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Sono 70 anni che Israele stravince

Settant’anni fa, il 14 maggio del 1948, nacque ufficialmente il nuovo Stato di Israele. Oggi, gli Stati Uniti d’America di Donald John Trump, il presidente che sta malamente tentando di frenare la decadenza americana, spostano l’ambasciata dalla capitale israeliana Tel Aviv a Gerusalemme. Israele cresce a colpi di forza. Fu la prepotenza britannica a farlo nascere e da decenni è quella statunitense a consolidarlo. Il mondo arabo, diviso litigioso lacerato da antichi conflitti religiosi etnici e tribali, non è stato in grado di arrestare la lunga marcia di Tel Aviv e le proteste di pochi palestinesi sono diventate sanguinoso folclore.

Lo Stato di Israele è un dato di fatto. Inutile sognarne la sparizione. Per salvare il salvabile, l’unica sarebbe fondare di corsa uno Stato della Palestina, ma anche questo è un sogno. È vero che Israele ha le risorse e le intelligenze sufficienti a frapporre continui ostacoli alla creazione di uno Stato palestinese, ma se di fronte ci fosse unità d’intenti alla fine Tel Aviv dovrebbe rassegnarsi.

Quando sono troppi galli a cantare… il vecchio adagio vale in tutte le situazioni nelle quali i protagonisti sono troppi. Senza l’espansionismo piemontese, non ci sarebbe stata l’unità d’Italia. Sono state le baionette dello Stato sabaudo a unificare calabresi e siciliani, toscani e marchigiani, umbri e laziali, campani ed emiliani, pugliesi e abruzzesi, con annessi campanilismi (mai del tutto morti) rivalità commerciali e odi che definire razziali non è esagerato; sono state le fucilazioni in massa e la distruzione di interi paesi ad aggregare il Sud al Nord.

È stato un male? le popolazioni italiche sarebbero state meglio senza il tricolore imposto? è stato inevitabile? l’Italia avrebbe avuto un altro destino se fosse stato il Sud ad occupare il Nord manu militari? Sono discussioni appassionanti e appassionate, che però non spostano d’una virgola il dato di fatto. A fare l’unità d’Italia sono state le forze armate piemontesi, la massoneria e l’oro di Londra, la debolezza borbonica (re Ferdinando non aveva capito l’eruzione della Repubblica Napoletana), la voglia siciliana d’indipendenza (la stessa che nel 1943 avrebbe consentito agli americani di sbarcare tranquillamente) e il potere di una casta emergente nemica delle vecchie aristocrazie. Anche con il senno di poi, non vedo come sarebbe stato possibile fermare Giuseppe Garibaldi.

Quando i britannici imposero la presenza ebraica in Palestina, non esisteva alcuna forza in grado d’opporsi. Ricordo in breve: il ministro inglese degli Esteri conte di Balfour scrisse nel 1917 una lettera al capo degli ebrei in Inghilterra nonché esponente di primo piano del movimento sionista internazionale lord Rothschild. Il messaggio garantiva l’appoggio della Corona alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina.

Un secolo dopo, la bandiera di Israele sventola su Gerusalemme. Ad appoggiare il colpo di mano della Casa Bianca troviamo anche 4 Paesi Ue (Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca) a riprova che la politica estera europea ancora non esiste (vero Mogherini?) e che gli Stati Uniti trovano sempre appoggi internazionali: alle Nazioni Unite si vedono continuamente Paesi come Figi, Guatemala, Kenya et similia votare secondo i desiderata di Washington.

Israele, dunque, continua la marcia verso la realizzazione completa del sogno sionista. È una potenza nucleare. Esercito, Marina e Aviazione dispongono dei mezzi più moderni. Ha il sostegno degli Stati Uniti d’America. Riceve soldi dagli ebrei sparsi nel mondo. Il suo sistema di comunicazione è il più capillare che esista. Nei giornali, nelle radio, nelle televisioni, sui social decine di migliaia di giornalisti correligionari o amici di Israele (parecchi come Arrigo Levi, ex direttore de “La Stampa”, hanno davvero combattuto con la divisa di Israele) curano le notizie e l’immagine dello Stato ebraico.

In questi giorni, per esempio, i morti palestinesi debbono contendersi lo spazio sui media con la partenza da Gerusalemme del Giro d’Italia e con la vittoria all’Eurovision della più che giunonica cantante israeliana Netta Barzilai.

Israele sede della democrazia, culla dello sport e della canzone, stazione turistica e meta di pellegrinaggi.

Una pacifica nazione circondata da terroristi fondamentalisti, da nazioni stravolte da guerre civili, popolazioni che vivono ai limiti della sopravvivenza, fanatici odiatori biasimati in tutto il mondo.

Questi sono i fatti. Il resto è letteratura per l’infanzia. Cibo per l’infantilismo politico. A fronte di uno strapotere mai visto prima, il coraggio e l’eroismo della resistenza palestinese strappano lacrime e applausi. Il loro continuo sacrificio è stato finora sterile. Per certi versi controproducente mentre prolificano gli insediamenti cosiddetti spontanei dei colonizzatori israeliani.

L’asse Washington-Tel Aviv procede sui cingoli: ora tocca all’Iran sciita. I Paesi musulmani sunniti si fregano le mani, ma poi arriverà il loro turno. La politica del carciofo, una foglia per volta, è resa più agevole dalle diatribe confessionali nell’Islam.

 

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