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Dai sacrifici umani ai bombardamenti

Il sacrificio di Isacco, figlio di Abramo è chiesto da Dio come prova di ubbidienza, ma all’ultimo momento il ragazzo è sostituito da un montone. Secondo i calcoli più accreditati siamo tra il 1850 e il 1700 avanti Cristo.

Tra il 1300 e il 1200 a.C. la dea Artemide impedisce al vento di soffiare e la flotta greca in partenza per la guerra di Troia non può salpare. Il prezzo che la divinità chiede è la vita di Ifigenia, figlia del re Agamennone. Il poeta Euripide (480-406 a.C.) racconta che la dea sostituisce Ifigenia con un cervo, salvandole così la vita. A sacrificio avvenuto, il vento gonfia le vele e comincia la navigazione verso Troia.

Sono episodi che mi vengono in mente (le date me le sono cercate per essere più preciso) per dire che c’è stato un momento nel quale la pratica dei sacrifici animali ha rimpiazzato quella dei sacrifici umani. E’ successo in tutte le civiltà; in qualche caso (vedi gli Aztechi) per intervenuta distruzione non c’è stato il tempo di cambiare pratica. I fantocci di paglia che le Vestali gettavano il 14 maggio nel Tevere erano stati una volta esseri umani.

Nei culti religiosi, le uccisioni rituali (di uomini e animali) erano necessarie per avere l’appoggio divino. Comunque, anche dopo la predicazione di Buddha e, mezzo millennio dopo di lui, di Gesù Cristo, l’uomo ha continuato ad uccidere in nome di un dio. In sintesi: c’è stato un tempo nel quale l’uomo uccideva l’altro uomo per ingraziarsi la divinità (riti di fertilità e simili) poi il comandamento “non uccidere” ha messo fine ai sacrifici rituali ma non ha impedito le guerre. Le cronache quotidiane ci raccontano di stragi compiute in nome o di una religione oppure della democrazia e chi uccide è convinto di fare bene. La buona causa santifica la guerra, dunque. E’ probabile che avesse ragione chi diceva che sono le buone guerre a santificare le ragioni, ma andrei su un piano un po’ più complicato; qui mi preme sottolineare un fatto: l’uomo uccide da quando esiste. Prova rimorsi? Ha sensi di colpa? Gli dispiace? Dipende. Molti sono ancora convinti che l’uomo sia per natura buono e che siano le circostanze a farlo diventare cattivo. Nel Settecento un moralista svizzero, Jean-Jacques Rousseau, esaltava il “bon sauvage”. Il selvaggio è buono, poi – affermava – la società civile lo corrompe. E’ vero che all’epoca di Rousseau l’antropologia culturale era alle prime armi, ma già nel secondo secolo avanti Cristo un commediografo latino, Tito Maccio Plauto, aveva scritto che l’uomo è un lupo per l’altro uomo (“lupus est homo homini”), a conferma che l’intuito proprio del poeta rivela verità che altri poi si industriano a dimostrare. Nel corso dei secoli, quel verso plautino è diventato “homo homini lupus” costituendo il fondamento per diversi pensatori. Un filosofo inglese, Thomas Hobbes, nel XVI secolo insegnava che, essendo l’uomo egoista, gli istinti che lo muovono sono sia quello di sopravvivenza che quello di sopraffazione.

E’ ovvio che nel corso dei millenni ci sono stati uomini (maschi e femmine) che hanno fatto eccezione. Cito per tutti Francesco d’Assisi e Caterina di Siena.

Che cosa, dunque, impedisce di sbranarci l’un l’altro?

Qui il terreno è particolarmente scivoloso. Corro il rischio di essere scambiato per un materialista, ma sintetizzo.

C’è il mutuo accordo basato sulla paura reciproca: io ho paura di te, tu hai paura di me, e giacché vogliamo dormire anziché stare svegli con il terrore di essere aggrediti, ci mettiamo d’accordo e, semmai, ci difendiamo a vicenda a fronte di un terzo aggressore.

Insieme facciamo delle regole che ci impegniamo a rispettare.

Occhio per occhio

Al principio la pena per le violazioni gravi è sempre la morte (Romolo uccide il fratello Remo, perché ha violato il patto) ma anche oggi in molti Stati (sia in quelli definiti “civili”, sia in altri) è vigente la pena di morte. Continua l’applicazione dell’antichissimo “occhio per occhio”, nonostante la condanna che ne fece Gesù (ed è uno degli elementi che marcano la differenza dell’Antico Testamento dal Nuovo) e nonostante i proclami dei giorni nostri sulla sacralità della vita umana.

Per mettere un punto di partenza sulla strada della “civilizzazione” dell’uomo, parto dal Codice di Hammurabi. Può darsi che domani ne saranno scoperti altri, ma al momento quel codice resta la più antica raccolta di leggi scritte che conosciamo.

Tra il 1792 e il 1750 a.C. quel re babilonese fece incidere sulla pietra un pacchetto (come si dice in politichese) di leggi che stabilivano, tra l’altro, i reati e le relative pene. Hammurabi ruppe un’antichissima consuetudine per cui si affidavano a uno o più “saggi” il compito di giudicare. Le sentenze non facevano, perciò, riferimento ad una norma scritta, ma a tradizioni mnemoniche. O semplicemente alla saggezza del re. Mi viene in mente un re di Israele, Salomone (siamo tra il 970 e il 930 a.C.) descritto dall’Antico Testamento come il massimo della giustizia. Comunque, se pensiamo che, anche oggi che è tutto scritto, abbiamo, per lo stesso reato, sentenze diverse o addirittura opposte, comprendiamo la rivoluzione fatta da Hammurabi. Insomma, cominciò a fare capolino la certezza del diritto.

Quelle leggi regolavano sostanzialmente il principio-base, cioè l’occhio per occhio, ma con qualche novità. L’omicida era condannato a morte, ma, se aveva ucciso il figlio di un altro, era un suo figlio a finire sul patibolo. Se a essere ucciso era uno schiavo, l’omicida doveva risarcire al padrone il prezzo pagato. Altra novità era la distinzione per censo: chi aveva più soldi, pagava multe più salate.

L’uomo resta un lupo

Per secoli le leggi sono state codificate sulla base della “vendetta” (definire giustizia l’occhio per occhio, mi pare esagerato) ma a piccoli passi (dalle leggi di Dracone, a quelle di Solone, alle XII Tavole e via via fino ai nostri giorni) l’uomo ha costruito il Diritto: ha commisurato le pene in rapporto alla colpa ed ha affidato a organismi creati ad hoc il potere di fare giustizia. Questo non vuol dire che l’uomo abbia smesso di uccidere.

Il pilota che bombarda città e villaggi fa il proprio dovere e non si sente in colpa. Il figlio che uccide per vendicare il padre prova gioia perché ha fatto la cosa giusta. L’affarista che distribuisce cibo avariato prova soddisfazione a contare i soldi guadagnati. Ci sono mille modi nei quali l’uomo si comporta come un lupo e non è detto che l’omicidio sia il peggiore. Perfino il buon Mazzini invitava al tirannicidio, perché uccidere il tiranno è cosa giusta.

In genere l’uomo diventa “buono” se ha una buona educazione. Ma determinanti sono le paure. La paura dell’Inferno ha tenuto buone molte generazioni. La paura-vergogna delle manette tiene la delinquenza in proporzioni ragionevoli. Insomma, non tutti sono buoni per convinzione. C’è anche chi fa il buono per non avere fastidi.

E chi è buono dentro? E’ un sant’uomo. Ma questa è un’altra storia.

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