da ristrette cerchie di potere e imposti all’elettorato di riferimento. È noto che abbiamo un Parlamento di nominati invece che di eletti. Imporre il vincolo di mandato vuol dire consegnare il potere decisionale a una pattuglia di “capi politici” che, nel tempo, la forza delle cose ridurrà a uno solo.

Che gli Italiani invochino un risolutore armato di bacchetta magica, lo sanno pure in Papuasia. Tutte le volte che si presenta qualcuno che promette il cambiamento, il responso delle urne diventa una epifania. Dopodiché, o il votatissimo riformatore viene fatto a pezzi dal “deep state” (v. https://internettuale.net/2711/deep-state-contro-il-mostriciattolo-gialloverde) come dimostra la vicenda di Bettino Craxi, oppure si adegua al sistema (ricattato? convenienza personale? mancanza di coraggio?) come ha cercato invano di fare Silvio Berlusconi.

La coppia Di Maio-Salvini è destinata a scoppiare, ma nel frattempo prova a gettare le basi di una piramide al cui vertice, poi, ci sarà posto per uno solo.

Intanto, gli italiani non vedono l’ora di vedere all’opera questo governo del cambiamento. Purtroppo pochi di loro hanno letto per intero il “contratto”. Leggendolo, infatti, si vede che, dove si indica una riforma, non è scritto come fare e, dove si dice cosa fare, mancano le relative risorse.

Prendiamo il capitolo 2 intitolato “Acqua pubblica”. È una delle realtà terzomondiste dell’Italia che si atteggia a Paese evoluto. Gli acquedotti sono colabrodi (le note sul tema sono andate perdute nell’ultimo crash di internettuale.net). In sintesi: circa il 40% dell’acqua trasportata si perde per strada e sono centinaia i consorzi, le società comunali, le spa a capitale misto etc. che gestiscono piccoli e grandi acquedotti. Sarebbe davvero una rivoluzione se si riuscisse a mettere ordine, a riparare i buchi, a razionalizzare la gestione. Basterebbe soltanto questo per assicurare ad un governo fama imperitura. Cosa scrivono M5s-Lega? Leggiamo: «…ristrutturazione della rete idrica…rinnovare la rete idrica, dove serve… portare le perdite al minimo…». Pare la letterina di Natale: sarò più buono, prometto di ubbidire a papà e mamma…

Gli esperti gialloverdi non hanno scritto una sola parola su come fare a distruggere i potentati locali funzionanti ad acqua. In più, l’inciso “dove serve” rivela che gli interventi saranno ben selezionati, quindi attenti agli equilibri di potere locali.

Il richiamo al referendum del 2011 (con il quale comincia il cap.2) riempie d’orgoglio quelli che lo votarono e questa è una bella mossa.

Dall’acqua passiamo ad un altro comparto che smuove i sentimenti italiani. Il cap.16, intitolato “Ministero per le disabilità”, è un lungo elenco sui provvedimenti annunciati a sostegno delle persone diversamente abili e delle loro famiglie. I dati ufficiali dicono che sono più di 4 milioni le persone con disabilità (il 6,7% della popolazione) e il Censis (Centro studi investimenti sociali) stima che tra due anni i disabili in Italia saranno circa 5 milioni, cioè il 7,9% della popolazione. Se si contano le famiglie (sulle quali grava il peso maggiore) abbiamo un bacino elettorale che da solo sarebbe sufficiente a dare al “protettore” la maggioranza assoluta. Di Maio dovrebbe chiedere per sé il nuovo dicastero.

L’intenzione è, dunque, di creare un ministero ad hoc e un Garante per ciascuna Regione. Si tratta di parecchi milioni di euro da spendere soltanto per creare questi nuovi organi. Un ministero comprende un ministro e diversi sottosegretari, un bel po’ di direttori generali, di funzionari, di impiegati, di esperti a contratto, di segretarie, uscieri, autisti, auto blu, telefoni, poltrone etcetera ecceterone. E dove sarà ubicato? In una struttura di proprietà di Palazzo Chigi o dovrà pagare l’affitto ad una qualche immobiliare?

Fermo restando che uno Stato civile debba assicurare alle persone malate cure e assistenze adeguate, questa proposta di mettere in piedi un altro carrozzone statale (con l’aggiunta di tanti carrettini regionali) ha il sentore di un adescamento.

La lettura del “contratto” riporta alla memoria i tanti piani, programmi, relazioni, documenti (Pen, Piano energetico nazionale; Pgtl, Piano generale dei trasporti e della logistica; Pna, Piano nazionale agricoltura; Pni, Piano nazionale industria; Pns, Programma nazionale per la sicurezza… l’elenco è sterminato) che sono stati redatti all’insegna di “è necessario intervenire…”, “occorre rivedere…”, “serve una nuova strategia…” e via immaginando. Anche il linguaggio usato è lo stesso: evidentemente i “tecnici” che hanno stilato il “contratto” sono quelli che hanno collaborato (e ancora collaborano) con ministeri e centri studi.

Se non temessi di scoraggiare i miei quattro lettori, metterei a confronto interi passaggi del “contratto” con, per esempio, una relazione della Corte dei Conti oppure un documento del Cnel (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, che anche il “contratto” prevede di cancellare perché ente inutile e dispendioso).

Nel “contratto” – e mi fermo qui – c’è un dato che fa premio sugli altri ed è il seguente. Dalla stesura (sostantivi, aggettivi, avverbi, verbi…) emerge che trattasi di un documento-florilegio o, se volete, una furbesca manifestazione di sincretismo. In effetti, è un lavoro che una persona pratica di “programmi” e di “piani” può fare in un paio di giorni (se è pigro). Come mai c’è voluto, invece, tanto tempo?

La risposta purtroppo delude quanti hanno creduto (me incluso) che il confronto Salvini-Di Maio fosse sui temi oggetto del “contratto”. Risulta chiaro che il duo abbia dovuto trovare la quadra sul nome del premier, sulla spartizione dei ministeri, sulla lottizzazione di presidenze varie (Eni etc.) e su tutta una serie di interessi collaterali qualificati ciascuno con nome e cognome.

Il “contratto” è un paravento. Più che un “libro dei sogni”, è una piattaforma sulla quale poggiano le ambizioni oligarchiche dei protagonisti di questa stagione politica. E per uno, il “capo politico”, pardon, il “Capo Politico”, è il trampolino per un uomo solo al comando.

 

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