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Deep state contro il mostriciattolo gialloverde

Deep state” è una serie televisiva britannica che racconta di servizi  segreti – deviati e non – di congiure internazionali e di terrorismo, con al centro un agente in pensione dell’agenzia di spionaggio MI6. Il titolo (“Stato profondo”) è una locuzione diventata corrente negli Usa da quando il presidente Trump ne ha lamentato l’esistenza accusando quelli che in Italia chiamiamo, a seconda delle convenienze partitiche, “poteri occulti” o “poteri forti”, di volere la sua rovina. Mi viene in mente che anche il primo ministro turco Erdogan ha richiamato l’attenzione «to the ‘deep state’ in Turkey that is opposing his Government’s reforms and is fighting against parliamentary democracy» cioè sullo “Stato profondo” che in Turchia si oppone alle riforme del suo governo ed è nemico della democrazia parlamentare.

La definizione da dizionario è: «The deep state is not under the democratic control of that government» (Lo Stato profondo non è sottoposto al controllo democratico del governo).

Deep state” identifica un’antica realtà politica, anzi antichissima se pensiamo che se ne paventava il potere anche nelle Città-Stato della Grecia arcaica. In Italia, è stato un tema feroce a proposito dell’eccessivo potere della Chiesa sui pubblici affari. Residuati anticlericali insistono ancora oggi sulla penetrazione vaticana nei gangli della repubblica. Lo “Stato nello Stato”, ecco come va correttamente tradotto “deep state”.

In questi giorni, nei quali i due movimenti anti-sistema premiati dagli italiani stabiliscono una collaborazione all’insegna del cambiamento (preannunciato quale rottamazione di schemi predatori e strutture parassitarie), il “deep state” si sta facendo sentire. È tornata in auge, tanto per dirne una, la misurazione quotidiana dello “spread”, la parolina che nel 2011 cacciò da Palazzo Chigi Silvio Berlusconi e che, a casa nostra, si traduce nella differenza di valutazione di obbligazioni italiane rapportate alle tedesche.

Sui balzi dello spread, il vecchio tycoon di Arcore ha precisato che, diversamente da sette anni fa quando fu preso di mira, non è il segnale di un complotto contro il duo Salvini-Di Maio. E il successivo calo pare gli abbia dato ragione, ma va’ a togliere dalla testa della gente la convinzione che le banche congiurino contro il governo del cambiamento. Allo stesso modo, è radicata l’opinione che i poteri forti dell’Unione europea stiano facendo di tutto per arrestare la marcia gialloverde. Non c’è bisogno di evocare complotti e manovre occulte: il “deep state” esiste e non se ne sta buono nell’attesa della rivelazione messianica dell’accoppiata Lega-M5s.

Lo Stato nello Stato è radicato nell’Amministrazione pubblica, negli stati maggiori di industria e finanza, nella miriade di centri di potere (dalla lobby del trasporto su gomma scendendo fino alla Pro Loco che tutela l’orso ballerino) i quali temono il cambiamento, qualunque esso sia.

Non è soltanto il burocrate (euro o italo, poco importa) che frena in obbedienza all’adagio popolare “chi lascia la via vecchia…”, quanto e soprattutto la tribù di uomini e donne abbarbicati su privilegi acquisiti e affezionati alla routine protettiva.

Non è un mistero che esista una casta che occupa e depreda le articolazioni dello Stato, trasformando una funzione “di pubblico servizio” in una posizione di potere personale con annessa acquisizione di vantaggi per sé e per quella cerchia di persone che opera in modo parallelo. Lo scambio di favori passa sulla testa degli altri, ministri inclusi. Questa casta di canaglie inceppa il corretto funzionamento di qualsivoglia organo pubblico e fa muro contro chiunque minacci (ed è sufficiente la minaccia…) di “mettere le cose a posto”.

Al Quirinale, uno dei Palazzi privilegiati del potere politico in Italia (gli stipendi dei suoi impiegati sono molto più alti di quelli normalmente percepiti nella Pa), non girano voci di consenso nei confronti dell’inciucio (Salvini e Di Maio lo chiamano contratto, ma di inciucio si tratta…) che ha già fatto danni impedendo il varo di un governo del presidente lecitamente fondato sul mantenimento dello statu quo. Non è “colpa” di Mattarella, questo va detto. Se al posto suo ce ne fosse stato un altro, il comportamento non sarebbe stato granché diverso. Il Palazzo, per eccellenza, dal potente segretario generale fino ai giardinieri che curano le piante quirinalizie, è restio – diciamo così – ad accettare un governo che si annuncia pericoloso per i cosiddetti diritti acquisiti.

Nell’attesa di vedere il coniglio tirato fuori dal cilindro adattato ad un mostriciattolo bicefalo, si può prevedere senza sbagliare più di tanto che anche questo promesso governo del cambiamento finirà nella soffitta dei ricordi nazionali.

Guardiamoci indietro, giusto per non dimenticare il destino subito dai “riformatori”, da chi prometteva di modernizzare l’Italia, di tagliare i rami secchi, di porre fine alle diseguaglianze sociali etcetera ceterone. Il “deep state” ha sempre reagito prontamente, a volte con violenza bruta e, in altre occasioni, nascondendosi dietro i crismi della legalità. E quindi? non c’è niente da fare? anche stavolta scemerà il voto di protesta? avremo una versione 2.0 dei “voti in libera uscita” come Andreotti definiva il calo di consensi alla Dc a vantaggio di forze considerate antisistema come il Msi?

Inoltre: questi voti in libera uscita torneranno a Forza Italia e al Pd oppure saranno rastrellati da un nuovo soggetto politico giudicato meno o affatto pericoloso dal “deep state”? Interrogativi che avranno presto risposta.

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