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Nel 1992, il Corsera parlava dei nazimao del 1976!

L’etichetta “nazimaoista” ha circolato sui giornali anche parecchi anni dopo che noi avevamo sciolto “Lotta di Popolo”, l’organizzazione sulla quale era stato impresso nel Sessantotto il marchio di fabbrica “nazimao”. Come Sisifo continuo la fatica di mettere ordine tra le carte che pomposamente chiamo archivio, e stamattina dalla palude cartacea è emersa una pagina del “Corriere della Sera” di domenica 26 gennaio 1992 con un articolo a firma C. De Si. intitolato “Dall’ascia bipenne alla testa rasata”. Pare che partire da un punto per approdare al suo opposto (esemplare al riguardo il titolo “Da Evola a Mao”, il libro di Alfredo Villano che pure tende ad un racconto storico abbondantemente documentato) sia elemento costitutivo di un mondo che per semplificare viene definito di destra. Mah!

Nell’articolo del Corsera c’è un passaggio che va sottolineato.

Leggiamo: «Il primo elemento disaggregante si ebbe, invece, alla fine del ’76, col gruppetto di destra che verrà def‌inito dei “nazi-maoisti”, presente e attivo soprattutto all’Università. I “nazi-maoisti”, così come i giovani dell’area “nazi-skin” di oggi, non accettavano alcun legame con partiti e organizzazioni, vivevano giorno per giorno su situazioni elementari e infantili catalogabili unicamente sul parametro dell’uso di una violenza di solito gratuita, oltre che razzista. Una sorta di teoria del nulla, che verrà più tardi ripresa dai “Nuclei armati rivoluzionari” (Nar) del terrorismo nero e definita “spontaneismo armato”».

L’articolo è del 1992, noi ci eravamo sciolti nel 1973, e il giornalista afferma che i nazi-maoisti erano nati all’università nel 1976, cioè tre anni dopo il nostro autoscioglimento.

Sul fronte delle opposizioni extraparlamentari, i militanti erano abituati (lo sono tuttora) alla confusione e ai pasticci di sigle e gruppi che i media propinavano a gogò. Due le cause principali della sistematica disinformazia: la velina (della Polizia, dei Carabinieri etc.) passata al cronista perché utile ad un’operazione (ricordo gli articoli a proposito di un fantomatico Frate Mitra che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa fece pubblicare per prendere in trappola i brigatisti Curcio e Franceschini) oppure la pigrizia per la quale vecchi articoli rinfrescati qua e là sono ripubblicati senza scrupoli.

La disinformazia è più attiva che mai, come dimostrano, per esempio, i servizi e le inchieste su “CasaPound”. Di cazzate se ne scrivono e se ne dicono tante anche in relazione a fatti esteri, soprattutto quando è coinvolto il pacifico Stato di Israele aggredito dai violenti fondamentalisti palestinesi. La disinformazia non è prerogativa italiana, ma questo discorso sul sistema d’informazione globale ci porterebbe troppo lontano. Sarà per un’altra volta. Torno a Cesare De Simone (il C. De Si. dell’articolo) perché ho avuto la ventura di conoscerlo nel periodo in cui seguivo i lavori del Consiglio regionale del Lazio e delle non ricordo quante Commissioni per conto della Tsi, agenzia di proprietà di Ivano Selli.

Commentare e scambiarci informazioni sulle varie attività (porcate incluse) del Consiglio e dei consiglieri divenne un appuntamento quasi quotidiano. Quando De Simone riuscì a farsi finanziare dalla Regione una ricerca sulla diffusione della droga nel Lazio, fui inserito tra i collaboratori. Il risultato fu un volumone di più di settemila pagine intitolato “Arcipelago droga” e pubblicato nel 1988.

Occhio alla data, perché è importante.

Come solitamente accade, la continua frequentazione apre ampi spazi alle confidenze ed ai racconti autobiografici, sicché lui mi parlava della psoriasi che lo devastava, delle congiure nella redazione romana del Corriere, dei casini con le donne, dei libri che aveva voglia di scrivere e a me piaceva raccontargli del mio Sessantotto, di “Lotta di Popolo” e delle aggressioni dei compagni che sulla stampa, soprattutto su “Paese Sera”, erano presentati come tranquilli studenti a passeggio bastonati senza motivo da squadracce nere. Lui un po’ ridacchiava e un po’ se la prendeva: quelli erano suoi compagni, non miei. Per un po’ pensammo anche di scrivere qualcosa a quattro mani: aveva capito che “Lotta di Popolo”, nonostante la vulgata mediatica, era stato un fenomeno originale lontano sia da “Ordine Nuovo” e “Avanguardia nazionale” che da “Lotta continua” e “Potere operaio”.

Eppure, la mia testimonianza, i fatti che gli avevo raccontato, le risposte che avevo dato alle sue domande furono bellamente accantonate quando, quattro anni dopo l’inchiesta sul traffico di stupefacenti nel Lazio, De Simone scrisse il pezzo che pubblico qui di seguito integralmente.

Che lui fosse ben inserito negli ambienti del Viminale, m’era stato chiaro vedendo quanto facilmente avesse accesso a faldoni che per un giornalista non “accreditato” sono inaccessibili più del quarto segreto di Fatima. Non ho mai saputo quanto fosse addentro, per così dire, ma se, nonostante i miei racconti, aveva infilato i “nazimao” nati nel 1976 in un pastoncino che spaziava da un convegno del 1967 agli skins tedeschi passando per i “Nar”, sotto c’era dell’altro. Nel frattempo, avevo cambiato testata e abbandonato la Pisana, ma feci un paio di tentativi per contattarlo e, perché no?, sfotticchiarlo. Qualche anno dopo morì. Rileggendo quell’articolo con attenzione, oggi se ne coglie meglio la ratio.

 

Ecco il testo integrale:

«Nazisti a Roma»: era proprio questo lo slogan con cui, nell’ottobre 1967, alcuni ultrà della destra neofascista tennero un convegno al cinema Hollywood, in una piccola strada all’inizio della Casilina, un locale oggi scomparso. Non ci andò molta gente. In platea i partecipanti non furono mai più di una cinquantina e il raduno passò del tutto sotto silenzio da parte della stampa.

Quella del cinema Hollywood resta tuttavia una data storica: per la prima volta, dalla fine della guerra, una formazione politica aveva trovato il coraggio di f‌irmarsi, pubblicamente, come erede del nazismo hitleriano. Saranno alcuni di quel gruppetto iniziale, formato da scontenti del Msi e da «cani sciolti» d’estrema destra, a dar vita l’anno dopo a quei nuclei dai quali scaturiranno «Avanguardia nazionale» di Stefano Delle Chiaie e «Ordine nuovo», quest’ultima organizzazione nata per influenza del «teorico nazionalsocialista» Pino Rauti. Protagonisti entrambi di una lunga catena di violenze politiche, prima «Avanguardia nazionale» poi «Ordine nuovo» verranno sciolti, dopo un lungo processo, su proposta del ministero dell’Interno e con una disposizione della magistratura romana. Firmerà l’ordine di scioglimento di «Ordine nuovo», nel novembre 1973, il giudice Vittorio Occorsio, che nel processo che aveva condannato la stessa organizzazione aveva sostenuto il ruolo della pubblica accusa. Occorsio pagherà con la vita questo suo atto: verrà assassinato il 10 luglio 1976 da Pier Luigi Concutelli, il «killer nero» cresciuto alla scuola dell’estremismo neonazista. Rimasto sempre nel f‌ilone della destra extra-parlamentare, il neonazismo di Avanguardia Nazionale» (che aveva per emblema la «runa», croce celtica) e di Ordine nuovo (emblema l’ascia bipenne germanica) è stato un tentativo di aggregare politicamente i giovani che si riconoscevano nella tradizione nazionalsocialista. Formazioni sorte in aperto contrasto con la linea del partito tradizionale della destra italiana, il Msi (fu il periodo in cui i giovani picchiatori neri schernivano il «doppio-petto» dell’allora segretario Almirante). Il primo elemento disaggregante si ebbe, invece, alla f‌ine del ’76, col gruppetto di destra che verrà def‌inito dei «nazimaoisti», presente e attivo soprattutto all’Università. I «nazi-maosti», così come i giovani dell’area «nazi-skin» di oggi, non accettavano alcun legame con partiti e organizzazioni, vivevano giorno per giorno su situazioni elementari e infantili catalogabili unicamente sul parametro dell’uso di una violenza di solito gratuita, oltre che razzista. Una sorta di teoria del nulla, che verrà più tardi ripresa dai «Nuclei armati rivoluzionari» (Nar) del terrorismo nero e definita «spontaneismo armato». Con una sorta di strana commistione, dunque, oggi i giovani «skin-heads» italiani (che significa «teste rapate»), con giubbotti e pantaloni di pelle nera, borchie e svastiche sulle maniche e tatuaggi sulle braccia, rappresentano un nuovo rifiuto della politica e un ritomo alla frammentarietà dei primi «nazi-maoisti». Non a caso Ia loro origine è inglese, strettamente legata al fenomeno della diffusione di un certo tipo di musica leggera e, soprattutto, a un certo tipo di aggregazione per il tifo calcistico. La violenza e la rissa sono un loro tratto distintivo, ma non sono I’unico. I luoghi di ritrovo dello «skin-head» italiano – e va ricordato che gruppetti se ne trovano solo in alcune città, soprattutto Roma, Milano, Torino – sono la discoteca, la birreria, lo stadio. E i «giri» dello spinello, ovviamente: non a caso l’ultimo pestaggio dei due nord-africani è nato come una vendetta per una storia di spinelli acquistati. Apolitico e violento, super-tifoso (a Roma Ie teste rapate sono tutte laziali) ed appassionato di «musica estrema», lo «skin-head» italiano è ben diverso, e mille anni luce lontano da quello tedesco, per il quale è stata coniata appunto la definizione di «nazi-skin». In Germania questo tipo di aggregazione spontanea fra i giovani è stata in realtà subito assorbita nella zona d’influenza dell’estrema destra neo-nazista. Gli «skins» tedeschi formano oggi la «prima linea» delle manifestazioni revanchiste e nostalgiche. Sono loro i protagonisti di recentissimi episodi di violenza  razzista (caccia all’immigrato di colore, profanazione di luoghi di culto e di cimiteri ebraici, svastiche e slogan nazisti sui muri).

 

 

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