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La squadra di Mattarella

Mattarella mette l’ipoteca sul Parlamento

Niente da fare. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha ceduto. Ha ribadito il no ad un governo guidato da Matteo Salvini. Dopo aver ricordato che «sin dall’inizio delle consultazioni ho escluso che si potesse dar vita a un governo politico di minoranza», il capo dello Stato ha spiegato: «Un governo di minoranza condurrebbe alle elezioni e ritengo, in queste condizioni, che sia più rispettoso della logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Mattarella ha anche dato l’alt a Paolo Gentiloni dicendosi pronto a varare «un governo neutrale, di servizio», il quale «dovrebbe concludere la sua attività a fine dicembre, approvata la manovra finanziaria per andare subito dopo a nuove elezioni».

Propone anche un’ipotesi alternativa: «quella di indire nuove elezioni subito, appena possibile, gestite dal nuovo governo». La data? Giugno o al massimo ottobre. Però, le elezioni anticipate senza mettere mano alla riforma della legge elettorale non darebbero un risultato granché diverso dall’odierno: «Vi è inoltre il timore che, a legge elettorale invariata, in Parlamento si riproduca la stessa condizione attuale, o non dissimile da questa, con tre schieramenti, nessuno dei quali con la necessaria maggioranza».

In pratica, il presidente ha detto: o trovate un accordo e fate un governo di coalizione oppure vi rimando al giudizio degli elettori e, con aria candida, ha rimarcato che sarebbe «la prima volta che il voto popolare non viene utilizzato e non produce alcun effetto».

L’avvertimento è serio: la gente è stufa dei vostri capricci e vi punirà. Probabilmente, si stanno scaldando i muscoli altri concorrenti intruppati in una nuova formazione, la quale irromperà nella campagna elettorale offrendo all’elettorato una scelta alternativa ai tre poli attuali incapaci di dare un governo all’Italia.

Il Quirinale è pronto, comunque, a fare un passo indietro se i partiti raggiungono un qualche accordo: «Può essere utile che si prendano ancora del tempo per approfondire il confronto fra di essi e per far maturare, se possibile, un’intesa politica per formare una maggioranza di governo». Ed ha concluso: «Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza parlamentare, questo governo (il suo; ndr) si dimetterebbe, con immediatezza, per lasciare campo libero a un governo politico».

Nessuna delle parti in commedia, dunque, molla. Che all’ultimo minuto Luigi Di Maio abbia abbandonato l’aut aut “o me presidente o niente governo” significa soltanto che insistere sarebbe stato un boomerang in campagna elettorale.

L’ipoteca quirinalizia è ben congegnata. Ci sarebbe soltanto un modo per bloccare il sequestro: la creazione in Parlamento di un nuovo gruppo pronto ad appoggiare un governo di centrodestra. Alla Camera, mancano 56 voti per assicurare la fiducia (316 voti) a Salvini. Non sono pochi, ma nemmeno tantissimi. Il Pd, per esempio, conta 112 eletti dei quali 63 sono sostenitori di Renzi e 23 sono suoi simpatizzanti. Cioè disponibili a fare un governo per il bene del Paese. E tra i Cinquestelle non mancano parlamentari pronti a fare il salto spaventati dalla prospettiva di perdersi il cadreghino.

Staremo a vedere.

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