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L’autodifesa Pd e l’ipotesi Gentiloni

Dalle prime battute della Direzione Pd, s’è capito che la paura, anzi, il terrore di una scissione gioca il ruolo di “segretario”. Andare avanti con lo scontro frontale renziani-antirenziani spaccherebbe il partito, libererebbe Matteo Renzi dai vincoli di tessera consentendogli “in tutta coerenza” di farsi un proprio partito. Non sarebbe lui a scegliere di andarsene, ma gli altri a buttarlo fuori. Queste cose il segretario reggente, lui tapino!, Maurizio Martina le sa e perciò si è affrettato in apertura a chiarire che «non si è mai trattato di decidere con un sì o un no, se fare un’alleanza o votare la fiducia a un governo Di Maio…».

Eliminato il pomo della discordia, avanti con l’unità del partito.

Se stasera (mancano poche ore) i piddini avranno fatto il miracolo di legare Renzi mani e piedi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dovrà lunedì tirar fuori dal cappello made in Dc un coniglio appetitoso per tutti, vegani inclusi.

I paletti sono belli grossi.

Non si può tornare al voto con questa legge elettorale: il risultato sarebbe più o meno una riedizione dell’attuale stallo. In Parlamento c’è, inoltre e soprattutto, una massa di eletti non propriamente propensi a mollare il cadreghino appena conquistato per affrontare l’incognita di una candidatura e gli esborsi di un’altra campagna.

E questo è il primo paletto.

Secondo: i tre personaggi in campo non sono in cerca di un autore, cioè di un governo, che non contempli il podio più alto e, siccome, al primo posto non ci possono stare in due né tantomeno in tre, ecco che l’autore, il governo, sparisce.

Terzo paletto: il Parlamento dovrà dare la fiducia a qualcuno che sia in grado di dirigere un rapido e fecondo dibattito generatore di una nuova legge elettorale o, come minimo, di applicare un emendamento che tolga il veleno a un sistema che non dà vincitori.

Qui le cose si ingarbugliano ancora di più. In primis perché nella politica italiana non c’è niente di più definitivo del provvisorio (vecchio adagio più vitale che mai). In secondo luogo, perché anche un governo di transizione avrebbe bisogno almeno dei voti di una coalizione e siamo daccapo. Quale alleanza assicurerà la fiducia ad un governo di scopo? M5s-Pd? Centrodestra-Pd? Centrodestra-M5s?

C’è una domanda alla quale non so dare una risposta ma che mi frulla in testa da quando il presuntuoso Di Maio s’è voluto appaiare al Re Sole: il re di Francia Luigi XIV avrebbe detto, infatti, all’amante Pompadour “dopo di me il diluvio” e Luigi, detto anche “il pallone è mio e la squadra la faccio io”, ha dichiarato in più riprese “o io premier o niente”.

La domanda è: potrebbe il capo dello Stato pregare il presidente del governo in carica di fare un rimpastino e presentarsi in Parlamento per avere la fiducia sulla base di un programma incentrato sulla riforma della legge elettorale?

Paolo Gentiloni è di razza democristiana (nonostante abbia fatto il portavoce a Cicciobello), la stessa di Mattarella e oggi è arrivato in direzione da solo. Essendo stato posto da Matteo Renzi a Palazzo Chigi ci si aspettava che arrivasse con lui, invece anche il segretario-padrone del Pd (di più della metà, per la precisione) è arrivato in macchina da solo.

Mancano poche ore e avremo un primo puzzle.

 

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